A Baranzate tutto il mondo è paese
Pino Corrias , di PINO CORRIASAlle porte di Milano c’è il comune più multietnico d’Italia: 76 bandiere diverse, un abitante su tre è straniero. E la convivenza funziona in modo quasi miracoloso. Non ci credete? Chiedete a don Paolo
BARANZATE (MILANO). Le bandiere del mondo sono 196. A Baranzate, 12 mila abitanti, un granello di sabbia incastrato tra le tangenziali dirette a Torino, periferia Nord di Milano, ne sventolano 76. Un record per l'Istat. Una sfida per don Paolo, che quelle bandiere, tra i suoi parrocchiani, le ha davvero contate, famiglia per famiglia, dai cinesi agli arabi, dai cingalesi ai sudamericani, ai filippini, agli africani, trasformando l'ingorgo degli arrivi in una delle migliori storie di integrazione, proprio di questi tempi ammalati di paure reciproche, tensioni, rancori sociali.
La povertà con vista sull'Expo
Chiesone giallo di Sant'Arialdo. Don Paolo Steffàno, 54 anni, 30 di vocazione, è uno di quei preti che ti riconciliano con il cielo grigio delle periferie. Il suo santo preferito è don Milani, "perché non era santo". Ha il naso e le spalle da pugilatore. Il maglione girocollo. La risata larga. L'energia di un diesel. …
La povertà con vista sull'Expo
Chiesone giallo di Sant'Arialdo. Don Paolo Steffàno, 54 anni, 30 di vocazione, è uno di quei preti che ti riconciliano con il cielo grigio delle periferie. Il suo santo preferito è don Milani, "perché non era santo". Ha il naso e le spalle da pugilatore. Il maglione girocollo. La risata larga. L'energia di un diesel. …
BARANZATE (MILANO). Le bandiere del mondo sono 196. A Baranzate, 12 mila abitanti, un granello di sabbia incastrato tra le tangenziali dirette a Torino, periferia Nord di Milano, ne sventolano 76. Un record per l'Istat. Una sfida per don Paolo, che quelle bandiere, tra i suoi parrocchiani, le ha davvero contate, famiglia per famiglia, dai cinesi agli arabi, dai cingalesi ai sudamericani, ai filippini, agli africani, trasformando l'ingorgo degli arrivi in una delle migliori storie di integrazione, proprio di questi tempi ammalati di paure reciproche, tensioni, rancori sociali.
La povertà con vista sull'Expo
Chiesone giallo di Sant'Arialdo. Don Paolo Steffàno, 54 anni, 30 di vocazione, è uno di quei preti che ti riconciliano con il cielo grigio delle periferie. Il suo santo preferito è don Milani, "perché non era santo". Ha il naso e le spalle da pugilatore. Il maglione girocollo. La risata larga. L'energia di un diesel. Gira su una bicicletta scassata, chiama tutti per nome, sa dire "ciao come stai?" in una dozzina di lingue, compreso il cinese, "ni zen me yang?". E quando ti fa vedere il suo regno, fatto di palazzoni gialli, villette e capannoni dismessi, ti dice: "Cinquecento metri in linea d'aria, ci sono le scatole magiche dell'Expo, che è il massimo della luminosa modernità. Noi invece eravamo gli scarti della torta: spaccio, disoccupazione, immigrati allo sbando". Scuote la testa: "Toccava a noi riparare la nostra storia. E siccome la povertà e il Vangelo camminano insieme, ci siamo messi in cammino".
In meno di quindici anni ha trasformato il vuoto di Baranzate in una geografia abitabile. Per gli italiani e gli immigrati, uno su tre tra i residenti, sono nati la Casa del bambino. La Casa delle donne. Il Centro anziani. L'Area alimentare. La Bottega per la distribuzione dei vestiti. Una sartoria. L'oratorio con una palestra, un campo da calcio, un grande murale con un albero proteso verso il cielo e la scritta che dice: "Con i rami nel mondo, ma le radici nel cuore". Quelle di don Paolo stanno nel centro del centro di Milano, piazza Sant'Ambrogio. Famiglia benestante. Liceo classico Manzoni. Poi, davanti al fuoco dei boy scout, ha scelto il suo destino eccentrico: il seminario, la laurea in Teologia, i voti. "Carlo Maria Martini era il mio vescovo e in un certo senso lo è ancora. Se mi avesse detto di aprire una parrocchia in Groenlandia ci sarei andato". Invece, "mi ha spedito al Corvetto, che ai tempi era il più grande ghiacciaio di spaccio di Milano".
Prezzi bassi per gli alloggi
Anni passati ad accendere fuochi per riscaldare il cuore del quartiere, seguire i ragazzi in carcere, trovare un posto ai senzatetto: "Anni bellissimi, anni faticosi". Poi Cernusco sul Naviglio, ma solo in transito, prima della nuova destinazione. "Anche quella una sorpresa, perché più duri del Corvetto c'erano pochi posti. Uno dei pochi era Baranzate". Baranzate è un paese che non c'era. Di quelli che i sociologi chiamano "a vocazione immigrazione". È venuto su di corsa negli anni 60, quando il Miracolo aveva bisogno di braccia a basso costo da Puglia, Calabria, Sicilia. E perciò casermoni dormitorio che si mangiavano la campagna e respiravano nebbia. Le scuole e gli autobus sono venuti dopo. Quando le prime generazioni se ne sono partite per lasciare il posto ai primi albanesi, i vecchi cartelli "Non si affitta ai meridionali" li hanno corretti in "Non si affitta agli stranieri", prezzo medio, 250 euro per un bilocale, ieri come oggi.
"Quando mi davano del matto"
Racconta don Paolo: "La prima volta che sono arrivato, anno 2004, ero spaesato come tutti. A parte il cemento, non c'era nulla. Me ne andavo in giro per via Gorizia e vedevo queste famiglie arabe, africane, con bimbi davanti e dietro, donne velate, ragazze in minigonna, bande di ragazzetti sudamericani con telefonini trillanti. E italiani, uno su dieci. Magari tatuato. Allora ho messo un tavolino e due sedie sul marciapiede, davanti alla chiesa, mi sono seduto e ho cominciato a salutare quelli che passavano. Come va? Come ti chiami? Sembravo un matto. Ma anche i matti qualche volta hanno più ragione dei ragionieri".
Così ha conosciuto Damian, rumeno, arrivato tenendosi aggrappato a un treno, che a momenti perdeva le gambe congelate. Ha conosciuto Akal, albanese, che gli ha raccontato la sua traversata sul gommone con il figlio di 4 anni in braccio. Ha conosciuto Helga, peruviana, arrivata con due figlie, un marito che l'ha piantata in asso, un lavoro saltuario in una ditta di pulizie, lo sfratto, le bollette non pagate, un crollo che non riusciva più a fermare. Ha cominciato da lì. Una persona alla volta. Che è sempre la strada migliore, se proprio non riesci a salvare il mondo. Da allora si è inventato un'isola, un approdo, una panchina.
"Davvero ho cominciato mettendo le panchine davanti all'oratorio, in modo che le mamme e i papà iniziassero a parlare e a conoscersi. Che è il primo passo per smettere di avere paura uno dell'altro". E conoscendosi hanno iniziato a scambiarsi favori. Che poi sono diventati il doposcuola, i pranzi domenicali con i menù etnici, i giochi di gruppo, le gite. Sono diventati l'assistenza reciproca ai molto piccoli e ai molto anziani. La scuola di italiano per adulti, alla mattina per le mamme, alla sera per chi lavora. E naturalmente uno sportello di assistenza per chi cerca informazioni per i permessi di soggiorno, i rinnovi, i documenti, gli arrivi e le partenze, "perché qui ogni palazzone è l'Onu".
Avendo bisogno di tutto si è messo a caccia di aiuto. Ha trovato un'infermiera e una pediatra del vicino Ospedale Sacco per le prime visite a domicilio. Ha trovato i volontari della Caritas, come Samantha, responsabile dei progetti; Serena, la psicologa; Laura, che segue le famiglie in difficoltà. Ha trovato i volontari col furgone per ritirare il cibo invenduto dai supermercati vicini: la Esselunga, Metro, la Coop. Ha trovato gli spazi da ripulire, affittare, riscaldare. Per farlo ha fondato l'associazione La Rotonda, "il nome l'ho preso in prestito sempre dal mio vescovo, Martini, che immaginava la Chiesa come un rotonda, perché non ha cancelli, non ha porte, ma entri, esci, trovi la tua direzione". Ha ripulito un capannone dismesso, trasformandolo in un vero e proprio emporio, dove la gente va e sceglie abbastanza per rimediare la cena. "Noi non facciamo la carità, ridistribuiamo la ricchezza che ci circonda. Rimediamo allo spreco e in cambio riceviamo un abbraccio e anche un po' di impegno da parte di chi aiutiamo, magari per scaricare i furgoni, magari per il doposcuola. Dare, avere: è così che la chiesa diventa una rotonda".
Laboratori, scuole e progetti
Su via Gorizia, tra il Turkisch Kebab e la lavanderia a gettone, è nata la sartoria Fiori all'occhiello, laboratorio e vendita, vestiti dai colori sgargianti in vetrina, scuola annessa, dove lavorano una boliviana, una marocchina, una rumena, un giamaicano: già un paio di sfilate all'attivo sulle passerelle milanesi. "Il contratto di affitto" racconta don Paolo, "ce lo intestiamo noi, con l'associazione. Facciamo lo stesso con la dozzina di appartamenti che diamo a famiglie in crisi. Garantiamo il bonifico periodico immediato, così i proprietari si mettono il cuore in pace".
La regola è che tutto deve essere in regola: i volontari pagati, gli affitti pagati, niente pasticci contabili, niente sommerso. "Qui il sommerso lo fa la 'ndrangheta che si è insediata dagli anni Ottanta, a occhio nudo non si vede, ma fa girare droga, appalti, controlla gli affitti delle case".
E dopo la messa... l'aperitivo
I soldi per l'associazione - 600 mila euro l'anno - arrivano da donazioni. Aiuta la diocesi. Aiuta il Comune del sindaco Luca Elia, giunta di centrosinistra. "Un giorno del 2016 ho scritto un sacco di lettere raccontando il nostro lavoro. Doveva essere un inchiostro miracoloso, perché dal nulla sono comparsi Paolo Barilla, quello della pasta, e Diana Bracco, farmaceutici, a offrirci una mano. Anzi due".
Così è nato il nuovo progetto In Oltre, un capannone di 1.400 metri, accanto alla chiesa, che ospiterà tutti gli sportelli inventati in questi quindici anni, compresa una farmacia, un centro per l'ascolto, un nuovo emporio. Costerà un milione di euro, coperti da Diana Bracco. Aprirà la prossima primavera. "Sarà finalmente il cuore del quartiere" dice don Paolo, che estrae i disegni del progetto dalla nave spaziale della sua scrivania, intasata di carte, raccoglitori, cartelle, fotografie, agende, biglietti appesi per gli appuntamenti. Che qualche volta sono persino ecclesiastici: battesimi, funerali. E naturalmente la messa della domenica mattina, ore 10.30, "una sola per fare venire più gente possibile", con aperitivo e chiacchiere a seguire, "che è il nostro modo di scambiarci il segno di pace. Di salire tutti a bordo dell'Arca". Ride: "Noè, beato lui, l'ha costruita mentre ancora non pioveva. Noi la stiamo inchiodando sotto ai temporali".
Sul Venerdì del 29 novembre 2019
La povertà con vista sull'Expo
Chiesone giallo di Sant'Arialdo. Don Paolo Steffàno, 54 anni, 30 di vocazione, è uno di quei preti che ti riconciliano con il cielo grigio delle periferie. Il suo santo preferito è don Milani, "perché non era santo". Ha il naso e le spalle da pugilatore. Il maglione girocollo. La risata larga. L'energia di un diesel. Gira su una bicicletta scassata, chiama tutti per nome, sa dire "ciao come stai?" in una dozzina di lingue, compreso il cinese, "ni zen me yang?". E quando ti fa vedere il suo regno, fatto di palazzoni gialli, villette e capannoni dismessi, ti dice: "Cinquecento metri in linea d'aria, ci sono le scatole magiche dell'Expo, che è il massimo della luminosa modernità. Noi invece eravamo gli scarti della torta: spaccio, disoccupazione, immigrati allo sbando". Scuote la testa: "Toccava a noi riparare la nostra storia. E siccome la povertà e il Vangelo camminano insieme, ci siamo messi in cammino".
In meno di quindici anni ha trasformato il vuoto di Baranzate in una geografia abitabile. Per gli italiani e gli immigrati, uno su tre tra i residenti, sono nati la Casa del bambino. La Casa delle donne. Il Centro anziani. L'Area alimentare. La Bottega per la distribuzione dei vestiti. Una sartoria. L'oratorio con una palestra, un campo da calcio, un grande murale con un albero proteso verso il cielo e la scritta che dice: "Con i rami nel mondo, ma le radici nel cuore". Quelle di don Paolo stanno nel centro del centro di Milano, piazza Sant'Ambrogio. Famiglia benestante. Liceo classico Manzoni. Poi, davanti al fuoco dei boy scout, ha scelto il suo destino eccentrico: il seminario, la laurea in Teologia, i voti. "Carlo Maria Martini era il mio vescovo e in un certo senso lo è ancora. Se mi avesse detto di aprire una parrocchia in Groenlandia ci sarei andato". Invece, "mi ha spedito al Corvetto, che ai tempi era il più grande ghiacciaio di spaccio di Milano".
Prezzi bassi per gli alloggi
Anni passati ad accendere fuochi per riscaldare il cuore del quartiere, seguire i ragazzi in carcere, trovare un posto ai senzatetto: "Anni bellissimi, anni faticosi". Poi Cernusco sul Naviglio, ma solo in transito, prima della nuova destinazione. "Anche quella una sorpresa, perché più duri del Corvetto c'erano pochi posti. Uno dei pochi era Baranzate". Baranzate è un paese che non c'era. Di quelli che i sociologi chiamano "a vocazione immigrazione". È venuto su di corsa negli anni 60, quando il Miracolo aveva bisogno di braccia a basso costo da Puglia, Calabria, Sicilia. E perciò casermoni dormitorio che si mangiavano la campagna e respiravano nebbia. Le scuole e gli autobus sono venuti dopo. Quando le prime generazioni se ne sono partite per lasciare il posto ai primi albanesi, i vecchi cartelli "Non si affitta ai meridionali" li hanno corretti in "Non si affitta agli stranieri", prezzo medio, 250 euro per un bilocale, ieri come oggi.
"Quando mi davano del matto"
Racconta don Paolo: "La prima volta che sono arrivato, anno 2004, ero spaesato come tutti. A parte il cemento, non c'era nulla. Me ne andavo in giro per via Gorizia e vedevo queste famiglie arabe, africane, con bimbi davanti e dietro, donne velate, ragazze in minigonna, bande di ragazzetti sudamericani con telefonini trillanti. E italiani, uno su dieci. Magari tatuato. Allora ho messo un tavolino e due sedie sul marciapiede, davanti alla chiesa, mi sono seduto e ho cominciato a salutare quelli che passavano. Come va? Come ti chiami? Sembravo un matto. Ma anche i matti qualche volta hanno più ragione dei ragionieri".
Così ha conosciuto Damian, rumeno, arrivato tenendosi aggrappato a un treno, che a momenti perdeva le gambe congelate. Ha conosciuto Akal, albanese, che gli ha raccontato la sua traversata sul gommone con il figlio di 4 anni in braccio. Ha conosciuto Helga, peruviana, arrivata con due figlie, un marito che l'ha piantata in asso, un lavoro saltuario in una ditta di pulizie, lo sfratto, le bollette non pagate, un crollo che non riusciva più a fermare. Ha cominciato da lì. Una persona alla volta. Che è sempre la strada migliore, se proprio non riesci a salvare il mondo. Da allora si è inventato un'isola, un approdo, una panchina.
"Davvero ho cominciato mettendo le panchine davanti all'oratorio, in modo che le mamme e i papà iniziassero a parlare e a conoscersi. Che è il primo passo per smettere di avere paura uno dell'altro". E conoscendosi hanno iniziato a scambiarsi favori. Che poi sono diventati il doposcuola, i pranzi domenicali con i menù etnici, i giochi di gruppo, le gite. Sono diventati l'assistenza reciproca ai molto piccoli e ai molto anziani. La scuola di italiano per adulti, alla mattina per le mamme, alla sera per chi lavora. E naturalmente uno sportello di assistenza per chi cerca informazioni per i permessi di soggiorno, i rinnovi, i documenti, gli arrivi e le partenze, "perché qui ogni palazzone è l'Onu".
Avendo bisogno di tutto si è messo a caccia di aiuto. Ha trovato un'infermiera e una pediatra del vicino Ospedale Sacco per le prime visite a domicilio. Ha trovato i volontari della Caritas, come Samantha, responsabile dei progetti; Serena, la psicologa; Laura, che segue le famiglie in difficoltà. Ha trovato i volontari col furgone per ritirare il cibo invenduto dai supermercati vicini: la Esselunga, Metro, la Coop. Ha trovato gli spazi da ripulire, affittare, riscaldare. Per farlo ha fondato l'associazione La Rotonda, "il nome l'ho preso in prestito sempre dal mio vescovo, Martini, che immaginava la Chiesa come un rotonda, perché non ha cancelli, non ha porte, ma entri, esci, trovi la tua direzione". Ha ripulito un capannone dismesso, trasformandolo in un vero e proprio emporio, dove la gente va e sceglie abbastanza per rimediare la cena. "Noi non facciamo la carità, ridistribuiamo la ricchezza che ci circonda. Rimediamo allo spreco e in cambio riceviamo un abbraccio e anche un po' di impegno da parte di chi aiutiamo, magari per scaricare i furgoni, magari per il doposcuola. Dare, avere: è così che la chiesa diventa una rotonda".
Laboratori, scuole e progetti
Su via Gorizia, tra il Turkisch Kebab e la lavanderia a gettone, è nata la sartoria Fiori all'occhiello, laboratorio e vendita, vestiti dai colori sgargianti in vetrina, scuola annessa, dove lavorano una boliviana, una marocchina, una rumena, un giamaicano: già un paio di sfilate all'attivo sulle passerelle milanesi. "Il contratto di affitto" racconta don Paolo, "ce lo intestiamo noi, con l'associazione. Facciamo lo stesso con la dozzina di appartamenti che diamo a famiglie in crisi. Garantiamo il bonifico periodico immediato, così i proprietari si mettono il cuore in pace".
La regola è che tutto deve essere in regola: i volontari pagati, gli affitti pagati, niente pasticci contabili, niente sommerso. "Qui il sommerso lo fa la 'ndrangheta che si è insediata dagli anni Ottanta, a occhio nudo non si vede, ma fa girare droga, appalti, controlla gli affitti delle case".
E dopo la messa... l'aperitivo
I soldi per l'associazione - 600 mila euro l'anno - arrivano da donazioni. Aiuta la diocesi. Aiuta il Comune del sindaco Luca Elia, giunta di centrosinistra. "Un giorno del 2016 ho scritto un sacco di lettere raccontando il nostro lavoro. Doveva essere un inchiostro miracoloso, perché dal nulla sono comparsi Paolo Barilla, quello della pasta, e Diana Bracco, farmaceutici, a offrirci una mano. Anzi due".
Così è nato il nuovo progetto In Oltre, un capannone di 1.400 metri, accanto alla chiesa, che ospiterà tutti gli sportelli inventati in questi quindici anni, compresa una farmacia, un centro per l'ascolto, un nuovo emporio. Costerà un milione di euro, coperti da Diana Bracco. Aprirà la prossima primavera. "Sarà finalmente il cuore del quartiere" dice don Paolo, che estrae i disegni del progetto dalla nave spaziale della sua scrivania, intasata di carte, raccoglitori, cartelle, fotografie, agende, biglietti appesi per gli appuntamenti. Che qualche volta sono persino ecclesiastici: battesimi, funerali. E naturalmente la messa della domenica mattina, ore 10.30, "una sola per fare venire più gente possibile", con aperitivo e chiacchiere a seguire, "che è il nostro modo di scambiarci il segno di pace. Di salire tutti a bordo dell'Arca". Ride: "Noè, beato lui, l'ha costruita mentre ancora non pioveva. Noi la stiamo inchiodando sotto ai temporali".
Sul Venerdì del 29 novembre 2019