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 Raymond Chandler (Getty Images) 

Lucarelli: io Marlowe l'ho visto in carne e ossa

I libri del Venerdì. Tornano in una nuova edizione - a cominciare da Il grande sonno - romanzi e racconti di Raymond Chandler. Protagonista, il detective privato che beve, picchia e spara solo per far trionfare il bene. Una star del giallo italiano ci racconta perché se n'è innamorato a prima vista
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Il mio primo incontro con Philip Marlowe l’ho avuto con un Omnibus della Mondadori, Tutto Marlowe investigatore, un volumetto blu piuttosto grosso per le mie abitudini di lettore adolescente, con una fumettistica copertina a puntini su cui un tizio tirava fuori una pistola.

Fu un incontro fisico, non solo letterario, proprio in carne ed ossa, di persona. Un po’ perché la mia ancora ingenua costituzione di giovane lettore mi faceva proiettare le cose concretamente, davanti agli occhi, come ologrammi. E un po’ perché era stato preparato da altri due incontri, quasi contemporanei: un film, Marlowe, il poliziotto privato, con un Robert Mitchum spiegazzato dalla vita che già mi aveva dato un volto e un iconico trench bianco al personaggio; e un altro Omnibus, La scuola dei duri, sempre a cura del grande Oreste del Buono, dove oltre ai racconti contenuti avevo divorato le biografie degli scrittori, fuse e spesso proprio combacianti con quelle dei loro…
Il mio primo incontro con Philip Marlowe l’ho avuto con un Omnibus della Mondadori, Tutto Marlowe investigatore, un volumetto blu piuttosto grosso per le mie abitudini di lettore adolescente, con una fumettistica copertina a puntini su cui un tizio tirava fuori una pistola.

Fu un incontro fisico, non solo letterario, proprio in carne ed ossa, di persona. Un po’ perché la mia ancora ingenua costituzione di giovane lettore mi faceva proiettare le cose concretamente, davanti agli occhi, come ologrammi. E un po’ perché era stato preparato da altri due incontri, quasi contemporanei: un film, Marlowe, il poliziotto privato, con un Robert Mitchum spiegazzato dalla vita che già mi aveva dato un volto e un iconico trench bianco al personaggio; e un altro Omnibus, La scuola dei duri, sempre a cura del grande Oreste del Buono, dove oltre ai racconti contenuti avevo divorato le biografie degli scrittori, fuse e spesso proprio combacianti con quelle dei loro personaggi. Erano gli autori che giravano attorno alla rivista Black Mask, e tra questi c’era anche Raymond Chandler, l’inventore del nostro investigatore privato. Un pulp magazine, una rivista di racconti a basso prezzo che pubblicava quello che nell’immediato dopoguerra era un genere nuovo nella letteratura popolare, cioè nella letteratura letta da tanta gente: l’hard boiled, il poliziesco d’azione, il giallo realistico. Che a differenza del giallo classico all’inglese, con i suoi personaggi pittoreschi e i suoi improbabili delitti della camera chiusa, era intriso di verità.

E infatti, la prima cosa che mi ha colpito di Philip Marlowe, quando l’ho visto uscire da pagina 1 del Grande Sonno, (che ora apre le nuove traduzioni Adelphi dei romanzi e dei racconti chandleriani), con il suo completo azzurro polvere, così in ordine, pulito, rasato e sobrio, e soprattutto indifferente che lo si notasse o no, è stato proprio che fosse così genuinamente, spontaneamente, ironicamente, vero.

Perché è così, ci sono personaggi in quella forma di letteratura che per comodità chiamiamo giallo, che esistono a prescindere dell’autore. Come Sherlock Holmes, come Jules Maigret, che si permette di scrivere lui un libro, Le memorie di Maigret, indirizzato a Simenon per spiegargli e raccontarli tutto quello che ancora non ha capito del suo carattere e del suo lavoro, e tutti gli errori fatti nei romanzi.

Ecco, anche Philip Marlowe è così, è uno che esiste.

C’è una bellissima lettera di Raymon Chandler a D. J. Ibberson, un fan inglese che fa una serie infinita di domande incredibilmente puntigliose: che college ha fatto Marlowe, di che colore ha gli occhi, se usa i fiammiferi in bustina, come gioca a scacchi, se conosce la differenza tra un tango e una rumba, quanto spesso va al cinema e se ha una segreteria telefonica. Chandler cerca di rispondere, e lo fa con l’ironia del suo personaggio: «Quando lei dice che indossa il pigiama anche d’estate non so bene cosa voglia dire. E chi non lo fa? Si era fatto l’idea che portasse la camicia da notte? O voleva dire che dorme nudo quando fa caldo? Questo è possibile, benché qui da noi faccia caldo molto raramente». Ma alla fine è costretto a concludere: «Il guaio è che su Philp Marlowe mi pare che lei ne sappia davvero molto più di me, e forse sarò io a dover fare qualche domanda a lei, invece che lei a me». Perché sì, Marlowe esiste.

Ma la verità è qualcosa che colpisce anche nella seconda grande caratteristica di Philip Marlowe. La bontà.

Chandler lo diceva chiaramente nei vari saggi in cui raccontava le sue idee sul giallo: la strada del cattivo deve essere attraversata da un uomo che cattivo non è. Il Buono, il cavaliere senza macchia e senza paura. Però attenzione, perché c’è modo e modo di essere buoni. Tutti i detective dei gialli lo erano, almeno fino ad allora. Del resto, sono quelli che ti prendono per mano in un mondo sconvolto dal delitto e ti portano fuori dal tunnel del mistero ristabilendo il giusto ordine delle cose con la scoperta e la punizione del colpevole. Con Philip Marlowe è un po’ diverso. Certo, lui è buono, ha un codice morale, difetti accettabili come l’essere troppo impulsivo, troppo indipendente o bere un po’. Finisce nei guai perché non scende a compromessi, e infatti perde il lavoro alla Procura di Los Angeles perché «fu un po’ troppo efficiente in un tempo e in un luogo in cui l’efficienza era l’ultima cosa desiderata da chi comandava», come spiega Chandler al fan inglese. Aiuta chi ha bisogno d’aiuto e alla fine vince. Ma ogni volta perde qualcosa.

Le vittorie di Marlowe, come ha scritto Stefano Tani, hanno sempre il sapore malinconico della sconfitta. Perché è così che succede nella vita vera a chi è buono in un mondo cattivo, in un modo e un sistema che restano sempre e comunque forti anche quando riesci a batterli. C’è una frase, bellissima che lo riassume, in uno dei capitoli finali di La finestra sul vuoto, in cui Marlowe risolve il caso e rimette tutto a posto. Quasi a posto.

«Osservando la casa che scompariva ebbi una strana sensazione, come se avessi scritto una poesia, una poesia molto bella, e l’avessi persa, dimenticandomene per sempre».

Eccolo qua, Philip Marlowe. Buono, ma non ingenuo. Forte di un’ironia tagliente che non lo fa rinunciare a una bella battuta anche quanto prende cazzotti, come in un film con James Garner a interpretarlo, L’investigatore Marlowe: uno dei gangster gli sta strappando la fodera della giacca mentre un altro lo tiene, e lui «ma tua madre lo sa come ti guadagni da vivere?», e giù botte.

Uno che sarebbe meglio se si facesse i fatti suoi, ma purtroppo sa qual è la parte giusta da cui stare, e non può fare a meno di starci, con una passione che fa capire subito quanto il cinismo e la stanchezza della vita siano una maschera fragile e neanche così convinta.

Buono, io direi anche buonista, guarda. E che per questo agisce, picchia e spara. A volte vince, quasi sempre perde, ma non importa. È Philip Marlowe, un grande eroe ancora modernamente romantico.Ci saranno tanti altri personaggi così, variazioni sul tema come il bellissimo Duca Lamberti di Giorgio Scerbanenco. Fino alla rottura del pregiudizio etico con i cattivi/buoni, ma soprattutto cattivi, di James Ellroy, dove la strada del cattivo viene attraversata da un altro che è anche più cattivo ma in un modo diverso.

Ma questa è un’altra storia.

Sul Venerdì del 29 novembre 2019