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Carlo Fruttero e Franco Lucentini (Mondadori via Getty Images) 

Premiata bottega Fruttero & Lucentini

Una casa in pineta custodisce i segreti della coppia più straordinaria della letteratura italiana. Mentre esce il Meridiano con le loro opere, siamo andati a indagare
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ROCCAMARE (Grosseto). Di notte sono venuti i cinghiali. Hanno dissodato il giardino. Cercavano tuberi. E pensare che, su questo prato rivoltato come un guanto, un tempo Carlo Fruttero e Franco Lucentini stavano ore seduti uno di fronte all'altro a dissodare pure loro, ma non radici, bensì aggettivi, dialoghi, personaggi. Pensiamo al Commissario Santamaria della Donna della domenica, al venditore di matite di A che punto è la notte, a Mr Silvera dell'Amante senza fissa dimora, all'esilarante fantino Puddu del Palio delle contrade morte, al depresso signor Monforti di Enigma in luogo di mare.

Il luogo dell'enigma, peraltro, non poteva che essere questo qui, la Pineta di Roccamare, affacciata sul selvaggio litorale maremmano, travestita nel romanzo da "Pineta della Gualdana". Andiamo a rivederci l'incipit di quel bellissimo noir: "Una certa segretezza incombe...".

E in effetti, lasciata la provinciale, superata una sbarra, un certo …
ROCCAMARE (Grosseto). Di notte sono venuti i cinghiali. Hanno dissodato il giardino. Cercavano tuberi. E pensare che, su questo prato rivoltato come un guanto, un tempo Carlo Fruttero e Franco Lucentini stavano ore seduti uno di fronte all'altro a dissodare pure loro, ma non radici, bensì aggettivi, dialoghi, personaggi. Pensiamo al Commissario Santamaria della Donna della domenica, al venditore di matite di A che punto è la notte, a Mr Silvera dell'Amante senza fissa dimora, all'esilarante fantino Puddu del Palio delle contrade morte, al depresso signor Monforti di Enigma in luogo di mare.

Il luogo dell'enigma, peraltro, non poteva che essere questo qui, la Pineta di Roccamare, affacciata sul selvaggio litorale maremmano, travestita nel romanzo da "Pineta della Gualdana". Andiamo a rivederci l'incipit di quel bellissimo noir: "Una certa segretezza incombe...".

E in effetti, lasciata la provinciale, superata una sbarra, un certo alone di mistero ci accoglie sotto i pini sempreverdi fino al luogo del delitto. La casa di Fruttero. In certi momenti fu anche quella di Lucentini. Senza dubbio, è la casa del terzo elemento della coppia: quella voce inconfondibile chiamata F&L.

L'intenzione mercantile
"Qui lavoravano soprattutto d'inverno, d'estate era troppo caldo. Agosto magari papà lo passava tutto nella cabane di Franco a Fontainebleau, vicino a Parigi. Erano qui a scrivere La donna della domenica nel 1969, da soli, mentre la casa veniva terminata. Per me è come aver avuto due padri. Franco c'è sempre stato, condividevano tutto".

A parlare è Maria Carla, alias Carlotta, figlia maggiore di Fruttero, che custodisce gran parte della memoria di F&L e ora ha tra le mani il Meridiano che Mondadori ha loro dedicato, con la cura, notevolissima, di Domenico Scarpa. Si chiama Opere di Bottega: titolo scelto dal curatore, approvato dagli autori, e che allude alla "pratica artigianale" e all'"intenzione mercantile" del loro lavoro. Che è il portato di due singolarissime esistenze, una cominciata a Roma nel 1920, l'altra a Torino nel '26, che a un certo punto fatalmente incocciano una nell'altra e non si separano più.

Guardiamo brevemente queste due linee: il romano Lucentini è figlio di fornaio, ma già a tre anni sente le prime parole di francese. A undici, legge compulsivamente libri a Villa Borghese. Poi si iscrive a filosofia, è antifascista e nel '41 passa qualche mese in prigione. L'anno dopo i torinesi Fruttero sono sfollati nel Monferrato per sfuggire ai bombardamenti; Carlo, adolescente,  passa le giornate nella sterminata biblioteca del castello del conte Radicati, di cui frequenta il figlio: insomma legge pure lui, non importa cosa, da Fantomas a Flaubert, "con pari gratitudine". Finita la guerra, nel '48 Carlo si iscrive a lettere ma darà un solo esame: voto 18.

Senza un soldo a Parigi e Praga
Nel mentre, Lucentini da Roma è approdato a Praga spacciandosi per corrispondente estero, attratto da Kafka: "Avendo nel frattempo imparato abbastanza di russo, pensai che avrei potuto sbrogliarmi anche con il ceco". Si sbroglierà poi con una quindicina di lingue, diventando uno dei più eclettici traduttori italiani, maneggiando indifferentemente Borges e Isaak Babel'. Anche Fruttero si è messo in giro, senza soldi, tra Francia e Belgio: ad Anversa lavora in un autoscontro, poi finisce in una acciaieria in Vallonia "dove succedono cose assolutamente inspiegabili". Per farla breve, approdano entrambi a Parigi. Lucentini annusa libri da tradurre, Fruttero scrive corrispondenze e interviste. Incontra, tra gli altri, Antonin Artaud, "un teschio senza sorriso sotto il basco blu".

Una sera del 1953 si ritrovano al medesimo tavolo in un bistrot e la sera dopo Fruttero va a trovare Lucentini nella sua soffitta. Stop. Il destino è alle grandi manovre, poiché si erano già sfiorati a Torino, senza incontrarsi, negli uffici di Einaudi. Ed è all'Einaudi che si ritrovano, Fruttero dal 54, Lucentini dal 57, impiegati in quel santuario della cultura engagée.

"Fruttero era molto cordiale" ricorda Guido Davico Bonino, che all'epoca era segretario generale dell'impresa: "Lucentini aveva invece una prerogativa indimenticabile. Gli davo una traduzione da rivedere e il giorno dopo mi chiamava: "Sono in condizioni di restituire il manoscritto in 22 ore, arrotondiamo a 23 e mezza". E succedeva esattamente così!". Onnivori, nel 1959, su idea di Sergio Solmi, F&L curano la celebre antologia di fantascienza Le meraviglie del possibile. Su una bancarella di piazza San Carlo avevano comprato in blocco un'ottantina di paperbacks americani con testi di Bradbury, Asimov, Clarke, ecc. "Ce li dividemmo e tornammo ciascuno a casa sua".

Einaudi addio
Attenzione che quello dello spartirsi i compiti, ancora non lo sanno, ma diventerà il tormentone della loro vita. L'antologia fu un grande successo. Tale che nel 1961 Mondadori gli offre la direzione di Urania, collana settimanale di fantascienza. Mollano il posto fisso, prima F. poi L., e fanno avanti e indietro come pendolari da Torino a Segrate. Per Einaudi fu un trauma, vennero accusati di qualunquismo e disimpegno.

Se lo ricorda bene Ernesto Ferrero, che entrò in casa editrice nel 1963 e che incontro in un piovoso pomeriggio torinese sotto l'albergo dove Pavese si suicidò. "Non se ne poteva parlare" ricorda con un sorriso sardonico. "Soprattutto di Carlo, perché Lucentini era più tollerato, e veniva percepito come una vittima del "perfido" Fruttero, il quale era completamente immune all'alone retorico dell'ideologia. Carlo aveva fatto mille mestieri, dal giostraio al birraio, e non aveva nessuna mitologia del mondo operaio. Da Einaudi si faceva i conti con stipendi veramente penosi. Fenoglio scriveva che aveva bisogno dei soldi per pagare le rate della macchina da scrivere, ma noi come i monaci andavano a raccogliere le noci".

Da Mondadori i due guadagnano di più, sviluppano idee popolari, dirigono una rivista di fumetti (Il Mago), ma continuano a tradurre grandi nomi, da Thornton Wilder a Samuel Beckett. Cominciano a lavorare all'idea di un romanzo a quattro mani. Fruttero vuole un posto dove svernare e lo trova nella pineta di Roccamare su consiglio di Pietro Citati, che ha già una casa in zona (ci andrà a stare anche Italo Calvino).

Nel 1972, dopo sette anni di lavoro, esce La donna della domenica, un giallo che ha un successo immediato, mentre la critica o lo ignora o lo stronca. Gli enaudiani si turano il naso. Ancora oggi Davico Bonino ammette: "Io persi un po' il controllo". Oreste del Buono, recensendolo, lamenta l'assenza "dell'aria del tempo". Ma Natalia Ginzburg, peraltro enaudiana, ne apprezza invece la "mescolanza di attenzione, scrupolo, precisione e noncuranza (...) un'allegria così viva e così misteriosa".

Tè e sigarette  
Ecco, comincia il mistero sulla loro bottega. Come fanno? Tra coloro che apprezzarono di più il romanzo c'è proprio Pietro Citati, che in un pomeriggio di qualche mese fa mi ha detto, lapidario: "Io so benissimo come lavoravano. Le idee generali almeno dei primi libri erano sempre di Lucentini. Lo schema, la storia erano sue, tranne che L. scriveva pochissimo. Infatti, lo stile è tutto di Fruttero. Anche gli articoli: scriveva quasi sempre lui. Come si accordavano? Questo è il mistero. Ma una cosa la so: l'ultima mano era di Fruttero. Lucentini non scriveva così".

Domenico Scarpa afferma che il segreto non era tanto lo scrivere insieme, piuttosto il saper "pensare insieme", e prima ancora "leggere insieme": questa la loro unicità, la loro alchimia. A Roccamare Carlotta mi mostra i manoscritti di Enigma in luogo di mare: sui taccuini Pigna scriveva suo padre, poi Lucentini batteva a macchina anche svariate volte, scalettavano à gogo, poi diversi giri di correzioni. "La scena era l'immancabile portacenere pieno di cicche e le tazze di tè fumanti. Papà era meticoloso, non lasciava niente al caso, giusto Franco era più pignolo di lui, era maniacale. Se Franco era alla cabane o a Torino, si telefonavano varie volte al giorno. Da solo, il papà si metteva un cappello come segnale che stava lavorando, per avvisare di non parlargli".

Il segreto che non c'è
Una bottega faticosa, estenuante, tutta tesa all'ironia sottile, adoperata in ogni genere affrontato, dal pastiche al racconto di fantasmi, e persino negli articoli: si veda quel pezzo tragicomico di storia d'Italia che è La prevalenza del cretino. Dove, a ben vedere, F&L intervenivano sì sulla realtà, ma dietro la maschera del riso, quella "noncuranza" di cui parlava Ginzburg, e che li rende oggi così poco invecchiati. Il loro "reale", sembra suggerire Scarpa, sta tutto in un'altra indagine, quella sul linguaggio. È lì che la bottega ha le insegne dell'altissima maestria: la loro lingua mimetica e sonora, leggibilissima, popolare, e insieme raffinata come un brano di jazz. "Una scrittura che, a chi li legge oggi, insegna a guardare oltre l'apparenza delle cose. Erano due visionari" riflette ancora Carlotta.

Lucentini scompare, suicida, nel 2002. Fruttero, che morirà nel 2012, resta a lungo in silenzio, poi torna a scrivere da solo il mirabile Donne informate sui fatti. Ma è ancora bottega, è ancora l'eco di quella terza voce. Quanto al segreto, a conti fatti, non c'è: se segreta è la formula non tanto della letteratura, ma di una grande, struggente, invidiabilissima amicizia.

Sul Venerdì del 13 dicembre 2019