Il vecchio No Logo è più verde che mai
Riccardo Staglianò , di RICCARDO STAGLIANÒVent'anni fa usciva il manifesto no global di Naomi Klein. Da allora molto è cambiato ma non tutto è perduto. Intervista a metà strada tra Bernie Sanders e GretaThunberg
No Logo, un volumone con la stessa copertina nei trenta e passa Paesi dove ha venduto oltre un milione di copie, è diventato un manifesto contro la globalizzazione. Uscito nel dicembre 1999, all'indomani degli scontri di Seattle, ne divenne una sorta di colonna sonora intellettuale. Denunciava la crescente privatizzazione di ogni esperienza culturale. La pervasività dei marchi. Il cinismo delle aziende alle prese con la delocalizzazione. Fu e resta un libro importante che trasformò la sua autrice, la canadese Naomi Klein, in un'intellettuale engagée. Dopo altri saggi notevoli oggi Klein tiene alla Rutgers University, nel New Jersey, un corso dal titolo The Corporate Self, il sé aziendale, che spiega come la colonizzazione dei brand in due decenni non sia affatto rallentata.
Di cosa è più orgogliosa tra quanto scrisse vent'anni fa?
"Di aver intuito i pericoli di uno stile di vita basato sul consumo infinito, un processo…
Di cosa è più orgogliosa tra quanto scrisse vent'anni fa?
"Di aver intuito i pericoli di uno stile di vita basato sul consumo infinito, un processo…
No Logo, un volumone con la stessa copertina nei trenta e passa Paesi dove ha venduto oltre un milione di copie, è diventato un manifesto contro la globalizzazione. Uscito nel dicembre 1999, all'indomani degli scontri di Seattle, ne divenne una sorta di colonna sonora intellettuale. Denunciava la crescente privatizzazione di ogni esperienza culturale. La pervasività dei marchi. Il cinismo delle aziende alle prese con la delocalizzazione. Fu e resta un libro importante che trasformò la sua autrice, la canadese Naomi Klein, in un'intellettuale engagée. Dopo altri saggi notevoli oggi Klein tiene alla Rutgers University, nel New Jersey, un corso dal titolo The Corporate Self, il sé aziendale, che spiega come la colonizzazione dei brand in due decenni non sia affatto rallentata.
Di cosa è più orgogliosa tra quanto scrisse vent'anni fa?
"Di aver intuito i pericoli di uno stile di vita basato sul consumo infinito, un processo attraverso il quale le multinazionali, valorizzando i marchi, trasformavano lo shopping in un modo per definire la nostra identità. Ma allora non avevo messo in connessione questo cambiamento con le sue disastrose implicazioni per il Pianeta".
Quali sono i cambiamenti più importanti da allora?
"Tra i positivi, una robusta critica del capitalismo. Una generazione di attivisti più concreti, che si concentrano sui legami tra ambiente, lavoro, dipendenza tecnologica. Una tale presa di distanze dal neoliberismo allora era impensabile. Quanto ai cambiamenti negativi, adesso anche Cina e India hanno sposato il nostro stile di vita insostenibile. E una generalizzata insicurezza economica ha favorito una rimonta della destra estrema che mette i penultimi contro gli ultimi".
E mentre potevi boicottare McDonald's, Starbucks e Nike adesso è difficilissimo farlo con Google, Amazon e Facebook insieme, o sbaglio?
"Senza dubbio sono molto più compenetrate nelle nostre vite. Non solo non puoi evitare di usarle, ma se prima solo le aziende potevano diventare brand, adesso possono farlo anche gli individui. A causa della crescente precarietà economica, i social network consentono di commercializzare le nostre identità, monetizzandole nei casi degli influencer. Così gli editori calibrano i contratti a seconda di quanti follower hai. Più in generale assistiamo all'estrazione di valore dai dati personali. E cos'è questo se non un'ulteriore privatizzazione di beni comuni? Le persone vengono trattate come miniere".
Si dibatte sul lavoro non pagato che faremmo per Facebook e compagnia. Ci si può difendere?
"Domanda complessa. Pretendere che Big Tech condivida con gli utenti un po' dei suoi ricavi significherebbe accettare la premessa che i dati debbano essere monetizzati. Internet è stata costruita con denaro pubblico. Quando Google dice di voler organizzare l'informazione e Facebook di connettere le persone, entrambe privatizzano beni comuni. Che invece dovrebbero restare gratuiti e aperti a tutti. Forse la soluzione verrà dal combinato del loro spezzettamento, come propone la democratica Elizabeth Warren, e dalla de-commercializzazione dei dati".
Dopo le proteste di Seattle, la sinistra movimentista ha tentato alcuni ritorni, Occupy Wall Street in testa. Secondo lei, che cosa è mancato al loro successo?
"Credo che il modo in cui misuriamo il successo sia un po' schematico. L'energia di Seattle o di Ows non è morta. Ha preso altre strade, sopra e sotto la superficie. Una parte non trascurabile di chi fa campagna per Bernie Sanders proviene da quelle esperienze. Gente che ha imparato dagli errori, compreso il non avere avuto rivendicazioni chiare. E ora sa che, assieme ai no (alla globalizzazione, alle banche), bisogna imparare a dire dei sì".
Continua ad avere fiducia nelle prospettive elettorali di Sanders?
"Sì, e non è una mia peculiarità. Sanders è tra il primo e il secondo posto nei sondaggi tra i candidati democratici in California. E proprio perché la situazione in America non è mai stata tanto disastrosa, la possibilità di eleggere un socialista democratico è reale. Uno con una piattaforma esplicitamente critica verso il capitalismo. Così come quella della Warren. Sostengo Bernie, ma sarei felice di vedere l'uno o l'altra alla Casa bianca".
Lei ha detto: "Trump è un idiota, ma non sottovalutate quanto sia bravo a esserlo".
"Penso che sia molto pericoloso ritenerlo spacciato. In No logo scrissi che mi sarebbe piaciuto entrare nel mio televisore e viverci dentro. Trump ha capitalizzato l'aspirazione di molti americani di vivere dentro un realtà ritoccata da Disney. Finta, ovviamente, ma non per questo meno desiderabile".
Nel suo ultimo Il mondo in fiamme (Feltrinelli) tifa per il Green New Deal, un nuovo corso economico ambientalmente sostenibile: quante possibilità ha di diventare realtà?
"Oggi non troppe, ma dipende tutto da noi. È la nostra ultima possibilità di fermare il conto alla rovescia del Pianeta. Nonostante che quello di Madrid sul clima sembrasse un summit di zombie".
Quando Greta Thunberg è arrivata a New York ha discusso con lei in un incontro pubblico: cosa l'ha colpita di più di quell'incontro?
"Quanto sia impegnata a tener fede alle sue idee. Non credo affatto che la cosa che le sia costata di più sia stata la traversata (ama la natura, Oceano incluso) quanto dover stare a contatto con le folle. Uno sforzo immane che compie e che me la fa stimare ancora di più. È una lezione che dovremmo trarne tutti: uscire dalle nostre comfort zone e fare qualcosa".
Cosa dice sul mondo in cui viviamo che una sedicenne possa avere un impatto maggiore di generazioni di scienziati?
"Lei segna una svolta, ma quasi sicuramente ciò che sta succedendo non sarebbe stato possibile senza la consapevolezza accumulata prima. Ricordo i cortei contro l'Apartheid cui partecipavo e la liberazione di Mandela, poche settimane dopo: eravamo stati noi? No, certo, ma tutto ha contribuito, contribuisce. Per i ragazzini di oggi super-tempeste e bombe d'acqua sono la normalità. E in una cultura in cui ognuno offre sui social una versione abbellita di sé, Greta non ci prova neanche. Non si preoccupa di sembrare carina. Una sincerità che risulta estremamente potente. È l'anti-Instagram. Per questo la gente si fida di lei. Anche Bernie è così".
Parte della forza della sua allieva Alexandria Ocasio-Cortez, invece, si deve anche ai social...
"Infatti si completano a vicenda. Anche nel suo caso però capisci che non parla per ambizione personale. Dice "noi", non "io". In Iowa ha esordito così: 'Io non conosco voi, voi non conoscete me. Cerchiamo un terreno comune'. Un'onestà che va oltre l'ego e risuona tra chi l'ascolta. E che va oltre la politica. Di recente a Londra i quattro finalisti del Turner Prize, il più importante premio artistico britannico, hanno chiesto e ottenuto di essere premiati come un collettivo. Non andremo da nessuna parte se continuiamo a inseguire il mito dell'eroe solitario. La domanda è se lo capiremo prima di un'ulteriore rimonta fascista".
Tornando all'ambiente, in un libro Jonathan Safran Foer propone invece soluzioni individuali, tipo dimezzare i consumi di carne. È d'accordo? Lei come si comporta?
"Le scelte individuali contano. Allineandoci con i nostri valori, ci fanno sentire più forti. È il motivo per cui Greta è venuta in barca. Io stessa, per la disperazione dei miei editori stranieri, prendo molti meno aerei di prima. Foer rivendica l'importanza delle scelte individuali (tipo riciclare o uno stile di vita più rispettoso), che però hanno dimostrato i loro limiti. Greta, che pure dà un forte esempio personale, ha ben chiaro che la sua forza sta nel motivare milioni di giovani. Temo che Foer abbia meno chiara la dimensione collettiva dell'azione".
Sul Venerdì del 27 dicembre 2019
Di cosa è più orgogliosa tra quanto scrisse vent'anni fa?
"Di aver intuito i pericoli di uno stile di vita basato sul consumo infinito, un processo attraverso il quale le multinazionali, valorizzando i marchi, trasformavano lo shopping in un modo per definire la nostra identità. Ma allora non avevo messo in connessione questo cambiamento con le sue disastrose implicazioni per il Pianeta".
Quali sono i cambiamenti più importanti da allora?
"Tra i positivi, una robusta critica del capitalismo. Una generazione di attivisti più concreti, che si concentrano sui legami tra ambiente, lavoro, dipendenza tecnologica. Una tale presa di distanze dal neoliberismo allora era impensabile. Quanto ai cambiamenti negativi, adesso anche Cina e India hanno sposato il nostro stile di vita insostenibile. E una generalizzata insicurezza economica ha favorito una rimonta della destra estrema che mette i penultimi contro gli ultimi".
E mentre potevi boicottare McDonald's, Starbucks e Nike adesso è difficilissimo farlo con Google, Amazon e Facebook insieme, o sbaglio?
"Senza dubbio sono molto più compenetrate nelle nostre vite. Non solo non puoi evitare di usarle, ma se prima solo le aziende potevano diventare brand, adesso possono farlo anche gli individui. A causa della crescente precarietà economica, i social network consentono di commercializzare le nostre identità, monetizzandole nei casi degli influencer. Così gli editori calibrano i contratti a seconda di quanti follower hai. Più in generale assistiamo all'estrazione di valore dai dati personali. E cos'è questo se non un'ulteriore privatizzazione di beni comuni? Le persone vengono trattate come miniere".
Si dibatte sul lavoro non pagato che faremmo per Facebook e compagnia. Ci si può difendere?
"Domanda complessa. Pretendere che Big Tech condivida con gli utenti un po' dei suoi ricavi significherebbe accettare la premessa che i dati debbano essere monetizzati. Internet è stata costruita con denaro pubblico. Quando Google dice di voler organizzare l'informazione e Facebook di connettere le persone, entrambe privatizzano beni comuni. Che invece dovrebbero restare gratuiti e aperti a tutti. Forse la soluzione verrà dal combinato del loro spezzettamento, come propone la democratica Elizabeth Warren, e dalla de-commercializzazione dei dati".
Dopo le proteste di Seattle, la sinistra movimentista ha tentato alcuni ritorni, Occupy Wall Street in testa. Secondo lei, che cosa è mancato al loro successo?
"Credo che il modo in cui misuriamo il successo sia un po' schematico. L'energia di Seattle o di Ows non è morta. Ha preso altre strade, sopra e sotto la superficie. Una parte non trascurabile di chi fa campagna per Bernie Sanders proviene da quelle esperienze. Gente che ha imparato dagli errori, compreso il non avere avuto rivendicazioni chiare. E ora sa che, assieme ai no (alla globalizzazione, alle banche), bisogna imparare a dire dei sì".
Continua ad avere fiducia nelle prospettive elettorali di Sanders?
"Sì, e non è una mia peculiarità. Sanders è tra il primo e il secondo posto nei sondaggi tra i candidati democratici in California. E proprio perché la situazione in America non è mai stata tanto disastrosa, la possibilità di eleggere un socialista democratico è reale. Uno con una piattaforma esplicitamente critica verso il capitalismo. Così come quella della Warren. Sostengo Bernie, ma sarei felice di vedere l'uno o l'altra alla Casa bianca".
Lei ha detto: "Trump è un idiota, ma non sottovalutate quanto sia bravo a esserlo".
"Penso che sia molto pericoloso ritenerlo spacciato. In No logo scrissi che mi sarebbe piaciuto entrare nel mio televisore e viverci dentro. Trump ha capitalizzato l'aspirazione di molti americani di vivere dentro un realtà ritoccata da Disney. Finta, ovviamente, ma non per questo meno desiderabile".
Nel suo ultimo Il mondo in fiamme (Feltrinelli) tifa per il Green New Deal, un nuovo corso economico ambientalmente sostenibile: quante possibilità ha di diventare realtà?
"Oggi non troppe, ma dipende tutto da noi. È la nostra ultima possibilità di fermare il conto alla rovescia del Pianeta. Nonostante che quello di Madrid sul clima sembrasse un summit di zombie".
Quando Greta Thunberg è arrivata a New York ha discusso con lei in un incontro pubblico: cosa l'ha colpita di più di quell'incontro?
"Quanto sia impegnata a tener fede alle sue idee. Non credo affatto che la cosa che le sia costata di più sia stata la traversata (ama la natura, Oceano incluso) quanto dover stare a contatto con le folle. Uno sforzo immane che compie e che me la fa stimare ancora di più. È una lezione che dovremmo trarne tutti: uscire dalle nostre comfort zone e fare qualcosa".
Cosa dice sul mondo in cui viviamo che una sedicenne possa avere un impatto maggiore di generazioni di scienziati?
"Lei segna una svolta, ma quasi sicuramente ciò che sta succedendo non sarebbe stato possibile senza la consapevolezza accumulata prima. Ricordo i cortei contro l'Apartheid cui partecipavo e la liberazione di Mandela, poche settimane dopo: eravamo stati noi? No, certo, ma tutto ha contribuito, contribuisce. Per i ragazzini di oggi super-tempeste e bombe d'acqua sono la normalità. E in una cultura in cui ognuno offre sui social una versione abbellita di sé, Greta non ci prova neanche. Non si preoccupa di sembrare carina. Una sincerità che risulta estremamente potente. È l'anti-Instagram. Per questo la gente si fida di lei. Anche Bernie è così".
Parte della forza della sua allieva Alexandria Ocasio-Cortez, invece, si deve anche ai social...
"Infatti si completano a vicenda. Anche nel suo caso però capisci che non parla per ambizione personale. Dice "noi", non "io". In Iowa ha esordito così: 'Io non conosco voi, voi non conoscete me. Cerchiamo un terreno comune'. Un'onestà che va oltre l'ego e risuona tra chi l'ascolta. E che va oltre la politica. Di recente a Londra i quattro finalisti del Turner Prize, il più importante premio artistico britannico, hanno chiesto e ottenuto di essere premiati come un collettivo. Non andremo da nessuna parte se continuiamo a inseguire il mito dell'eroe solitario. La domanda è se lo capiremo prima di un'ulteriore rimonta fascista".
Tornando all'ambiente, in un libro Jonathan Safran Foer propone invece soluzioni individuali, tipo dimezzare i consumi di carne. È d'accordo? Lei come si comporta?
"Le scelte individuali contano. Allineandoci con i nostri valori, ci fanno sentire più forti. È il motivo per cui Greta è venuta in barca. Io stessa, per la disperazione dei miei editori stranieri, prendo molti meno aerei di prima. Foer rivendica l'importanza delle scelte individuali (tipo riciclare o uno stile di vita più rispettoso), che però hanno dimostrato i loro limiti. Greta, che pure dà un forte esempio personale, ha ben chiaro che la sua forza sta nel motivare milioni di giovani. Temo che Foer abbia meno chiara la dimensione collettiva dell'azione".
Sul Venerdì del 27 dicembre 2019