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L’installazione Ludwig van Beethoven. Inno alla gioia di Ottmar Hörl di fronte al monumento dedicato al compositore a Bonn (Picture Alliance via Getty Images) 

Beethoven: un mito a tutto volume

Nel 2020 per il suo 250° compleanno verrà celebrato alla grandissima. Noi abbiamo cercato di capire se davvero abbia avuto una infanzia difficile. E soprattutto perché «Beethoven!» non muore mai
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Nella natìa Bonn è partita la settimana scorsa una mostra monstre e per il 2020 hanno già pronti 365 eventi, uno al giorno. Celebrazioni extralarge. A misura di Grande Germania. Per l'Anno Beethoven sono stati stanziati 42 milioni di euro. Ma anche Vienna - dove il Sommo divenne Sommo, morì e fu sepolto - sta scaldando i motori. E poi Londra, Parigi, Milano, New York, Shanghai, concerti, dischi, convegni. Certo, stavolta la ricorrenza - 250 anni dalla nascita   - non è proprio tonda tonda. Diciamo tondeggiante. Ma non importa. Ormai basta che il numero finisca con uno zero - alle brutte pure con un cinque - e il gran bazar, il global market degli anniversari si rimette in moto. Smisurato, ubiquo, irrefrenabile.

E pensare che, proprio in fatto di date, il festeggiato avrebbe oggi forse qualcosa da eccepire. Sì, perché per quasi tutta la vita Beethoven rimase convinto di essere nato non il 17 dicembre 1770, bensì due an…
Nella natìa Bonn è partita la settimana scorsa una mostra monstre e per il 2020 hanno già pronti 365 eventi, uno al giorno. Celebrazioni extralarge. A misura di Grande Germania. Per l'Anno Beethoven sono stati stanziati 42 milioni di euro. Ma anche Vienna - dove il Sommo divenne Sommo, morì e fu sepolto - sta scaldando i motori. E poi Londra, Parigi, Milano, New York, Shanghai, concerti, dischi, convegni. Certo, stavolta la ricorrenza - 250 anni dalla nascita   - non è proprio tonda tonda. Diciamo tondeggiante. Ma non importa. Ormai basta che il numero finisca con uno zero - alle brutte pure con un cinque - e il gran bazar, il global market degli anniversari si rimette in moto. Smisurato, ubiquo, irrefrenabile.

E pensare che, proprio in fatto di date, il festeggiato avrebbe oggi forse qualcosa da eccepire. Sì, perché per quasi tutta la vita Beethoven rimase convinto di essere nato non il 17 dicembre 1770, bensì due anni dopo. Solo sul finire si arrese all'evidenza dei certificati di battesimo, mantenendo tuttavia qualche scoria di scetticismo sulla faccenda. Ma per quale motivo Herr Ludwig si limava l'età? Stando a una vecchia storiella dall'aroma quasi dickensiano, quella sua fissazione sarebbe stata l'effetto di un magheggio orchestrato dal venale papà Johann che, per accreditare il ragazzino come bimbo prodigio, un novello Mozart, ne avrebbe truccato al ribasso gli estremi anagrafici. Simpatiche affabulazioni. Fake news. La biografia beethoveniana ne è tempestata. Complice, talvolta, l'interessato.

Per esempio: mentre in mezza Europa zampillava il gossip secondo cui LvB sarebbe stato figlio illegittimo di un re di Prussia (Friedrich Wilhelm II o Federico il Grande), lui come reagiva? Incaricando per lettera l'amico Wegeler di fargli da ufficio stampa nella smentita: "Ho adottato il principio di non scrivere nulla su me stesso né di rispondere a qualsiasi cosa scrivano di me. Lascio a te il compito di rendere nota al mondo l'onestà dei miei genitori, e soprattutto quella di mia madre" recita nobilmente la missiva. Peccato che non venne mai imbucata.

Per puntellare l'immagine dell'artista-titano che trionfa sulle avversità, quella di Beethoven ci è sempre stata dipinta come un'infanzia sofferta. Una madre che lo trascurava, un padre cerbero, musico fallito e beone ( "Alla sua morte le entrate dalle tasse sugli alcolici hanno registrato un brusco calo" sghignazzò qualcuno). E anni di formazione che videro il piccolo Ludwig incatenato alle tastiere in condizioni pressoché schiavili. Oltretutto sotto il peso di due figure schiaccianti: quella del nonno, Ludwig pure lui, il musicista che ce l'aveva fatta, il Maestro di Cappella alla corte di Bonn; e quella di Mozart, l'inarrivabile Wunderkind. Insomma una situazione da Telefono Azzurro? "

Stando alle non poche carte lasciate da Beethoven non si direbbe. Non c'è mai una riga di biasimo verso i genitori" sorride Benedetta Saglietti. Storica della musica, è tra gli studiosi che meglio hanno scandagliato la maestosa quanto infida mitologia beethoveniana, svelando con verve retroscena, doppi fondi, feticismi di un culto che in due secoli ha raggiunto livelli da religione profana. Religione del genio scorbutico, anticonformista, torturato nella creazione come in amore, venerante la natura che pure non l'aveva trattato benissimo (non è bello e presto diverrà sordo), solitario ma solidale. Se però non si vergognava delle proprie origini borghesi, chiedo a Saglietti, perché Beethoven armeggiò affinché il "van" del cognome - che nell'area fiamminga, da cui la famiglia proveniva, non è indice di patriziato (vedi Vincent van Gogh, Marco van Basten...) - divenisse il "von" della nobiltà tedesca? "Perché, per quanto i suoi rapporti con l'aristocrazia fossero ambivalenti, credeva in un'aristocrazia del merito, non del sangue, e riteneva di meritarne la patente". Eppure, ai fini del successo, non ne avrebbe avuto nessun bisogno.


Quando, nel novembre 1792, Beethoven approda in città per perfezionarsi alla scuola di Haydn, Vienna è la capitale e la Wall Street della musica.Il posto dove si decidono quotazioni, fortune e disgrazie di compositori, interpreti, precettori. La concorrenza è rude. Una specie di Fight Club dalle volute rococò nel quale sgomitano più di trecento pianisti in lotta per la supremazia. "Spesso le rivalità erano a tal punto accese" racconta il biografo Maynard Solomon "che mecenati e fan dei vari artisti formavano opposte fazioni e organizzavano competizioni tra i rispettivi preferiti aizzandoli l'uno contro l'altro".

Bassetto, non arriva al metro e 65, tracagnotto, l'espressione immusonita sotto una capigliatura corvina che gli è valsa il soprannome di "Der Spanier", lo spagnolo, Ludwig non è un ragazzino prodigio, ha 21 anni, ma anche un talento mostruoso. "Quel giovanotto è in combutta col diavolo" impreca l'abate Joseph Gelinek ritirandosi sconfitto da un "duello "col nuovo arrivato. L'ascesa di Beethoven è a razzo. Però il mecenatismo aristocratico sarà per lui croce e delizia. Ne farà il pianista più concupito dalla Haute, incarcerando però, all'inizio, la sua potenza compositiva. "Non era quello che adesso definiremmo un freelance" spiega Saglietti. "Però con l'aristocrazia viennese, che fu il suo grande sponsor, maturò una relazione disinibita, commerciale ma non succube".


Al crepuscolo dell'Ancien Régime, le esibizioni beethoveniane catalizzarono le passioni di un'epoca traumatica a cavalcioni tra due secoli. Anche se non facendo numeri da stadio, ma da salotto o da teatro, scatenavano nel pubblico reazioni che - mutatis mutandis -   sembrano anticipare quelle dei maxi-concerti rock. Quando Ludwig è in scena la gente va in trance, si smarrisce in rêverie. Finito il tempo dei minuetti: la musica è ormai una cosa terribilmente seria. E accende tutta una nuova gamma di sentimenti: eroici, laceranti, esistenziali, nostalgici di armonie perdute o da conquistare. Emozioni mai provate prima, non così almeno. È qualcosa di letteralmente inaudito. E l'ascolto si eleva a mistica.

Con l'Antico regime Beethoven rompe anche nel look. Via belletti e parrucche: sulle prime, in linea con la severa moda romaneggiante, si fa tagliare i capelli à la Titus, poi però li lascia crescere selvaggi. Mentre l'abbigliamento trasandato inaugura lo stile bohémien. Quella dei suoi rapporti con la Rivoluzione francese resta comunque vexatissima quaestio. "Anche se a Bonn aveva ascoltato i comizi di qualche filo-giacobino, Beethoven non era un rivoluzionario. Però era allergico all'autorità, al sistema cortigiano. Detestava sentirsi subordinato" sintetizza Saglietti. "Complice l'ascesa imperiale di Napoleone, a cui dapprima dedica la Sinfonia "Eroica", per poi  cancellarne il nome dal frontespizio, alla Francia guardava con una certa antipatia. La sua democrazia ideale era quella inglese, lo dice nelle lettere".

Intanto è diventato un mito vivente. Il "dio sordo". I fan lo tampinano, lo studiano nei più minuti dettagli, anche indumentari:"L'aspetto di Beethoven aveva qualcosa di inusitato" scriveva nelle sue memorie il medico Gerhard von Breuning. Per poi proseguire con maniacale profusione di particolari: "Le due falde dell'abito non abbottonate, soprattutto le code del frac blu con bottoni d'ottone, si rovesciavano verso l'esterno, specie quando camminava controvento; allora svolazzavano anche i due lunghi lembi della sciarpa bianca". Le tasche del cappotto erano sempre gonfie perché contenevano il taccuino degli appunti musicali "e un quaderno di conversazione, con una grossa matita da carpentiere, per poter comunicare con amici e conoscenti". Quei quaderni della sordità diverranno per gli esegeti uno straordinario giacimento di informazioni.

Schivo, ma sensibile alle lusinghe della fama, nel 1812 Beethoven accetta di sottoporsi a un calco in gesso del volto che verrà utilizzato per un busto. Gli spalmano la pasta sulla faccia lasciando liberi soltanto gli occhi e il naso. Per permettergli di respirare gli infilano due cannule nelle narici, ma Beethoven è nervoso, si sente soffocare, perde la pazienza, sfascia tutto. Lo riportano alla calma. La seconda seduta andrà meglio. Anche da morto gli avrebbero fatto una maschera. Però attenzione, avverte Saglietti: "Quella che viene comunemente spacciata per maschera funebre del genio, quella di cui avevano una copia in casa D'Annunzio e Strindberg, e che si compra nelle gipsoteche, non è la maschera realizzata sul povero, patito cadavere di Beethoven, ma proprio quella che gli fu fatta nel '12". Alla salma venne riservato il trattamento "splatter" che, col culto delle reliquie, si applicava alle spoglie dei santi. Durante l'autopsia, si legge in un resoconto, "al fine di eseguire precisa ricognizione degli organi auditivi del Titano del regno dei suoni, già da tempo inerti, vennero segate e poi asportate le rocche petrose delle ossa temporali. Poiché l'articolazione della mandibola non aveva più sostegno, il volto era piuttosto deformato e poco somigliante a quello da vivo".

Quando morì, 26 marzo 1827, vennero chiuse le scuole e decretato il lutto nazionale. Da allora la grandezza di LvB non ha fatto che dilatarsi: "In quanto "icona", la sua figura si è prestata nella posterità a usi politici o culturali diversissimi, perfino opposti. Intendiamoci, Beethoven non è un contenitore vuoto dove puoi mettere quello che vuoi: è un dispositivo simbolico che veicola affermazioni forti". Di ogni segno. Nel Novecento avremo perciò il Ludwig "pangermanico" della propaganda nazi come quello che Radio Londra, voce degli Alleati, mette a sigla delle proprie trasmissioni. Nel '72 l'Europa adotta l'Inno alla gioiacome colonna sonora istituzionale. Ma due anni dopo a fare la stessa cosa è la piccola Rhodesia, Stato razzista quant'altri mai. Sempre nei Settanta, Beethoven viene riletto da Kubrick in chiave teppistico-grottesca: è il "Ludovico van" idolatrato dal picchiatore Alex in Arancia Meccanica (1971).

Del '77 è la versione dance della Quinta Sinfonia in La febbre del sabato sera. Nello stesso anno Beethoven è sparato dalla Nasa nello spazio profondo: ci sono anche suoi brani sul disco d'oro a bordo delle sonde Voyager che trasportano testimonianze del pianeta Terra destinate a eventuali civiltà "aliene". Nell'82 la Sony decide che la durata massima di un cd sarà di 74 minuti per farci star dentro tutta la Nona Sinfonia. Nell'89 l'Inno alla gioia  accompagna le proteste di piazza Tiananmen. Nel 2015 musicisti e cantanti dell'Opera di Magonza lo usano per stoppare una manifestazione xenofoba dell'estrema destra. Sul versante della cultura pop non poteva mancare un Ludwig ridotto a multiplo da Warhol. Ma il più adorabile di tutti resta quello in versione Peanuts. "Beethoven è la risposta!! Capisci?" urla il suo sfegatato baby-fan Schroeder a Lucy che dallo spavento si ribalta.


Chissà se LvB è la risposta a tutto. Di sicuro è il compositore che ha avvicinato più gente alla "classica". E continua a farlo.  Alzi la mano chi sulle note di una sua Sinfonia non ha mai vuto l'impulso di agitare le braccia per dirigere una filarmonica invisibile. In fondo per danzare. Danke, Ludovico van.

Chissà se LvB è la risposta a tutto. Di sicuro è il compositore che ha avvicinato più gente alla "classica". E continua a farlo.  Alzi la mano chi sulle note di una sua Sinfonia non ha mai vuto l'impulso di agitare le braccia per dirigere una filarmonica invisibile. In fondo per danzare. Danke, Ludovico van.

Sul Venerdì del 27 dicembre 2019