Quell'amore segreto di Joyce a Trieste
Raffaele Oriani , di RAFFAELE ORIANIIn un poemetto composto negli anni italiani, la passione dello scrittore per un’allieva. Chi era? Su di lei si è molto speculato. Ma ora uno studioso è sicuro di averla identificata
TRIESTE. Passeggiando nel centro di Trieste si incontrano le statue di quattro scrittori: tre sono legati alla città, il quarto è caro alla giunta di destra che la governa. Se Gabriele D'Annunzio da Pescara è diventato l'improbabile icona dei sovranisti locali, Umberto Saba e Italo Svevo qui sono nati e vissuti quasi fino alla morte. E poi c'è James Joyce, che nel principale scalo dell'Impero austro-ungarico passò dieci anni (non consecutivi) tra il 1905 e il 1920, beandosi di una polifonia di lingue e razze che precedeva di cent'anni la grande migrazione del nostro tempo. In quella città magmatica e spugnosa, italiana, slava e tedesca, in cui tutti amavano la patria "posto che sapessero qual era la loro patria", Joyce affinò il suo timbro di formidabile distruttore e creatore di mondi.
L'allora insegnante d'inglese abitò nella defilata via Bramante, da dove il 16 giugno 1915 spedì un…
L'allora insegnante d'inglese abitò nella defilata via Bramante, da dove il 16 giugno 1915 spedì un…
TRIESTE. Passeggiando nel centro di Trieste si incontrano le statue di quattro scrittori: tre sono legati alla città, il quarto è caro alla giunta di destra che la governa. Se Gabriele D'Annunzio da Pescara è diventato l'improbabile icona dei sovranisti locali, Umberto Saba e Italo Svevo qui sono nati e vissuti quasi fino alla morte. E poi c'è James Joyce, che nel principale scalo dell'Impero austro-ungarico passò dieci anni (non consecutivi) tra il 1905 e il 1920, beandosi di una polifonia di lingue e razze che precedeva di cent'anni la grande migrazione del nostro tempo. In quella città magmatica e spugnosa, italiana, slava e tedesca, in cui tutti amavano la patria "posto che sapessero qual era la loro patria", Joyce affinò il suo timbro di formidabile distruttore e creatore di mondi.
L'allora insegnante d'inglese abitò nella defilata via Bramante, da dove il 16 giugno 1915 spedì una celebre lettera al fratello Stanislaus: "Ho scritto qualcosa. Il primo capitolo del mio nuovo romanzo Ulisse è scritto" recita ora una targa che sovrasta il bar "Scaletta di Joyce" all'angolo con Scala James Joyce. Insomma, lo scrittore irlandese aveva e continua ad avere solidi legami in città: non sono pochi i turisti che ne seguono le tracce, mentre ogni estate una prestigiosa Summer School richiama a Trieste frotte di specialisti joyciani da tutto il mondo.
Sedici fogli manoscritti
A Trieste Joyce inizia l'Ulisse, finisce Gente di Dublino, scrive Esuli e riscrive il Ritratto dell'artista da giovane. Ma a Trieste ambienta una sola opera: il poemetto in prosa Giacomo Joyce, che fu pubblicato quasi trent'anni dopo la sua morte. Bisognava infatti aspettare un'altra morte: i sedici fogli manoscritti inscenano un'appassionata storia d'amore tra il maestro e una delle tante allieve private che lo emanciparono dal misero salario della Berlitz School, da lui malignamente ribattezzata Berlitz Cul (tutt'altro che un refuso per cool). Richard Ellmann, biografo e curatore dell'opera di Joyce, si fece scrupolo di tenere il manoscritto in un cassetto per non urtare la sensibilità della protagonista. È solo alla morte di quest'ultima che nel 1968 Giacomo Joyce può vedere la luce conquistandosi la prima pagina del New York Times, un lungo servizio su Life e l'insistita attenzione della critica. Ma era davvero il caso di aspettare tanto tempo? Per Ellmann non c'erano dubbi: la ragazza amata, vagheggiata e immortalata da Joyce era Amalia Popper, rampolla di un'importante famiglia ebraica triestina, che si era spenta appunto nel 1967. Per Erik Schneider, studioso americano sbarcato quarant'anni fa a Trieste dove ha fondato il locale Museo Joyce, il grande Ellmann era decisamente fuori strada: "L'identificazione con Amalia non mi ha mai convinto, ma ora so finalmente chi accese la scintilla che portò alla stesura del Giacomo Joyce". Già, chi? O meglio "Who?", come intima l'incipit del misterioso poemetto.
Occhi da antilope
Joyce a Trieste frequentò taverne e salotti, facendosi apprezzare di volta in volta per le doti di amabile conversatore o sfrenato bevitore. Andò raramente a letto presto la sera, e tra familiari, amici e conoscenti, il locale Museo Joyce presenta ben trentaquattro stelle fisse del suo planetario triestino: ci sono moglie, figli, amanti, allieve, e c'è l'imperiosa presenza del grande Italo Svevo, che di Joyce fu allievo e confidente. Ma tra i tanti nomi dell'inner circle joyciano non figura quello di Bice Ricchetti: "A settembre sono apparse sul mercato antiquario tre prime edizioni di opere giovanili di Joyce" ci spiega Erik Schneider nella quiete assai poco joyciana dell'antico Caffè Tommaseo. "Tutt'e tre hanno una dedica autografa a Beatrice Ricchetti, poi sposata Randegger, che riapre la partita dell'identificazione della protagonista del Giacomo Joyce". In parole povere, a oltre un secolo dai fatti c'è una new entry nella schiera delle allieve-amanti triestine di Joyce. E che new entry: "Bice, che non a caso agli occhi di Joyce diventa Beatrice, nasce in una delle più ricche e influenti famiglie triestine del tempo". Suo padre Ettore, avvocato, imprenditore, fervente irredentista, era stato vicesindaco, presidente della Comunità ebraica, direttore delle Assicurazioni Generali. Come mostra un ritratto della collezione Generali, oltre ai "forti tratti ebraici" aveva in comune con il padre dell'amata del Giacomo Joyce anche i "lunghi favoriti bianchi".
È l'ennesimo, forse decisivo colpo di scena in una saga critica che dura da mezzo secolo: Ellmann puntava su Amalia Popper, il saggista Roberto Curci negli anni Novanta fece il nome di Emma Cuzzi, l'anglista Renzo Crivelli un paio d'anni fa ha messo in fila Amalia, Emma e Annie Schleimer, un'altra giovane allieva con cui Joyce sognò addirittura di accasarsi. Sono tutte ragazze di buonissima famiglia, ricche, colte, e - tranne Annie - figlie di quella borghesia ebraica che prima fece grande Trieste con la sua apertura culturale e poi contribuì a rimpicciolirla con la sua dedizione nazionale. E furono tutte allieve dell'estroso insegnante di lingue: "Mia figlia ha una grandissima ammirazione per il suo maestro d'inglese" esclama in italiano il padre della protagonista del Giacomo Joyce. A Trieste Joyce ebbe molte allieve, forse molte amanti, e i poveri critici hanno sempre avuto l'imbarazzo della scelta: "Ma Amalia in quegli anni era spesso a Firenze" esclude Schneider. "Mentre l'amata del Giacomo Joyce riempie la città con la sua ossessiva presenza". Emma poi era troppo giovane, Annie di famiglia cattolica e di lingua tedesca: "La ragazza dagli "occhi d'antilope" è Bice Ricchetti, e il suo nome getta nuova luce sui tanti intrecci sociali e letterari di questo poemetto".
Per Schneider è Bice, non ci sono dubbi: "La villa dove abitava, l'irredentismo e l'ebraismo della sua famiglia, la grafia "a ragnatela" che ho ritrovato in documenti d'archivio, perfino la pelliccia di volpe che porta al collo in una foto da internata di guerra: tutto corrisponde alla descrizione che ne fa il Giacomo Joyce". E poi c'è l'archivio del Sanatorio Triestino, spulciato da Schneider fino a ritrovare il ricovero di Bice Ricchetti per un'appendicite a cavallo tra 1912 e 1913: "Operata. Il bisturi del chirurgo è affondato nelle sue viscere" si dice nel poemetto. Tutto plausibile, verosimile, praticamente vero: ma tra i joyciani l'erudizione è spesso direttamente (non inversamente, come avviene di solito) proporzionale alla passione. E così lo studioso è quasi infastidito dalla banalità del cronista che vuole prove, fatti, inequivocabili segni di riconoscimento. In realtà per Schneider basterebbero le foto inedite che ha recuperato dagli eredi inglesi della musa triestina: "Lo vede anche lei quant'è bella, misteriosa, elegante? Capisce perché gli fece perdere la testa?". Bice più di Amalia, Annie ed Emma. O forse Bice assieme a tutte le altre: "L'amata del Giacomo Joyce è probabilmente una figura composta da donne diverse, ma fu lei ad accendere la fantasia del poeta". E quasi a conferma delle sue ricerche, Schneider rivela che Bice Ricchetti, che alla vigilia della Prima guerra mondiale sposò l'inglese Henry Victor Randegger, dal 1964 riposa nel British Cemetery di Trieste. A cinquanta metri dalla tomba di Stanislaus Joyce.
Che fosse una fantasia poetica o una vicenda in carne e ossa, certo è che la storia d'amore evocata nel Giacomo Joyce finì. Come finì l'idillio di Joyce con Trieste: "Quando Yeats lo invita ad andare a Dublino finalmente libera dagli inglesi, Joyce ribatte che di città redente gliene basta una" ricorda Schneider. "E a Ezra Pound scrive che di Trieste non vuole parlare, perché de mortuis nihil nisi bonum". Siamo nel 1920 e la citazione latina vale una biblioteca di studi storici. La sua città non c'era più. Aveva provato a tornarci a guerra finita, ma il brulicante porto di mare si era trasformato in una città di provincia italiana. Molto italiana. Dopo otto mesi traslocò a Parigi. Non tornò più sui suoi passi.
Sul Venerdì del 3 gennaio 2020
L'allora insegnante d'inglese abitò nella defilata via Bramante, da dove il 16 giugno 1915 spedì una celebre lettera al fratello Stanislaus: "Ho scritto qualcosa. Il primo capitolo del mio nuovo romanzo Ulisse è scritto" recita ora una targa che sovrasta il bar "Scaletta di Joyce" all'angolo con Scala James Joyce. Insomma, lo scrittore irlandese aveva e continua ad avere solidi legami in città: non sono pochi i turisti che ne seguono le tracce, mentre ogni estate una prestigiosa Summer School richiama a Trieste frotte di specialisti joyciani da tutto il mondo.
Sedici fogli manoscritti
A Trieste Joyce inizia l'Ulisse, finisce Gente di Dublino, scrive Esuli e riscrive il Ritratto dell'artista da giovane. Ma a Trieste ambienta una sola opera: il poemetto in prosa Giacomo Joyce, che fu pubblicato quasi trent'anni dopo la sua morte. Bisognava infatti aspettare un'altra morte: i sedici fogli manoscritti inscenano un'appassionata storia d'amore tra il maestro e una delle tante allieve private che lo emanciparono dal misero salario della Berlitz School, da lui malignamente ribattezzata Berlitz Cul (tutt'altro che un refuso per cool). Richard Ellmann, biografo e curatore dell'opera di Joyce, si fece scrupolo di tenere il manoscritto in un cassetto per non urtare la sensibilità della protagonista. È solo alla morte di quest'ultima che nel 1968 Giacomo Joyce può vedere la luce conquistandosi la prima pagina del New York Times, un lungo servizio su Life e l'insistita attenzione della critica. Ma era davvero il caso di aspettare tanto tempo? Per Ellmann non c'erano dubbi: la ragazza amata, vagheggiata e immortalata da Joyce era Amalia Popper, rampolla di un'importante famiglia ebraica triestina, che si era spenta appunto nel 1967. Per Erik Schneider, studioso americano sbarcato quarant'anni fa a Trieste dove ha fondato il locale Museo Joyce, il grande Ellmann era decisamente fuori strada: "L'identificazione con Amalia non mi ha mai convinto, ma ora so finalmente chi accese la scintilla che portò alla stesura del Giacomo Joyce". Già, chi? O meglio "Who?", come intima l'incipit del misterioso poemetto.
Occhi da antilope
Joyce a Trieste frequentò taverne e salotti, facendosi apprezzare di volta in volta per le doti di amabile conversatore o sfrenato bevitore. Andò raramente a letto presto la sera, e tra familiari, amici e conoscenti, il locale Museo Joyce presenta ben trentaquattro stelle fisse del suo planetario triestino: ci sono moglie, figli, amanti, allieve, e c'è l'imperiosa presenza del grande Italo Svevo, che di Joyce fu allievo e confidente. Ma tra i tanti nomi dell'inner circle joyciano non figura quello di Bice Ricchetti: "A settembre sono apparse sul mercato antiquario tre prime edizioni di opere giovanili di Joyce" ci spiega Erik Schneider nella quiete assai poco joyciana dell'antico Caffè Tommaseo. "Tutt'e tre hanno una dedica autografa a Beatrice Ricchetti, poi sposata Randegger, che riapre la partita dell'identificazione della protagonista del Giacomo Joyce". In parole povere, a oltre un secolo dai fatti c'è una new entry nella schiera delle allieve-amanti triestine di Joyce. E che new entry: "Bice, che non a caso agli occhi di Joyce diventa Beatrice, nasce in una delle più ricche e influenti famiglie triestine del tempo". Suo padre Ettore, avvocato, imprenditore, fervente irredentista, era stato vicesindaco, presidente della Comunità ebraica, direttore delle Assicurazioni Generali. Come mostra un ritratto della collezione Generali, oltre ai "forti tratti ebraici" aveva in comune con il padre dell'amata del Giacomo Joyce anche i "lunghi favoriti bianchi".
È l'ennesimo, forse decisivo colpo di scena in una saga critica che dura da mezzo secolo: Ellmann puntava su Amalia Popper, il saggista Roberto Curci negli anni Novanta fece il nome di Emma Cuzzi, l'anglista Renzo Crivelli un paio d'anni fa ha messo in fila Amalia, Emma e Annie Schleimer, un'altra giovane allieva con cui Joyce sognò addirittura di accasarsi. Sono tutte ragazze di buonissima famiglia, ricche, colte, e - tranne Annie - figlie di quella borghesia ebraica che prima fece grande Trieste con la sua apertura culturale e poi contribuì a rimpicciolirla con la sua dedizione nazionale. E furono tutte allieve dell'estroso insegnante di lingue: "Mia figlia ha una grandissima ammirazione per il suo maestro d'inglese" esclama in italiano il padre della protagonista del Giacomo Joyce. A Trieste Joyce ebbe molte allieve, forse molte amanti, e i poveri critici hanno sempre avuto l'imbarazzo della scelta: "Ma Amalia in quegli anni era spesso a Firenze" esclude Schneider. "Mentre l'amata del Giacomo Joyce riempie la città con la sua ossessiva presenza". Emma poi era troppo giovane, Annie di famiglia cattolica e di lingua tedesca: "La ragazza dagli "occhi d'antilope" è Bice Ricchetti, e il suo nome getta nuova luce sui tanti intrecci sociali e letterari di questo poemetto".
Per Schneider è Bice, non ci sono dubbi: "La villa dove abitava, l'irredentismo e l'ebraismo della sua famiglia, la grafia "a ragnatela" che ho ritrovato in documenti d'archivio, perfino la pelliccia di volpe che porta al collo in una foto da internata di guerra: tutto corrisponde alla descrizione che ne fa il Giacomo Joyce". E poi c'è l'archivio del Sanatorio Triestino, spulciato da Schneider fino a ritrovare il ricovero di Bice Ricchetti per un'appendicite a cavallo tra 1912 e 1913: "Operata. Il bisturi del chirurgo è affondato nelle sue viscere" si dice nel poemetto. Tutto plausibile, verosimile, praticamente vero: ma tra i joyciani l'erudizione è spesso direttamente (non inversamente, come avviene di solito) proporzionale alla passione. E così lo studioso è quasi infastidito dalla banalità del cronista che vuole prove, fatti, inequivocabili segni di riconoscimento. In realtà per Schneider basterebbero le foto inedite che ha recuperato dagli eredi inglesi della musa triestina: "Lo vede anche lei quant'è bella, misteriosa, elegante? Capisce perché gli fece perdere la testa?". Bice più di Amalia, Annie ed Emma. O forse Bice assieme a tutte le altre: "L'amata del Giacomo Joyce è probabilmente una figura composta da donne diverse, ma fu lei ad accendere la fantasia del poeta". E quasi a conferma delle sue ricerche, Schneider rivela che Bice Ricchetti, che alla vigilia della Prima guerra mondiale sposò l'inglese Henry Victor Randegger, dal 1964 riposa nel British Cemetery di Trieste. A cinquanta metri dalla tomba di Stanislaus Joyce.
Che fosse una fantasia poetica o una vicenda in carne e ossa, certo è che la storia d'amore evocata nel Giacomo Joyce finì. Come finì l'idillio di Joyce con Trieste: "Quando Yeats lo invita ad andare a Dublino finalmente libera dagli inglesi, Joyce ribatte che di città redente gliene basta una" ricorda Schneider. "E a Ezra Pound scrive che di Trieste non vuole parlare, perché de mortuis nihil nisi bonum". Siamo nel 1920 e la citazione latina vale una biblioteca di studi storici. La sua città non c'era più. Aveva provato a tornarci a guerra finita, ma il brulicante porto di mare si era trasformato in una città di provincia italiana. Molto italiana. Dopo otto mesi traslocò a Parigi. Non tornò più sui suoi passi.
Sul Venerdì del 3 gennaio 2020