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L'allenatore del Manchester City Pep Guardiola con la FA Cup vinta l'anno scorso, durante la parata per festeggiare il trofeo (Matt McNulty/ Manchester City FC via Getty Images) 

Manchester, beati gli ultimi

Vent'anni fa il City era in serie C. A novembre è diventato il club di calcio più ricco del mondo, grazie agli emiri e ai nuovi investitori americani. Ma, sorpresa: a molti tifosi tutto questo non piace. "Tradito il nostro spirito"
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La squadra di calcio più ricca del mondo vent'anni fa giocava in serie C. Era fine maggio, e a due minuti dalla fine dello spareggio per la promozione, perdeva 2-0 contro il Gillingham. Circa un migliaio di gol più tardi, compresi i due che quella sera del 1999 a Wembley servirono per pareggiare nei 5 minuti di recupero (e poi vincere ai rigori), il Manchester City vale 4 miliardi e 800 milioni di dollari - e per inciso il Gilligham è ancora in serie C. Non è una di quelle quotazioni astratte con cui amiamo far classifiche, ma un verdetto del mercato, scritto nell'istante in cui il fondo statunitense di private equity Silver Lake, lo scorso 27 novembre, ha comprato per 500 milioni di dollari una quota di poco superiore al 10% della società proprietaria del club. Per Forbes solo i Dallas Cowboy - football americano - valgono di più: 5 miliardi e mezzo. Ma nessuno è mai passato in Texas a staccare un assegno per rendere tutto meno…
La squadra di calcio più ricca del mondo vent'anni fa giocava in serie C. Era fine maggio, e a due minuti dalla fine dello spareggio per la promozione, perdeva 2-0 contro il Gillingham. Circa un migliaio di gol più tardi, compresi i due che quella sera del 1999 a Wembley servirono per pareggiare nei 5 minuti di recupero (e poi vincere ai rigori), il Manchester City vale 4 miliardi e 800 milioni di dollari - e per inciso il Gilligham è ancora in serie C. Non è una di quelle quotazioni astratte con cui amiamo far classifiche, ma un verdetto del mercato, scritto nell'istante in cui il fondo statunitense di private equity Silver Lake, lo scorso 27 novembre, ha comprato per 500 milioni di dollari una quota di poco superiore al 10% della società proprietaria del club. Per Forbes solo i Dallas Cowboy - football americano - valgono di più: 5 miliardi e mezzo. Ma nessuno è mai passato in Texas a staccare un assegno per rendere tutto meno teorico.

Perché proprio loro
La data chiave per leggere dentro la più incredibile metamorfosi di una squadra di calcio è il 2008, anno in cui a Manchester si presenta con 210 milioni di sterline Mansour bin Zayed Al Nahyan, miliardario della famiglia regnante di Abu Dhabi, con la promessa di "fare qualcosa che non si è mai visto prima". Poteva scegliere l'Everton o poteva comprarsi il Newcastle, le due squadre a cui si era interessato scoprendo un mucchio di intoppi di natura burocratica. Scelse invece il Manchester City perché il proprietario thailandese Thaksin Shinawatra, ex primo ministro deposto, aveva una certa urgenza di liberarsi dell'affare. Scelse il City perché aveva un nuovo stadio e dei terreni liberi là attorno, perché aveva una comunità di tifosi riconoscibile e solida, soprattutto perché aveva una rivalità da cui partire, una contrapposizione su cui giocare, un avversario cittadino come il Manchester United, che il mercoledì precedente quella famosa partita del 1999 aveva appena vinto la Coppa dei Campioni.

Il risiko del pallone
Il City Football Group (CFG) è diventato nel frattempo una holding che chiude il proprio esercizio in positivo da cinque anni, con un utile al 30 giugno scorso pari a 10 milioni e 100 mila sterline. È una controllata dell'Abu Dhabi United Group e possiede il New York City nel campionato statunitense, il Melbourne City in quello australiano, il Torque in Uruguay, quote del Girona in Spagna, degli Yokohama Marinos in Giappone, e da poche settimane il 65% del Mumbai City in India. Un risiko che ha stravolto l'identità del Manchester. All'arrivo di Mansour, il City aveva 250 club di tifosi, di cui soltanto 6 fuori dall'Inghilterra. Oggi il 50 per cento è fuori dal Paese: in America, Indonesia, Vietnam, Singapore, Cina, due sono in Costa Rica. Quando il dirigente incaricato volò a New York per un'amichevole con il Liverpool, scoprì che durante le sue undici ore di volo dall'Europa c'era gente che se ne era fatte altrettante in macchina per arrivare allo stadio da ogni punto dell'America.

"Non è più la nostra squadra"
È questo l'istante a cui si fa risalire la mutazione genetica del club, la sua nuova vocazione globale ed extra cittadina. Il punto è che questa storia non è andata giù a quelli di Manchester. Il massimo portavoce del dissenso è lo scrittore Colin Shindler, diventato popolare con il libro di memorie La mia vita rovinata dal Manchester United. Quando lo pubblicò, mai avrebbe immaginato di farlo seguire da Il Manchester City mi ha rovinato la vita. La sua tesi è che si sia perso il forte senso d'appartenenza di una volta, radicato intorno al vecchio stadio di Maine Road, un fungo tra i palazzi, poi abbattuto. "Io penso che la vecchia generazione di tifosi" ha detto anni fa "senta un distacco emozionale con la proprietà araba, come se avessero reciso i nostri legami con il club. È una squadra forte, certo, ma è come se vincesse la squadra di un altro".

Le aree di Collyhurst, Ancoats e New Islington, dalle quali un tempo si scappava, negli 11 anni di proprietà di Mansour sono rifiorite. Un appartamento può costare anche un milione di sterline. Shindler e il partito degli shindleriani rimpiangono i tempi dei giocatori fatti in casa, i mancunian, e si chiedono se sia sano sentir parlare il loro allenatore Guardiola di diritti per la Catalogna senza che mai dica una parola sui detenuti politici di Abu Dhabi, sulla condizione femminile nel paese e sui legami con Hamas. Amnesty International ha definito l'enorme investimento degli Emirati Arabi Uniti nel Manchester City come uno dei tentativi più sfacciati di lavare attraverso lo sport l'immagine profondamente offuscata di un Paese.

Una vita da sfigati
L'immagine antica e perduta del Manchester City era invece legata a un senso ineluttabile di sconfitta, alla lotta impossibile contro un certo destino da eterni sfortunati, a un modo di dire - "tipical City" - con cui si commentavano i più atroci misfatti della squadra. Fu "tipical City" per esempio la retrocessione del 1996 all'ultima giornata, quando la squadra rimonta due gol al Liverpool e si sente certa di avercela fatta perché intanto il Coventry sta perdendo. Così l'allenatore urla dalla panchina di non scoprirsi, di smetterla di attaccare, di proteggere il risultato. Salvo scoprire, mentre perdono tempo col pallone vicino alla bandierina del calcio d'angolo, che le informazioni sono sbagliate e i calcoli errati. Il tempo finisce e si trovano in B per differenza reti. Può mai un romantico non amare tutto questo? È un trauma scoprirsi allo specchio Paperone dopo essersi riconosciuti a lungo in Paperino. Per i ragazzini di Manchester, gli sfigati oggi sono quelli dello United. Tutti amano i perdenti, meno simpatico è il City che deve difendersi dalle accuse di doping finanziario, aver cioè camuffato da sponsorizzazioni le iniezioni di danaro della proprietà, una pratica vietata dal fair play finanziario dell'Uefa. Ma il City non è più di Manchester, o almeno non solo.

Il documentario di Amazon Prime All or Nothing che racconta la vita della squadra dietro le quinte è un altro segno di come il calcio stia modificando la sua platea, dividendola in tifosi (locali) e clienti (internazionali). Il City è tra i capofila di questa visione. Il rivale non è più lo United, ma tutti insieme il Real Madrid, i Dallas Cowboys, i Lakers, gli e-sports e il Trono di Spade. Il City ha una app che gioca con la realtà aumentata per dare l'impressione ai tifosi di essere lì, ovunque si trovino nel mondo, lí sul pullman della squadra che gira per la città e solleva i trofei alla folla. C'è un'app anche per i tifosi dai 7 agli 11 anni: si commenta solo con gli emoticons.

In campo la finanza Usa
È questo il quadro di uno sport molto cambiato nel quale si aggiunge l'ingresso di Silver Lake, già investitori in aziende legate alla tecnologia o all'intrattenimento: Alibaba, Dell, Skype, Hollywood Endeavour. Il loro arrivo porta a sette i club della Premier con una partecipazione legata agli Stati Uniti. È l'ultimo segnale di un'attenzione da parte della finanza americana al calcio, in vista della rivoluzione che sott'acqua, e nemmeno più tanto, si prepara. Il calcio delle franchigie. La Superlega europea. Comcast ha comprato Sky, il fondo CVC è pronto a spalleggiare il progetto di Real Madrid e FIFA per un torneo privato, Amazon si interessa al mercato dei diritti tv e nel mondo dell'editoria è arrivato con capitali americani The Athletic, una specie di Netflix della narrazione sportiva che sta sfidando i media britannici più tradizionali. Se l'America si muove è perché fiuta profumo di business. I club inglesi sono quasi tutti contrari alla Superlega. La vedono come un'insidia che punta a succhiare danaro alla Premier. Il City è tra i più favorevoli, gli shindleriani direbbero perché ormai è più spostato verso i clienti che verso i tifosi, è meno Manchester e più World.

C'è una sola incognita nel progetto e si chiama Guardiola, l'icona del bel gioco spendibile sul mercato globale del footentainment. Il City ha prodotto i cinque sesti dei suoi ricavi recenti con lui in panchina. Solo che Guardiola è stanco. Vuole nuove avventure. Potrebbe sembrare una cosa romantica. Ma non andrà al Gillingham.

Sul Venerdì del 3 gennaio 2020