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Bettino Craxi nella sua villa a Hammamet nel 1995 (Mondadori Portfolio) 

Quel pomeriggio di un giorno da Craxi

1996, Hotel Sheraton di Hammamet. Da un'intervista mancata nasce un monologo in cui l'ex leader socialista sostiene di essere vittima di un complotto. Ordito dall'America a cui si era insubordinato
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Il cielo era grigio. Il mare mosso. La spiaggia vuota. Bettino Craxi – quel pomeriggio di ottobre, anno 1996 – arrivò all’Hotel Sheraton di Hammamet su un fuoristrada nero guidato dal figlio Bobo, con mezz’ora di ritardo, la sigaretta accesa in una mano, il pacchetto vuoto nell’altra. Scese zoppicando. Indossava pantaloni blu, una camicia chiara, scarpe di tela.

Dovevamo discutere di una intervista per Rai2, su Mani pulite che stava per compiere cinque anni. Andammo a sederci in una saletta dell’hotel, dove arrivarono di corsa due camerieri che lo chiamavano “Monsieur le President” e venne il direttore per un benvenuto con molti inchini. Lui ordinò un pacchetto di Marlboro e una bottiglia di acqua. I due camerieri e il direttore si dileguarono. Sedendosi mi disse che in quanto all’intervista voleva conoscere in anticipo le domande, riascoltare la registrazione delle risposte, decidere i tagli, approvare il montaggio …
Il cielo era grigio. Il mare mosso. La spiaggia vuota. Bettino Craxi – quel pomeriggio di ottobre, anno 1996 – arrivò all’Hotel Sheraton di Hammamet su un fuoristrada nero guidato dal figlio Bobo, con mezz’ora di ritardo, la sigaretta accesa in una mano, il pacchetto vuoto nell’altra. Scese zoppicando. Indossava pantaloni blu, una camicia chiara, scarpe di tela.

Dovevamo discutere di una intervista per Rai2, su Mani pulite che stava per compiere cinque anni. Andammo a sederci in una saletta dell’hotel, dove arrivarono di corsa due camerieri che lo chiamavano “Monsieur le President” e venne il direttore per un benvenuto con molti inchini. Lui ordinò un pacchetto di Marlboro e una bottiglia di acqua. I due camerieri e il direttore si dileguarono. Sedendosi mi disse che in quanto all’intervista voleva conoscere in anticipo le domande, riascoltare la registrazione delle risposte, decidere i tagli, approvare il montaggio finale. Tutto qui? Non era l’inizio di una trattativa, erano le sue condizioni definitive. Perciò la questione venne risolta nei primi minuti, niente intervista. Ma siccome aveva voglia di parlare, quando arrivarono il cameriere, l’acqua e le sigarette, si mise comodo sulla poltrona rossa, concedendosi una lunga pausa: «Ora ti racconto come stanno le cose».

Senza alcuna esitazione disse che l’intera operazione di Mani pulite era un complotto ai suoi danni, per fermare in primo luogo la sua corsa al Quirinale, e poi distruggerlo politicamente. Un pezzo del complotto era italiano, aveva la condiscendenza di Giulio Andreotti e dei comunisti di Achille Occhetto e Luciano Violante. Ma la fetta più grossa dell’operazione stava a Washington, dove il presidente Ronald Reagan aveva giurato di fargli pagare l’insubordinazione di Sigonella, quando i carabinieri schierati sulla pista dell’aeroporto siciliano impedirono alla Delta Force di catturare il palestinese Abu Abbas, responsabile del sequestro della nave Achille Lauro, atterrato su un aereo dirottato in volo dai caccia americani. Un atto di pirateria che avrebbe compromesso la sovranità italiana. E al quale Craxi, da presidente del Consiglio, si oppose alla fine di una giornata piena di colpi di scena.  

Peccato che i fatti di Sigonella risalissero al settembre del 1985, cioè sette anni prima del primo arresto di Mani pulite, il mariuolo Mario Chiesa, un arco di tempo incongruo a giustificare la rappresaglia che avrebbe dovuto rimediare a quella lontana disubbidienza. Ma Craxi scacciava le obiezioni con un piccolo gesto della mano, come si fa con le mosche. Disse che considerava Antonio Di Pietro metà poliziotto metà spione, in mano all’intelligence americana. Non un magistrato, ma una pedina. Usata per perfezionare il rendiconto politico, sotto la forma coercitiva di un’inchiesta piena di buchi, false prove, omissioni. Disse che la campagna di stampa contro di lui era un’infamia. Il silenzio dei socialisti un tradimento alla loro storia. La tremante resa dei democristiani una diserzione. I furori leghisti, con il cappio esibito in Parlamento, una canagliata fascista.

Continuava a professarsi libero, libertario e socialista. Persuaso che, maneggiando in prima persona il primato della politica, non poteva accettare di sottomettersi alle trame e ai ricatti del potere giudiziario. Per questo non riusciva neanche lontanamente a concepire le tangenti come un reato. Per lui erano uno strumento politico che usavano tutti partiti, come aveva rivendicato alla Camera, sfidando i deputati a smentirlo, se ne avessero avuto il coraggio. E quel giorno di tre anni prima, nessuno aveva fiatato.

E comunque i soldi erano un dettaglio di cui si occupava il meno possibile. Salvo usarli per solidarietà internazionalista, aiutare i palestinesi di Arafat a conquistarsi una patria, finanziare Lech Walesa e la sua Solidarnosc in lotta contro l’oppressione comunista di Mosca. Non era un tesoriere di spiccioli, ma uno statista dedito all’alta politica. Perciò nulla sapeva dei miliardi di lire versati da Berlusconi sul conto All Iberian. Niente dei 150 miliardi della maxitangente Enimont. Niente dei 54 miliardi transitati sui conti Constellation, Gold Coast, Northern Holding, rintracciati dai magistrati, e poi spariti nel nulla. Niente dei conti segreti a Hong Kong. Niente neppure delle case comprate in Spagna, con i soldi delle tangenti socialiste, ad Ania Pieroni, la sua amante. Quanto ai milioni che l’architetto Silvano Larini gli portava ogni settimana in contanti, avvolti in fogli di giornali, erano questioni di cui si occupava Enza, la sua segretaria.

Parlava lento con lunghe digressioni. Intanto fumava una sigaretta dopo l’altra, buttando la cenere per terra e poi anche i mozziconi accesi. Se ne fregava dei medici che gli avevano proibito di fumare. E se ne fregava della buona educazione.

Aveva un elenco preciso dei suoi nemici più urticanti. I tre nomi in cima alla lista erano quelli di Oscar Luigi Scalfaro, Francesco Saverio Borrelli e Giuliano Amato. I primi due – il presidente della Repubblica e il procuratore capo di Milano – perché erano la parte attiva del complotto; Giuliano Amato, un tempo il suo pupillo, perché, insediandosi a Palazzo Chigi, lo aveva pugnalato alla schiena ed era sparito senza una parola, senza una telefonata, temendo persino la sua ombra.

Non volle parlare di Claudio Martelli, scomparso anche lui nel nulla, nonostante fosse stato il suo migliore amico, quello che ai tempi d’oro poteva aprirgli il frigorifero di casa. Né di Silvio Berlusconi, che i frigoriferi glieli regalava.

Divagò sul diabete che lo stava consumando. Cominciò a raccontare di quando 25 anni prima prendeva il tram per andare nella sua prima sezione socialista a Sesto San Giovanni, quando era giovane e senza soldi.  Sembrava commosso dal suo passato e forse anche da quella antica purezza. Chiese se il Parco Solari, sotto casa sua a Milano, fosse già ingiallito dall’autunno. E si guardava in giro spaesato, fissando il mare ventoso, le palme, le nuvole in transito.

Era pieno di collera e di nostalgia, di forza e di rassegnazione. Ma specialmente voleva credere, fortissimamente credere, che la sua grande storia era stata interrotta da cause ancora più grandi: il Quirinale, il Medio Oriente, l’America, i Comunisti, il Potere.

Non poteva rassegnarsi, in quella latitanza che lui chiamava esilio, all’idea di essere inseguito da guardie che lo consideravano, banalmente, un ladro che in meno di trent’anni si era rubato tutto, anche l’onore dei socialisti, il loro secolo di storia. Per questo non avrebbe mai chiesto né clemenza né grazia. La sua immunità politica valeva il prezzo della libertà negata. Era un ricatto: non lo accettava.  

Disse che avrebbe scritto per intero la sua storia e tutte le sue clamorose verità sull’inchiesta. Finì l’acqua e finì le sigarette. Senza mai offrire né l’una, né le altre. Alzandosi disse: «Non credo che ci rivedremo».

Sul Venerdì del 3 gennaio 2020