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Luca Filippi e Pierfrancesco Favino in una scena di Hammamet di Gianni Amelio. Il film uscirà il 9 gennaio, dieci giorni prima del ventennale della morte di Craxi 

Pierfrancesco Favino: “La mia guerra con Bettino Craxi”

Ore di trucco e di studio: così l'attore è diventato Craxi in Hammamet. Impossibile distinguerlo dall'originale: "Non lo amavo, ma è stato l'ultimo grande politico italiano"
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ROMA. Promette bene, Pierfrancesco Favino, che da mesi, prima con le foto di scena e poi con il trailer di Hammamet, stupisce tutti per la sua somiglianza, una vera mimesi, con Bettino Craxi. Promette bene perché dice che gli attori dovrebbero starsene zitti, per lasciare allo spettatore la libertà di proiettare le sue visioni sullo schermo: "Lo spettatore fa un sacco di lavoro,  solo che bisogna consentirgli di farlo".

Aggiunge che lui non è uno storico, né un politico, quindi le sue idee su Tangentopoli, il Psi e dintorni sono poco interessanti. Understatement vecchia scuola: il sogno proibito di ogni intervistatore. Hammamet di Gianni Amelio, che esce il 9 gennaio, a dieci giorni dal ventennale della morte di Craxi, racconta gli ultimi sei mesi di esilio, o latitanza, dell'ex premier socialista, ormai sconfitto, nella sua villa tunisina.

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In quella stessa villa, utilizzata per le riprese, …
ROMA. Promette bene, Pierfrancesco Favino, che da mesi, prima con le foto di scena e poi con il trailer di Hammamet, stupisce tutti per la sua somiglianza, una vera mimesi, con Bettino Craxi. Promette bene perché dice che gli attori dovrebbero starsene zitti, per lasciare allo spettatore la libertà di proiettare le sue visioni sullo schermo: "Lo spettatore fa un sacco di lavoro,  solo che bisogna consentirgli di farlo".

Aggiunge che lui non è uno storico, né un politico, quindi le sue idee su Tangentopoli, il Psi e dintorni sono poco interessanti. Understatement vecchia scuola: il sogno proibito di ogni intervistatore. Hammamet di Gianni Amelio, che esce il 9 gennaio, a dieci giorni dal ventennale della morte di Craxi, racconta gli ultimi sei mesi di esilio, o latitanza, dell'ex premier socialista, ormai sconfitto, nella sua villa tunisina.

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In quella stessa villa, utilizzata per le riprese, Favino ha sperimentato dal vivo gli effetti sconcertanti del make up prostetico. Visto che l'operazione richiedeva cinque ore e mezza, aveva chiesto alla produzione una sala trucco a domicilio, per strappare qualche minuto di sonno in più allo sterminato impegno quotidiano, quindi sul set arrivava già con la maschera, e succedeva qualcosa: "In un paio di giorni mi sono accorto di suscitare una certa soggezione nella troupe, gente con cui lavoro da anni. C'era anche una forma imbarazzante di riverenza, quindi ho capito che sull'autorevolezza non dovevo lavorare: era garantita dal mio aspetto".

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Nell'anno in cui ne ha compiuti cinquanta, Favino s'è cimentato in due mimesi straordinarie. Prima di Craxi ha affrontato Tommaso Buscetta per Il traditore: all'inizio Marco Bellocchio non era persuaso, l'ha sottoposto a due provini, poi si è dichiarato molto soddisfatto. Amelio invece l'ha aspettato sei mesi, convinto che solo lui era giusto. "Non so se Marco non mi vedesse nel ruolo o avesse bisogno di qualcuno che poteva portarlo verso un materiale percepito come distante; penso che Il traditore sia uno di quei film in cui intuisci il percorso dopo aver trovato l'attore. E Marco è un pittore: prima di scegliere ha bisogno di vedere, toccare".

In questo virtuosismo mimetico Favino non ravvisa gravi rischi. Certo, Craxi un po' di paura gliela faceva perché è ancora presentissimo nella memoria collettiva, e per questo si è lavorato così tanto sulla somiglianza, ma anche se ha fatto un paio di biopic, e interpretato personaggi reali e stranoti, da Bartali a Di Vittorio, da Pinelli a Clay Ragazzoni, non teme di diventare uno specialista del genere. "Non credo che il pubblico mi consideri un imitatore".

La questione della mimesi non si esaurisce qui, perché lui fiuta odor di razzismo nei confronti dell'imitazione. "Ho fatto l'Accademia nazionale d'arte drammatica con un signore chiamato Orazio Costa che ha costruito un metodo sulla mimesi, e lo stesso Ronconi ci invitava ad andare per strada, imitare gente. E pure Monicelli diceva agli sceneggiatori di prendere la metro. Il mondo circostante non è cosa da non tener presente nelle sue varie manifestazioni, anzi: dai comportamenti, il movimento, i gesti, il modo di parlare delle persone si ha almeno una sensazione di come sono, se non di chi sono profondamente. Noi poi veniamo da una tradizione profonda, latina, di travestimento, non di trasformazione, ma da qualche tempo abbiamo deciso di comprare come nostra una modalità non proprio nostra: quella dell'Actors Studio. Che è stato abilissimo, perché da quarant'anni e più sembra che solo quella sia la recitazione. È come se fosse circolato un pensiero per cui entrare nel personaggio è l'unica forma stimabile di recitazione. Ora: si può entrare, sempre che il personaggio lo consenta, ma lo spunto non può che essere la natura, quello che è fuori da noi, che dobbiamo osservare per diventare empatici con le motivazioni del nostro personaggio".

Un suo amico regista che ha lavorato con un attore inglese e un americano gli ha spiegato la differenza sostanziale fra i metodi del Vecchio e del Nuovo Mondo: il primo usava anche l'ironia per entrare nel ruolo, l'altro, già sei mesi prima delle riprese, si vestiva come il suo personaggio. Anche Favino, che ha dato la voce italiana al Lincoln di Spielberg, ha un aneddoto rivelatore: "Quando girava il film, Daniel Day-Lewis, si firmava negli sms Il Presidente".
Indipendentemente dal metodo, diventare Craxi è stato un lavoraccio.

Favino si è chiuso nel suo studio guardando e riguardando, col sonoro e senza, i materiali dell'epoca, con una particolare attenzione al respiro che, dice, è la radice della voce, del battito del cuore, della pesantezza, dello stato del corpo, dell'emozione. Ha visionato le interviste scintillanti dei giorni felici e quelle meste degli ultimi tempi, concesse a qualsiasi tv. Per cogliere ogni sfumatura della voce, che a Milano era di un tipo e a Hammamet, minata dagli acciacchi, un'altra, si è comprato delle sensibilissime cuffie australiane. Ha tralasciato le storiche pause dell'eloquio craxiano, perfezionato al Piccolo Teatro, perché avrebbero stroncato i tempi cinematografici e perché, quella sì, sarebbe stata una banale imitazione. Ma si è impuntato su una ricorrente rotazione della testa: "Era di sicuro anche un vezzo, perché lui sembrava sempre avere l'interezza del pensiero nel cervello, ma cercandola anche fuori". Poi ha saputo dall'ottico di Craxi, scovato per caso, che era un effetto delle lenti progressive: "Se avesse guardato solo di lato, l'immagine sarebbe risultata sfocata, invece, ruotando bene la testa, l'immagine rimaneva al centro, a fuoco". E tutto questo Favino l'ha scoperto soltanto perché anche lui è dovuto ricorrere alle lenti progressive.

Il risultato di tanta cura è che ce ne vuole per capire che la scena inziale - Craxi parla al Congresso del Psi all'Ansaldo con le scene di Panseca - non è repertorio del 1989, ma cinema. Quando stava per girare La Caduta. Gli ultimi giorni di Hitler, l'idea di interpretare il male assoluto inquietava Bruno Ganz, che però trovò pace alla prima seduta di trucco: capì che diventava Hitler quando si metteva i baffi e tornava a essere Herr Ganz quando se li toglieva per andare a casa. Sebbene protagonista ancora oggi di accese discussioni - criminale della politica o vittima della giustizia? - Bettino Craxi non è inquietante come Hitler, ma anche per Favino c'era un rituale preciso, per entrare e uscire dalla dimensione craxiana: l'applicazione delle sopracciglia e degli occhiali.

All'epoca delle monetine al Raphaël, il ventenne Pierfrancesco che voleva cambiare il mondo non aveva in simpatia il Psi e il suo leader. Poi, preparandosi a interpretarlo, ha capito due o tre cose: "Tangentopoli è stata la perdita dell'innocenza della mia generazione, la consapevolezza che non avremmo avuto il futuro che volevamo. Ma è anche impressionante la velocità con cui si è cancellata una statura, una responsabilità e, se vogliamo, una retorica politica quasi ottocentesca che allora in Parlamento c'era ancora. Si può dire di tutto di Craxi, ma è stato l'ultimo grande politico italiano. Io mi sono occupato solo dell'aspetto umano, quindi mi sono chiesto che cosa voleva dire essere un leader nell'Italia di allora, molto più rilevante sul piano internazionale. Un uomo così forte poteva confessare a qualcuno le sue debolezze, le delusioni, le preoccupazioni per il futuro, per i figli? Non credo, sarebbe stato un fallimento".

Insomma, l'orgoglio, la hybris come male necessario? Risponde  che quegli anni hanno messo fine anche al valore della parola reputazione: "Nella vita di tantissime persone dell'epoca, normali come mio padre, avere la reputazione macchiata era un'onta irrimediabile. Fra gli indagati di Mani pulite c'è anche chi si è suicidato per dignità".

In questo presente meno eroico, ammesso che quel passato lo fosse davvero, Favino ha girato i suoi due film forse più importanti con un ultrasettantente e un ottantenne, che gli hanno dato maggior fiducia degli autori più giovani: "Mi pare che da tempo non si scriva più per l'interprete, ma spesso per l'attore che è già il ruolo, non è un attore, ma una mentalità. Abbiamo avuto una scuola di sceneggiatori grandissimi perché potevano scrivere parti che poi attori avrebbero interpretato in maniera diversa, se invece si appiattisce il ragionamento e si confonde fra storia e nevrosi...  Comunque i due grandi vecchi registi, da cui ho imparato tantissimo, mi hanno chiamato dopo Sanremo. I produttori avranno pensato che era una buona cassa di risonanza".

Favino è forse l'attore italiano più hollywoodiano della sua generazione (otto produzioni Usa), ma ammette che molto è frutto del caso, dei rapporti che si creano, e del fatto che da ragazzino ha sfinito i genitori per farsi mandare a Londra a imparare l'inglese. È bravo, ma non sa bene come ci si accorge di essere un bravo attore. "Tre volte m'è successo di non sapere dov'ero, di perdere la nozione del tempo: non so se quello è quel che chiamano stato di grazia, trasfigurazione. La prima volta in Accademia a lezione con Costa: seduti a semicerchio con le gambe incrociate, ognuno doveva andare in centro, dire due battute di qualsiasi personaggio dell'Amleto e tornare al suo posto; mi alzai, le dissi e mi rimisi seduto vicino a Fabrizio Gifuni, che però mi guardava con faccia stranissima. Gli chiesi perché: rispose che prima non ero io". Poi mi è successo alle prove in inglese di The Tin Can People di Edward Bond, e dopo ancora a una replica di La notte poco prima delle foreste di Koltès in cui stavo male. Al cinema è più difficile, ma a pensarci bene anche in Hammamet c'è un momento così: quando racconto un sogno".

Sul Venerdì del 3 gennaio 2020