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(Shutterstock) 

Quando Einstein e Houdini finirono sotto i ferri

Un saggio racconta 29 operazioni celebri. Inclusa quella in cui l'aorta del fisico fu avvolta nel cellophane. Mentre altre volte è finita male anche un'appendicite
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Il fenomenale Harry Houdini aveva sfidato sul palco la morte liberandosi da lucchetti, bauli e camicie di forza nelle circostanze più proibitive, ma la sua fine fu tutto tranne che spettacolare. Il 22 ottobre 1926 ricevette in visita, nel suo camerino al teatro di Montreal, tre studenti: uno di loro, Gordon Whitehead, chiese a Houdini se fosse vero che poteva sopportare qualsiasi colpo allo stomaco - un numero che spesso l'illusionista metteva in scena - e Houdini lo invitò a colpirlo. Whitehead gli tirò tre forti pugni all'addome. Houdini non fece in tempo a irrigidire i muscoli addominali, e accusò i colpi. Il giorno dopo partì per Detroit, dove aveva un altro spettacolo. Aveva mandato un telegramma chiedendo di vedere un medico al suo arrivo, ma non ebbe tempo per la visita. Febbricitante, iniziò l'ultimo show della sua vita e poi corse in ospedale, dove gli fu diagnosticata un'appendicite.

"Fu operato tre giorni dopo,…
Il fenomenale Harry Houdini aveva sfidato sul palco la morte liberandosi da lucchetti, bauli e camicie di forza nelle circostanze più proibitive, ma la sua fine fu tutto tranne che spettacolare. Il 22 ottobre 1926 ricevette in visita, nel suo camerino al teatro di Montreal, tre studenti: uno di loro, Gordon Whitehead, chiese a Houdini se fosse vero che poteva sopportare qualsiasi colpo allo stomaco - un numero che spesso l'illusionista metteva in scena - e Houdini lo invitò a colpirlo. Whitehead gli tirò tre forti pugni all'addome. Houdini non fece in tempo a irrigidire i muscoli addominali, e accusò i colpi. Il giorno dopo partì per Detroit, dove aveva un altro spettacolo. Aveva mandato un telegramma chiedendo di vedere un medico al suo arrivo, ma non ebbe tempo per la visita. Febbricitante, iniziò l'ultimo show della sua vita e poi corse in ospedale, dove gli fu diagnosticata un'appendicite.

"Fu operato tre giorni dopo, e il chirurgo constatò che l'appendicite aveva causato una peritonite. Gli antibiotici per contrastarla non esistevano ancora, e il grande Houdini, a soli cinquantadue anni, morì. Se fosse andato subito in ospedale a Montreal avrebbe potuto salvarsi. Ma si sa: lo spettacolo deve continuare" dice Arnold van de Laar, olandese, chirurgo specializzato in laparoscopia, e autore di Sotto i ferri. Storia della chirurgia in 29 straordinarie operazioni (Codice, pp. 390, euro 26). Il  saggio parla di interventi che hanno fatto la storia (come quello che salvò la vita di Albert Einstein) e di altri che avrebbero potuto cambiarla se solo fossero stati fatti o eseguiti correttamente.


Spesso il fattore cruciale è la mancata tempestività. "Un esempio è ciò che avvenne a Dallas dopo l'attentato a John Fitzgerald Kennedy" spiega Van de Laar. "Kennedy fu portato il più rapidamente possibile all'ospedale, e soltanto lì si iniziò la rianimazione. Oggi, invece, si comincerebbe la rianimazione sul posto, cercando di infilare subito un tubo nella trachea del ferito. Negli otto minuti tra lo sparo che traforò la trachea e la tracheotomia in ospedale, Kennedy non poté respirare e alla fine morì sia per emorragia che per soffocamento". Certo, la ferita alla testa aveva fatto perdere al presidente  buona parte dell'emisfero destro dell'encefalo, ma non sempre una ferita al cervello è mortale: "I centri che regolano la respirazione sono altrove: nel tronco encefalico. E il linguaggio in genere dipende dall'emisfero sinistro. Kennedy forse avrebbe potuto sopravvivere, seppure paralizzato nella parte sinistra del corpo".

In un altro dei casi famosi nel libro, quello di Bob Marley - scomparso a soli trentasei anni - il tempo che fu perso, tramutandosi in condanna, fu quello dal '77, anno della diagnosi di melanoma sotto l'unghia dell'alluce destro fino all'11 maggio 1981, giorno della morte dell'artista. "Nel '77, dopo la prima diagnosi, Marley rifiutò di farsi amputare l'alluce, come gli avevano consigliato i chirurghi" spiega Van de Laar. "Lo fece per motivi religiosi: il rastafarianesimo induce a evitare ogni associazione con la morte, e quindi a negare le malattie mortali". Non si trattò, quindi, di incoscienza. Né di sfiducia verso i medici: "Un sentimento che in passato era assai radicato" spiega Van de Laar. "Basta pensare che nel secolo XVII i chirurghi specializzati in calcoli, i "tagliatori di pietre", erano degli ambulanti sempre pronti ad allontanarsi dalle città per sfuggire ai linciaggi".

Un caso emblematico è quello che fu descritto da Nicolaes Tulp, il capo chirurgo e sindaco di Amsterdam che Rembrandt immortalò nella sua Lezione di anatomia. Nel trattato Osservazioni mediche, Tulp racconta la storia del fabbro Jan de Doot: per ben due volte un chirurgo aveva tentato di asportargli un grosso calcolo alla vescica - con un'operazione che aveva un tasso di mortalità del 40 per cento - e aveva fallito. Così, tormentato dal dolore, il 5 aprile 1651 il fabbro prese una decisione che lo proiettò nella storia della medicina: "Allontanò la moglie con un pretesto e con una lama da lui stesso forgiata giorni prima si operò da solo. Fece un taglio nella zona perineale - tecnica nota già ai romani nel primo secolo dopo Cristo - e da lì estrasse con molti sforzi e grande stoicismo un calcolo grande come un uovo di gallina" spiega Van de Laar. "Un ritratto del pittore Carel van Savoyen ritrae De Doot con in mano il calcolo".

D'altra parte quelli erano tempi cruenti e fino a un secolo e mezzo fa i camici dei chirurghi erano neri, così che i pazienti sul tavolo operatorio non potessero vedere le macchie di sangue, allarmarsi e dimenarsi per scappare via. Prima dell'anestesia, poi, l'unico modo per ridurre la sofferenza era la rapidità: il chirurgo londinese Robert Liston ne fece un'arte, invitava il pubblico a cronometrare i suoi interventi, quando aveva bisogno di liberarsi le mani stringeva le legature con i denti, e riusciva ad amputare una gamba in meno di 30 secondi.  "Per Liston - detto "Il coltello più veloce del West End" - la precisione era meno importante della velocità" sottolinea Van de Laar. "Il suo infortunio più eclatante fu un intervento in cui per la fretta ferì alla mano il suo assistente, e il sangue sgorgava così copioso sia dalla mano ferita che dalla gamba del paziente, che un membro del pubblico morì di infarto, mentre paziente e assistente morirono di gangrena. Fu l'unico intervento nella storia della chirurgia con un tasso di mortalità del 300 per cento".


Liston fu però anche colui che nel 1846 introdusse l'anestesia con etere in Europa, poco dopo l'invenzione negli Stati Uniti di questa tecnica salvifica ad opera di William Morton. "Con l'anestesia il chirurgo, durante le operazioni, ha più tempo per pensare e affrontare meglio situazioni impreviste. Come fece Rudolf Nissen nel 1948 su Albert Einstein.

"Il grande fisico aveva una malattia dell'aorta addominale potenzialmente mortale: un aneurisma. Si verifica quando le pareti aortiche si indeboliscono e, per la pressione del sangue, l'aorta si dilata formando una specie di palloncino. Che non dà sintomi ma può rompersi" spiega Van de Laar. "Oggi un intervento per risolvere il problema viene preparato con Tac ed ecografie che permettono di stabilire dimensioni e posizioni dell'aneurisma. Ma nel '48 Nissen non disponeva di queste tecnologie, e fu quindi costretto a pianificare l'intervento mentre lo eseguiva. L'aneurisma che trovò aveva le dimensioni di un pompelmo, e Nissen, per evitare la rottura dell'aorta, la avvolse nel cellophane. Con l'idea che una sostanza come quella, estranea all'organismo ma solubile, potesse provocare una reazione cicatrizzante dei tessuti connettivi, così da rinforzare le pareti dell'arteria e posticiparne la rottura". L'idea era un azzardo: ma Einstein, grazie a quel foglio di cellophane, sopravvisse per altri sette anni.


Sul Venerdì del 3 gennaio 2020