Homo artista prima che sapiens
Giulia Villoresi , di GIULIA VILLORESISul significato delle pitture rupestri si continua a discutere da oltre un secolo, ma i nuovi ritrovamenti una certezza la danno: dipinti e decorazioni nascono insieme alla nostra specie. Anzi, prima
Sul finire dell’Ottocento, la scoperta di alcune grotte affrescate della regione franco-cantabrica, al confine tra Francia e Spagna, suscitò un’impressione profonda. Sulle prime si pensò che i dipinti fossero opera di artisti contemporanei, poi l’incredulità cedette di fronte alle evidenze archeologiche. Fu l’inizio di un’ossessione: alcuni si convinsero che quelle figure avrebbero potuto dirci moltissimo su chi siamo e da dove veniamo, se soltanto ne avessimo compreso il significato. Oggi, dopo oltre un secolo di studi, non c’è ancora accordo sulle funzioni dell’arte rupestre, ma nuove scoperte, e nuove tecniche di datazione,di sicuro ne spostano sempre più indietro la nascita. E la sottraggono all’Europa. Nel 2017, un ritrovamento sull’isola di Sulawesi, in Indonesia, ha fatto sussultare gli archeologi: una pittura rupestre raffigura otto individui, in parte umani in parte ibridi uom…
Sul finire dell’Ottocento, la scoperta di alcune grotte affrescate della regione franco-cantabrica, al confine tra Francia e Spagna, suscitò un’impressione profonda. Sulle prime si pensò che i dipinti fossero opera di artisti contemporanei, poi l’incredulità cedette di fronte alle evidenze archeologiche. Fu l’inizio di un’ossessione: alcuni si convinsero che quelle figure avrebbero potuto dirci moltissimo su chi siamo e da dove veniamo, se soltanto ne avessimo compreso il significato. Oggi, dopo oltre un secolo di studi, non c’è ancora accordo sulle funzioni dell’arte rupestre, ma nuove scoperte, e nuove tecniche di datazione,di sicuro ne spostano sempre più indietro la nascita. E la sottraggono all’Europa. Nel 2017, un ritrovamento sull’isola di Sulawesi, in Indonesia, ha fatto sussultare gli archeologi: una pittura rupestre raffigura otto individui, in parte umani in parte ibridi uomo-animale, che cacciano maiali selvatici e piccoli bufali. Ora un team dell’Università di Griffith, in Australia, ha annunciato su Nature che quel dipinto ha almeno 43.900 anni. Quindi, contrordine: pensavamo che l’arte figurativa fosse nata in Europa poco dopo l’arrivo di Homo sapiens nel continente, circa 37 mila anni fa, ma non è così.
Il reperto indonesiano raffigura anche la più antica scena di caccia giunta fino a noi, precedendo di oltre ventimila anni quella di Lascaux, in Francia. «La datazione che i colleghi australiani hanno eseguito sulle concrezioni che si sono sedimentate sulle pitture non lascia alcuna incertezza» spiega Savino di Lernia, docente di Preistoria e protostoria della Sapienza di Roma, tra i massimi esperti italiani di arte rupestre. «Detto questo, non sono sorpreso. Anzi, credo che dovremmo cominciare a considerare l’idea che l’arte sia antica quanto Homo sapiens. L’abilità di produrre rapresentazioni simboliche è propria della specie, e probabilmente inizia con questa».
In effetti, i primi dipinti di arte astratta, come quelli trovati nella grotta di Blombos, in Sudafrica, risalgono a oltre 70 mila anni fa. «E se andiamo sugli oggetti decorati con incisioni» dice di Lernia, «finiamo a oltre 250 mila anni fa, prima di Homo sapiens». È il caso delle placchette incise di Wonderwerk Cave, ancora in Sudafrica.
È però l’arte figurativa parietale a porre i problemi più affascinanti, in particolare quella dell’area franco-cantabrica. Raffigura quasi solo animali, soprattutto bisonti, cavalli, mammut, renne, leoni e rinoceronti – diffusi nell’Europa dell’Era glaciale – realizzati con carbone, ocra e manganese. Per dipingerli, degli uomini sono penetrati nella profondità delle grotte carsiche con il solo ausilio di torce, spesso avanzando lungo labirinti di chilometri, con il rischio di perdersi, di soffocare, di precipitare in un pozzo, di finire sbranati da un orso. Lo stesso percorso, come emerge dalle impronte, è stato compiuto poi dai membri delle loro comunità, bambini compresi, per ammirare le opere. Perché?
«L’ipotesi che l’arte rupestre venisse realizzata per propiziare la caccia non convince» spiega di Lernia. «Il bestiario dei dipinti corrisponde solo in parte alla cacciagione consumata, soprattutto pesci, volatili e mammiferi di taglia piccola e media, e le scene di caccia sono alquanto rare. Il fatto che persone di ogni età frequentassero le grotte fa pensare invece che i dipinti servissero a marcare, forse con riti di passaggio, momenti particolari della vita: la nascita, l’ingresso nell’età adulta, il parto, la morte. Comunque, è difficile credere che quell’arte abbia una spiegazione univoca, e per noi accessibile».
Già il grande etnologo e archeologo André Leroi-Gourhan, negli anni Settanta, sosteneva che quelle pitture provenivano da una cultura troppo diversa dalla nostra perché potessimo comprenderne il significato. Dall’analisi dei siti, però, sono emersi elementi significativi: molte grotte mostrano una chiara sintassi nell’organizzazione delle decorazioni, il che suggerisce un qualche tipo di narrazione; di solito gli animali sono accompagnati da segni (linee, frecce, puntini, simboli sessuali) e figurano in coppie, uno schema che si ripete per millenni e su una vasta area geografica. Lo ha scoperto proprio Leroi-Gourhan, che, nonostante il suo pessimismo, si è incaricato di inventariare tutti i dipinti dall’Atlantico agli Urali,arrivando alla conclusione che attraverso gli animali fosse rappresentata la coppia maschile e femminile. Inoltre, più si va in profondità più si incontrano immagini di vulve, mentre varietà, densità e taglia degli animali aumentano e le figure umane, già rare, diminuiscono e diventano schematiche. Il che contrasta con il realismo e il dettaglio delle raffigurazioni documentate all’esterno, come le statuine femminili prodotte per tutto il Paleolitico.
Ma tutto questo che cosa significa? «Molto per l’immaginazione, poco per una teoria scientifica» risponde di Lernia. «C’è però chi prova a interpretare l’arte rupestre studiando le popolazioni che usano ancora questa forma espressiva: si pensa così che i dipinti siano stati opera di uno sciamano in trance che faceva da medium con entità superumane durante specifiche cerimonie». Questa teoria non convince tutti, ma fornisce indicazioni interessanti. Per esempio, su un motivo che ricorre in tutti i dipinti, dall’Indonesia all’Europa: le silhouette delle mani. Interrogati sul loro significato, i San dell’Africa meridionale e gli aborigeni australiani hanno dato la stessa risposta: le mani rappresentano persone che si protendono verso l’aldilà. E gli animali? «Qualcuno suggerisce che la loro preponderanza rispecchi un periodo evolutivo in cui l’uomo si sentiva ancora parte della natura» dice di Lernia. Altri pensano che gli antichi uomini, ormai consapevoli della barriera che li separava dalle altre specie, usassero l’arte per ricollocarsi nella natura: nella profondità dell’uomo, come della grotta, regna l’animale.
Sia come sia, di fronte a questo patrimonio di antichissima arte resta fondamentale il problema della conservazione. La maggior parte delle grotte non è più visitabile, ma vari Paesi, in particolare Francia e Spagna, di recente hanno investito grandi risorse per realizzare delle repliche monumentali, fedelissime, dei siti più importanti, come la grotta Chauvet nell’Ardèche, Lascaux in Dordogna, Altamira in Cantabria.
Savino di Lernia è appena tornato da un convegno itinerante in questi luoghi, organizzato, tra gli altri, dal Getty Conservation Institute di Los Angeles. «Eravamo trenta specialisti convocati per valutare la qualità delle repliche e capire se siano una risposta adeguata al problema della fruizione». Secondo lui, lo sono, eccome. «L’impatto emozionale è tale che ci si dimentica di stare in una replica. Quella di Lascaux fa 400 mila visitatori l’anno. Quindi la scommessa sulla gestione di questi patrimoni sembra stravinta. Ora servono fondi per la ricerca».
Sul Venerdì del 10 gennaio 2020
Il reperto indonesiano raffigura anche la più antica scena di caccia giunta fino a noi, precedendo di oltre ventimila anni quella di Lascaux, in Francia. «La datazione che i colleghi australiani hanno eseguito sulle concrezioni che si sono sedimentate sulle pitture non lascia alcuna incertezza» spiega Savino di Lernia, docente di Preistoria e protostoria della Sapienza di Roma, tra i massimi esperti italiani di arte rupestre. «Detto questo, non sono sorpreso. Anzi, credo che dovremmo cominciare a considerare l’idea che l’arte sia antica quanto Homo sapiens. L’abilità di produrre rapresentazioni simboliche è propria della specie, e probabilmente inizia con questa».
In effetti, i primi dipinti di arte astratta, come quelli trovati nella grotta di Blombos, in Sudafrica, risalgono a oltre 70 mila anni fa. «E se andiamo sugli oggetti decorati con incisioni» dice di Lernia, «finiamo a oltre 250 mila anni fa, prima di Homo sapiens». È il caso delle placchette incise di Wonderwerk Cave, ancora in Sudafrica.
È però l’arte figurativa parietale a porre i problemi più affascinanti, in particolare quella dell’area franco-cantabrica. Raffigura quasi solo animali, soprattutto bisonti, cavalli, mammut, renne, leoni e rinoceronti – diffusi nell’Europa dell’Era glaciale – realizzati con carbone, ocra e manganese. Per dipingerli, degli uomini sono penetrati nella profondità delle grotte carsiche con il solo ausilio di torce, spesso avanzando lungo labirinti di chilometri, con il rischio di perdersi, di soffocare, di precipitare in un pozzo, di finire sbranati da un orso. Lo stesso percorso, come emerge dalle impronte, è stato compiuto poi dai membri delle loro comunità, bambini compresi, per ammirare le opere. Perché?
«L’ipotesi che l’arte rupestre venisse realizzata per propiziare la caccia non convince» spiega di Lernia. «Il bestiario dei dipinti corrisponde solo in parte alla cacciagione consumata, soprattutto pesci, volatili e mammiferi di taglia piccola e media, e le scene di caccia sono alquanto rare. Il fatto che persone di ogni età frequentassero le grotte fa pensare invece che i dipinti servissero a marcare, forse con riti di passaggio, momenti particolari della vita: la nascita, l’ingresso nell’età adulta, il parto, la morte. Comunque, è difficile credere che quell’arte abbia una spiegazione univoca, e per noi accessibile».
Già il grande etnologo e archeologo André Leroi-Gourhan, negli anni Settanta, sosteneva che quelle pitture provenivano da una cultura troppo diversa dalla nostra perché potessimo comprenderne il significato. Dall’analisi dei siti, però, sono emersi elementi significativi: molte grotte mostrano una chiara sintassi nell’organizzazione delle decorazioni, il che suggerisce un qualche tipo di narrazione; di solito gli animali sono accompagnati da segni (linee, frecce, puntini, simboli sessuali) e figurano in coppie, uno schema che si ripete per millenni e su una vasta area geografica. Lo ha scoperto proprio Leroi-Gourhan, che, nonostante il suo pessimismo, si è incaricato di inventariare tutti i dipinti dall’Atlantico agli Urali,arrivando alla conclusione che attraverso gli animali fosse rappresentata la coppia maschile e femminile. Inoltre, più si va in profondità più si incontrano immagini di vulve, mentre varietà, densità e taglia degli animali aumentano e le figure umane, già rare, diminuiscono e diventano schematiche. Il che contrasta con il realismo e il dettaglio delle raffigurazioni documentate all’esterno, come le statuine femminili prodotte per tutto il Paleolitico.
Ma tutto questo che cosa significa? «Molto per l’immaginazione, poco per una teoria scientifica» risponde di Lernia. «C’è però chi prova a interpretare l’arte rupestre studiando le popolazioni che usano ancora questa forma espressiva: si pensa così che i dipinti siano stati opera di uno sciamano in trance che faceva da medium con entità superumane durante specifiche cerimonie». Questa teoria non convince tutti, ma fornisce indicazioni interessanti. Per esempio, su un motivo che ricorre in tutti i dipinti, dall’Indonesia all’Europa: le silhouette delle mani. Interrogati sul loro significato, i San dell’Africa meridionale e gli aborigeni australiani hanno dato la stessa risposta: le mani rappresentano persone che si protendono verso l’aldilà. E gli animali? «Qualcuno suggerisce che la loro preponderanza rispecchi un periodo evolutivo in cui l’uomo si sentiva ancora parte della natura» dice di Lernia. Altri pensano che gli antichi uomini, ormai consapevoli della barriera che li separava dalle altre specie, usassero l’arte per ricollocarsi nella natura: nella profondità dell’uomo, come della grotta, regna l’animale.
Sia come sia, di fronte a questo patrimonio di antichissima arte resta fondamentale il problema della conservazione. La maggior parte delle grotte non è più visitabile, ma vari Paesi, in particolare Francia e Spagna, di recente hanno investito grandi risorse per realizzare delle repliche monumentali, fedelissime, dei siti più importanti, come la grotta Chauvet nell’Ardèche, Lascaux in Dordogna, Altamira in Cantabria.
Savino di Lernia è appena tornato da un convegno itinerante in questi luoghi, organizzato, tra gli altri, dal Getty Conservation Institute di Los Angeles. «Eravamo trenta specialisti convocati per valutare la qualità delle repliche e capire se siano una risposta adeguata al problema della fruizione». Secondo lui, lo sono, eccome. «L’impatto emozionale è tale che ci si dimentica di stare in una replica. Quella di Lascaux fa 400 mila visitatori l’anno. Quindi la scommessa sulla gestione di questi patrimoni sembra stravinta. Ora servono fondi per la ricerca».
Sul Venerdì del 10 gennaio 2020