Il killer dei monaci si chiamava Antimonio
Giuliano Aluffi , di GIULIANO ALUFFIUn chimico di Cambridge ricostruisce le origini dei nomi degli elementi della tavola periodica. E c'è anche il caso di un'etimologia probabilmente inventata. Ma molto suggestiva
Nella tavola periodica di scolastica memoria, ideata dal russo Dmitrij Mendeleev per ordinare gli elementi chimici, si nascondono vicende degne del Nome della rosa con monaci, misteri e veleni. A raccontarle è Peter Wothers, docente di chimica all'Università di Cambridge e tra gli organizzatori delle Olimpiadi dedicate alla sua materia, nel libro Antimony Gold and Jupiter's Wolf. How the Elements Were Named (Antimonio oro e il lupo di Giove. Come gli elementi hanno preso nome, Oxford University Press, pp. 304, euro 24,78). Si parte appunto dall'Antimonio, un semimetallo usato come antifiamma e nelle vernici: Wothers racconta che il mercante e alchimista Johann Thölde, nel '600, disse di aver trovato la storia di quell'elemento quando, in un convento, un fulmine aveva spaccato una colonna liberando i libri che vi erano stati occultati, tra cui il testo alchemico Il cocchio trionfale dell'antimonio. In quel trattato Basilius Valentinus, diventa…
Nella tavola periodica di scolastica memoria, ideata dal russo Dmitrij Mendeleev per ordinare gli elementi chimici, si nascondono vicende degne del Nome della rosa con monaci, misteri e veleni. A raccontarle è Peter Wothers, docente di chimica all'Università di Cambridge e tra gli organizzatori delle Olimpiadi dedicate alla sua materia, nel libro Antimony Gold and Jupiter's Wolf. How the Elements Were Named (Antimonio oro e il lupo di Giove. Come gli elementi hanno preso nome, Oxford University Press, pp. 304, euro 24,78). Si parte appunto dall'Antimonio, un semimetallo usato come antifiamma e nelle vernici: Wothers racconta che il mercante e alchimista Johann Thölde, nel '600, disse di aver trovato la storia di quell'elemento quando, in un convento, un fulmine aveva spaccato una colonna liberando i libri che vi erano stati occultati, tra cui il testo alchemico Il cocchio trionfale dell'antimonio. In quel trattato Basilius Valentinus, diventato monaco benedettino nel 1413, spiegava come preparare vari composti con questo elemento, già noto agli antichi egizi, che lo usavano come eyeliner e lo chiamavano Sdm, nome trasformato dai romani in Stibium, da cui l'attuale simbolo Sb.
Il monaco tedesco scriveva che l'antimonio era miracoloso per l'ingrasso degli animali, ma aggiungeva che era meglio non somministrarlo agli uomini, molto più delicati delle bestie. "Pare che Valentinus avesse appreso questa lezione nel modo più tragico" dice Wothers. "Secondo Pierre Pomet, farmacista del XVII secolo, il monaco aveva infatti avvelenato accidentalmente i confratelli con l'antimonio, una vicenda che giustificherebbe l'etimologia "anti monaci" per il nome dell'elemento. In realtà è più probabile che tutta la storia sia frutto dell'immaginazione di Johann Thölde. E che a scrivere Il cocchio trionfale dell'antimonio, per riportare in auge la sostanza e lucrare sul suo commercio, sia stato lui". Nel Settecento si affermò comunque un'etimologia meno romanzesca: antimonio significherebbe anti monos, nemico dell'unicità, perché questa sostanza si trova spesso mescolata ad altri metalli. Oggi si pensa invece che l'antico Stibium latino sia stato tradotto in al-ithmid dagli arabi, e che una seconda latinizzazione abbia trasformato la parola in antimonium.
Non controversa è l'etimologia di Argon (Ar): "Significa "pigro", dal greco a-ergon, "che non lavora"" dice Wothers. "L'atomo di questo gas ha una configurazione molto stabile, che lo porta a non scambiare elettroni - ossia a non reagire - con nessun altro atomo. D'altronde è uno dei gas nobili, chiamati così proprio perché aborrono il mescolarsi col "volgo" degli altri elementi". Quanto al Wolframio (o Tungsteno), era detto "lupo di Giove" perché sembrava che, come un lupo (Wolf), mangiasse lo Stagno (che l'alchimia associa a Giove)" con cui veniva trovato.
Viene invece dal popolo la radice del nome di due metalli nascosti nelle viscere della terra: "Nichel deriva da Kupfernickel, ossia Rame (Kupfer) del Diavolo (Nickel). Così i minatori tedeschi chiamavano quel minerale che somigliava all'utile rame ma non ne conteneva un grammo. Come se il rame fosse stato rubato da un diavolo dispettoso" spiega Wothers. "Anche il Cobalto (Co) era odiato dai minatori perché contenuto in minerali, la cobaltite e la smaltite, ricchi di arsenico e quindi pericolosi. Così in Boemia nel XV secolo si iniziò a usare per quel minerale il nome di un folletto ingannatore, il nordico kobolt, derivato dal greco kobalos. In un trattato del 1549 sugli animali che vivono sottoterra Georgius Agricola menziona anche i demoni delle miniere, citando i cobalos: "Sembrano ridere e fanno finta di lavorare, ma in realtà non fanno nulla. Sono chiamati "piccoli minatori" per la loro statura, che è di due piedi (60 centimetri). A volte tirano sassi agli uomini, ma di rado li feriscono, a meno che non siano stati presi in giro"".
Il Molibdeno (Mo) poi si chiama così per via del piombo (in greco molybdos), perché i composti nei quali si trova in natura somigliano a quelli del piombo. E ancora più ingannevoli sono i nomi di due elementi chiave della chimica: "L'Idrogeno (H) dovrebbe chiamarsi Ossigeno (O) e viceversa" dice Wothers. "Ossigeno vuol dire "generatore di acidi", perché il grande chimico Antoine Lavoisier, che inventò il nome, lo riteneva parte essenziale di tutti gli acidi. In realtà componente fondamentale degli acidi sono gli ioni di Idrogeno: quindi il vero generatore di acidi è l'Iidrogeno. E siccome la massa dell'acqua è all'88,81 per cento Ossigeno, sarebbe proprio l'Ossigeno a meritarsi il nome di Idrogeno, "generatore d'acqua"".
Un altro chimico francese, Paul-Emile Lecoq de Boisbaudran, che scoprì nel 1875 un metallo dotato della rara proprietà di espandersi quando si solidifica, si attirò molte critiche chiamandolo Gallio (Ga). "Disse di voler celebrare la Gallia, ovvero la Francia" spiega Wothers. "I più maliziosi però notarono che "Le coq" in francese significa appunto "il gallo"". Quando poi Lecoq annunciò il peso atomico dell'elemento, intervenne Dmitrij Mendeleev. Lo scienziato russo aveva scoperto come, ordinando gli elementi in base al loro numero atomico, certe caratteristiche chimico-fisiche si ripresentassero con regolarità. Armato della sua tavola, poteva quindi predire non solo che c'erano altri elementi da scoprire - le caselle ancora vuote nella tavola - ma addirittura le loro caratteristiche. Ora, la densità indicata da Lecoq per il Gallio era inferiore a quella prevista dalla tavola e Mendeleev lo sfidò suggerendogli di preparare un campione più puro dell'elemento. Lecoq ricontrollò il suo lavoro, e dovette dar ragione all'avversario. Il mondo scientifico fu scosso: il teorico Mendeleev aveva visto le proprietà di un nuovo elemento più chiaramente del suo scopritore.
Di etimologia affine al Gallio è il Francio (Fr), scoperto nel 1939 da Marguerite Perey. "Lei avrebbe voluto chiamarlo catium, perché i suoi cationi, gli ioni positivi ottenuti sottraendo elettroni, erano i più elettropositivi mai visti. Ma il nome fu bocciato: agli anglosassoni ricordava troppo i gatti. Perey optò allora per il patriottico Francium".
Il campanilismo del resto è tentazione costante: l'Università di Palermo chiese al fisico Emilio Segrè, che lì era ricercatore, di chiamare Panornium (dal nome latino della città) l'elemento che scoprì nel '37 in un campione di molibdeno che era stato bombardato con nuclei di deuterio nel ciclotrone dell'Università di Berkeley. Segrè però scelse Tecnezio (Tc), ovvero "artificiale", essendo quello il primo elemento prodotto dall'uomo. Albert Ghiorso, alla University of California di Berkeley negli anni 40, chiamò invece gli elementi numero 97 e 98 Berkelium (Bk) e Californium (Cf). Il New Yorker scrisse che, per portare tutto il nome dell'ateneo sulla tavola periodica, non gli restava che scoprire lo "universitium" e l'"ofium".
In realtà lo scienziato statunitense, altri due elementi li scoprì, e per la fatica che gli era costata ottenerli in laboratorio, voleva dare loro i nomi di Pandemonium e Delirium. Ma poi optò per una nomenclatura più tradizionale: Americio (Am), dall'America, e Curio (Cm), in onore di Marie Curie.
Sul Venerdì del 17 gennaio 2020
Il monaco tedesco scriveva che l'antimonio era miracoloso per l'ingrasso degli animali, ma aggiungeva che era meglio non somministrarlo agli uomini, molto più delicati delle bestie. "Pare che Valentinus avesse appreso questa lezione nel modo più tragico" dice Wothers. "Secondo Pierre Pomet, farmacista del XVII secolo, il monaco aveva infatti avvelenato accidentalmente i confratelli con l'antimonio, una vicenda che giustificherebbe l'etimologia "anti monaci" per il nome dell'elemento. In realtà è più probabile che tutta la storia sia frutto dell'immaginazione di Johann Thölde. E che a scrivere Il cocchio trionfale dell'antimonio, per riportare in auge la sostanza e lucrare sul suo commercio, sia stato lui". Nel Settecento si affermò comunque un'etimologia meno romanzesca: antimonio significherebbe anti monos, nemico dell'unicità, perché questa sostanza si trova spesso mescolata ad altri metalli. Oggi si pensa invece che l'antico Stibium latino sia stato tradotto in al-ithmid dagli arabi, e che una seconda latinizzazione abbia trasformato la parola in antimonium.
Non controversa è l'etimologia di Argon (Ar): "Significa "pigro", dal greco a-ergon, "che non lavora"" dice Wothers. "L'atomo di questo gas ha una configurazione molto stabile, che lo porta a non scambiare elettroni - ossia a non reagire - con nessun altro atomo. D'altronde è uno dei gas nobili, chiamati così proprio perché aborrono il mescolarsi col "volgo" degli altri elementi". Quanto al Wolframio (o Tungsteno), era detto "lupo di Giove" perché sembrava che, come un lupo (Wolf), mangiasse lo Stagno (che l'alchimia associa a Giove)" con cui veniva trovato.
Viene invece dal popolo la radice del nome di due metalli nascosti nelle viscere della terra: "Nichel deriva da Kupfernickel, ossia Rame (Kupfer) del Diavolo (Nickel). Così i minatori tedeschi chiamavano quel minerale che somigliava all'utile rame ma non ne conteneva un grammo. Come se il rame fosse stato rubato da un diavolo dispettoso" spiega Wothers. "Anche il Cobalto (Co) era odiato dai minatori perché contenuto in minerali, la cobaltite e la smaltite, ricchi di arsenico e quindi pericolosi. Così in Boemia nel XV secolo si iniziò a usare per quel minerale il nome di un folletto ingannatore, il nordico kobolt, derivato dal greco kobalos. In un trattato del 1549 sugli animali che vivono sottoterra Georgius Agricola menziona anche i demoni delle miniere, citando i cobalos: "Sembrano ridere e fanno finta di lavorare, ma in realtà non fanno nulla. Sono chiamati "piccoli minatori" per la loro statura, che è di due piedi (60 centimetri). A volte tirano sassi agli uomini, ma di rado li feriscono, a meno che non siano stati presi in giro"".
Il Molibdeno (Mo) poi si chiama così per via del piombo (in greco molybdos), perché i composti nei quali si trova in natura somigliano a quelli del piombo. E ancora più ingannevoli sono i nomi di due elementi chiave della chimica: "L'Idrogeno (H) dovrebbe chiamarsi Ossigeno (O) e viceversa" dice Wothers. "Ossigeno vuol dire "generatore di acidi", perché il grande chimico Antoine Lavoisier, che inventò il nome, lo riteneva parte essenziale di tutti gli acidi. In realtà componente fondamentale degli acidi sono gli ioni di Idrogeno: quindi il vero generatore di acidi è l'Iidrogeno. E siccome la massa dell'acqua è all'88,81 per cento Ossigeno, sarebbe proprio l'Ossigeno a meritarsi il nome di Idrogeno, "generatore d'acqua"".
Un altro chimico francese, Paul-Emile Lecoq de Boisbaudran, che scoprì nel 1875 un metallo dotato della rara proprietà di espandersi quando si solidifica, si attirò molte critiche chiamandolo Gallio (Ga). "Disse di voler celebrare la Gallia, ovvero la Francia" spiega Wothers. "I più maliziosi però notarono che "Le coq" in francese significa appunto "il gallo"". Quando poi Lecoq annunciò il peso atomico dell'elemento, intervenne Dmitrij Mendeleev. Lo scienziato russo aveva scoperto come, ordinando gli elementi in base al loro numero atomico, certe caratteristiche chimico-fisiche si ripresentassero con regolarità. Armato della sua tavola, poteva quindi predire non solo che c'erano altri elementi da scoprire - le caselle ancora vuote nella tavola - ma addirittura le loro caratteristiche. Ora, la densità indicata da Lecoq per il Gallio era inferiore a quella prevista dalla tavola e Mendeleev lo sfidò suggerendogli di preparare un campione più puro dell'elemento. Lecoq ricontrollò il suo lavoro, e dovette dar ragione all'avversario. Il mondo scientifico fu scosso: il teorico Mendeleev aveva visto le proprietà di un nuovo elemento più chiaramente del suo scopritore.
Di etimologia affine al Gallio è il Francio (Fr), scoperto nel 1939 da Marguerite Perey. "Lei avrebbe voluto chiamarlo catium, perché i suoi cationi, gli ioni positivi ottenuti sottraendo elettroni, erano i più elettropositivi mai visti. Ma il nome fu bocciato: agli anglosassoni ricordava troppo i gatti. Perey optò allora per il patriottico Francium".
Il campanilismo del resto è tentazione costante: l'Università di Palermo chiese al fisico Emilio Segrè, che lì era ricercatore, di chiamare Panornium (dal nome latino della città) l'elemento che scoprì nel '37 in un campione di molibdeno che era stato bombardato con nuclei di deuterio nel ciclotrone dell'Università di Berkeley. Segrè però scelse Tecnezio (Tc), ovvero "artificiale", essendo quello il primo elemento prodotto dall'uomo. Albert Ghiorso, alla University of California di Berkeley negli anni 40, chiamò invece gli elementi numero 97 e 98 Berkelium (Bk) e Californium (Cf). Il New Yorker scrisse che, per portare tutto il nome dell'ateneo sulla tavola periodica, non gli restava che scoprire lo "universitium" e l'"ofium".
In realtà lo scienziato statunitense, altri due elementi li scoprì, e per la fatica che gli era costata ottenerli in laboratorio, voleva dare loro i nomi di Pandemonium e Delirium. Ma poi optò per una nomenclatura più tradizionale: Americio (Am), dall'America, e Curio (Cm), in onore di Marie Curie.
Sul Venerdì del 17 gennaio 2020