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Studenti toscani in visita al lager di Auschwitz,
in Polonia. L’associazione Deina dal 2013 organizza
i Treni della memoria: da allora ha coinvolto nelle visite oltre 13 mila ragazzi. (Cgefotogiornalismo / AGF) 

I custodi della memoria

Accompagnano gli studenti ad Auschwitz, portano i sopravvissuti nelle scuole, si prendono cura delle pietre di inciampo. Viaggio tra i giovani volontari che fanno del passato una bussola per il presente
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Fa notizia chi sradica una “pietra di inciampo” più degli studenti che si mettono a lucidarla con il Sidol. O il professore che inneggia a Hitler in un’aula universitaria più dei tanti insegnanti che a gennaio calzano le galosce per accompagnare i ragazzi ad Auschwitz. Accanto ai distruttori della memoria esiste una rete sommersa di volontari che non solo si adopera perché quella storia non venga cancellata, ma è capace di trasformare la più terribile delle tragedie novecentesche in bussola civile per un confuso presente. Una costellazione silenziosa di educatori, sindacalisti, impiegati, librai, operatori culturali, lavoratori già in pensione, e soprattutto giovani, talvolta giovanissimi che investono tempo ed energie, sensibilità e intelligenza, nella condivisione pubblica di cosa è stata la deportazione.

Li chiamano “guardiani della memoria”, ma forse il termine richiama un’accezione di agg…
Fa notizia chi sradica una “pietra di inciampo” più degli studenti che si mettono a lucidarla con il Sidol. O il professore che inneggia a Hitler in un’aula universitaria più dei tanti insegnanti che a gennaio calzano le galosce per accompagnare i ragazzi ad Auschwitz. Accanto ai distruttori della memoria esiste una rete sommersa di volontari che non solo si adopera perché quella storia non venga cancellata, ma è capace di trasformare la più terribile delle tragedie novecentesche in bussola civile per un confuso presente. Una costellazione silenziosa di educatori, sindacalisti, impiegati, librai, operatori culturali, lavoratori già in pensione, e soprattutto giovani, talvolta giovanissimi che investono tempo ed energie, sensibilità e intelligenza, nella condivisione pubblica di cosa è stata la deportazione.

Li chiamano “guardiani della memoria”, ma forse il termine richiama un’accezione di agguerrita custodia, anche arrogante ed esclusiva, che poco si adatta all’impegno profuso da ragazzi nati tra gli anni Novanta e il Duemila.  Il torinese Dario Bassani, 24 anni e una doppia laurea tra filosofia e antropologia, preferisce il termine di “militanza culturale”. Dal 2016 accompagna i liceali ad Auschwitz. Lo fa con altri coetanei che operano presso Deina, l’associazione che organizza i treni della memoria, anche questo recente che il sindaco di Predappio s’è rifiutato di finanziare perché non faceva tappa presso le foibe. E ascoltando il suo racconto insieme a quelli di Sara, Giorgia, Alberto, Gianluca – tutti ventenni volontari – ci si rende conto che il loro lavoro non ha niente di museale ma è una nuova forma di impegno democratico che non trovando sfogo nella politica – in assenza di organizzazioni capaci di accoglierlo – si incanala in azione pedagogica  collettiva. Per Gianluca Corzani, il più giovane dei fondatori di Deina, studente romagnolo di 26 anni, il lavoro dentro l’associazione ha rappresentato «un rito di iniziazione politica nel senso più puro: costruire una comunità che si occupa della storia come bene comune». E come succedeva un tempo nelle sezioni di partito o nei movimenti organizzati, la felicità perde l’accezione individuale per diventare sentimento collettivo.   

Questa è la generazione figlia della legge memoriale del 27 gennaio: delle camere a gas i ragazzi hanno sentito parlare soprattutto a scuola, meno in famiglia. Chi nasce in anni molto lontani dalla guerra non sempre dispone di un nonno o di un bisnonno che possano testimoniare. E ad Auschwitz, a Dachau, a Mauthausen la prima volta sono andati non con mamma e papà ma con gli educatori. «È stato un bel colpo inferto in una stagione vergine sul piano emotivo», spiega Gianluca che ha poi ha ripetuto l’esperienza non più da studente ma da tutor. «L’idea è quella di formare giovani accompagnatori che siano anagraficamente e sentimentalmente più vicini agli studenti», racconta lo storico Carlo Greppi che per anni è stato al fianco dei ragazzi nei viaggi memoriali. Il testimone passa di generazione in generazione, in una sfida educativa che ha il sapore della scommessa. Quasi tutti i ragazzi di Deina da grandi vogliono fare i professori. Consapevoli, più dei loro padri ribelli, che l’unica rivoluzione dei cervelli comincia dai banchi di scuola. Andare ad Auschwitz non significa solo conoscere ed elaborare dentro se stessi una tragedia assoluta. La triestina Giorgia Kakovic, 24 anni, famiglia di sindacalisti e voce ferma, la spiega così: «Tra vent’anni, voltandomi indietro, vorrei poter dire che stavo dalla parte giusta. Dalla parte di chi si impegnava perché la memoria sconfiggesse politiche di esclusione e di intolleranza». Anche Martina Seveso, venticinquenne laureata in Psicologia, dice di voler fare la sua parte. Si è imbattuta nei “Figli della Shoah” grazie al suo ragazzo di famiglia ebrea, e ora dedica il tempo libero alle tantissime iniziative promosse dall’associazione milanese. Quasi tutti sono convinti che il ricordo dell’Olocausto possa proteggere dall’insorgenza di nuove ondate razziste. Dario Bassani racconta delle difficoltà incontrate a Mauthausen con un gruppo di ragazzini fascisti. «In questi casi bisogna mettersi all’ascolto, senza tentazioni censorie o sanzionatorie. E poi far emergere l’inaccettabilità di certe controstorie alimentate da pericolosi miti nazionali. Se sono riuscito a convincerli? Difficile dirlo. Non posso sostenere che alla fine del viaggio fossero diventati convinti antifascisti, ma sono anche persuaso che le idee abbiano un loro modo di fermentare. Solo nella distanza si può misurarne l’efficacia».

La militanza memoriale ha un significato intimamente politico anche a Nonantola, il borgo nel modenese che tra il 1942 e il 1943 diede vita a un episodio unico nella cornice della persecuzione: 73 ragazzini ebrei in fuga attraverso l’Europa furono prima accolti e poi salvati da un comunità contadina molto distante per mentalità e condizioni materiali dalle famiglie perseguitate. Oggi a ricordare quella pagina straordinaria è la Fondazione Villa Emma, dal nome dell’edificio che ospitò i piccoli fuggiaschi. «Ma sarebbe singolare limitarsi a ricordare gli eventi senza valorizzarne il riverbero sul presente», dice il direttore Fausto Ciuffi, professore di storia in un liceo artistico di Bologna. Oltre alle iniziative memoriali e di ricerca, la Fondazione organizza corsi di formazione rivolti agli operatori che lavorano con gli immigrati del Bangladesh, del Pakistan e dell’Africa subsahariana arrivati in questi anni in Emilia: lezioni sulla storia e la cultura delle diverse comunità, e sulle pratiche di convivenza nelle aree del mondo coinvolte dalle migrazioni.  A occuparsene sul piano organizzativo è Benedetta Donati, trentenne laureata in scienze politiche, la sola retribuita della Fondazione insieme a Sara, circa mille euro al mese. «Solo la conoscenza del passato permette di sconfiggere l’odio per lo straniero e la logica sovranista del “ci rubano donne e lavoro”», dice Benedetta, che è riuscita a conciliare il suo interesse storico con la cultura dell’accoglienza e della relazione. Il direttore Ciuffi è convinto che la spinta per molti giovani volontari arrivi dai nodi della contemporaneità. «Questi nostri centri culturali sono diventati poli di attrazione non soltanto perché sono i soli luoghi dove sia possibile discutere del presente ma anche perché danno la possibilità ai ragazzi di misurare le loro capacità sul piano pratico. Per un ventenne è un passaggio fondamentale». La difesa della storia come lievito del futuro. Cambiano geografia e anagrafe, ma non la sostanza. Anche Ugo Fanti è un custode della memoria. È nato spastico settant’anni fa in un quartiere di Roma che ha espresso molti combattenti partigiani. Ogni tanto cade per strada perché le gambe gli si intrecciano. «E mi guardano pure male perché je do fastidio», racconta con quel suo romanesco che alleggerisce ogni tragedia. È stato nominato presidente della sezione Anpi di Aurelio Cavalleggeri e ora sta lavorando alla pietra di inciampo da posare in vicolo del Vicario, davanti alla casa di un deportato a Mauthausen. Dal maestro Manzi ha imparato come si parla ai ragazzini. E dal testimone Terracina come si può raccontare l’inferno senza fare male. Ora è Ugo a essere chiamato dalle scuole per parlare della persecuzione.  «E io spiego ai ragazzi perché devono leggere la Costituzione. Perché è grazie all’articolo 3 che oggi siamo tutti uguali. Sono uguali i ragazzini autistici respinti dall’albergatore. O sono uguale io che cammino con le gambe storte. Ricordare Auschwitz significa anche questo: opporsi a una visione del mondo che rende invisibili o sgraditi le minoranze, i diversi da noi, chi è più fragile».

Pur nella coincidenza delle motivazioni ideali, quello dei militanti della memoria non è un mondo omogeneo. Spesso si dividono su come debba essere seminato l’antidoto al fascismo: se privilegiando la dimensione razionale della ricerca e della conoscenza o quella emozionale dell’impatto con i luoghi della morte. Tutti sono costretti ad ammettere che razzismo e intolleranza crescono nei paesi provvisti delle più capillari politiche della memoria. Ma il dibattito, pur legittimo, non riesce a spegnere l’entusiasmo dei più giovani. «Portare i ragazzi ad Auschwitz non è servito a niente?», obietta la bolognese Cristina Lentini, direttrice di Deina, classe 1983. «Pensa cosa sarebbe accaduto se non ci fossimo stati...». Difficile darle torto.

Sul Venerdì del 24 gennaio 2019