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Daniele Mencarelli (a sinistra) con lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo dentro una sala del Museo Laboratorio della Mente a Roma, dedicata alle alterazioni visive (Guido Fuà) 

Ritorno nella casa dei pazzi

Aveva vent’anni quando fu ricoverato in psichiatria. Oggi Daniele Mencarelli racconta la sua storia in un libro e, qui, a un altro scrittore. Hanno scelto di incontrarsi dentro un ex manicomio
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ROMA. Passeggio nei locali del Museo Laboratorio della Mente con Daniele Mencarelli. Ho appena letto il suo secondo romanzo, Tutto chiede salvezza. È una storia in parte autobiografica, ma non una cronaca: c'è in effetti molta letteratura, in queste pagine forti, dure, a tratti commoventi. Daniele ha vent'anni nell'estate del '94, quella dei gol miracolosi di "codino" Baggio e della finale Mundial persa ai calci di rigore col Brasile. È un ragazzo piccolo, fragile, e ha qualcosa nella testa che proprio non va. Lui la chiama "ansia di salvezza". Non capisce perché si debba soffrire. Non lo accetta. Sperimenta droghe, diventa violento. Si risveglia una mattina in un ospedale dei Castelli Romani, con la testa in fiamme. Un suo vicino di letto ha cercato di dargli fuoco. Si risveglia in Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Ha quasi ammazzato suo padre. In una settimana dovrebbero rimetterlo in sesto. Una settimana che …
ROMA. Passeggio nei locali del Museo Laboratorio della Mente con Daniele Mencarelli. Ho appena letto il suo secondo romanzo, Tutto chiede salvezza. È una storia in parte autobiografica, ma non una cronaca: c'è in effetti molta letteratura, in queste pagine forti, dure, a tratti commoventi. Daniele ha vent'anni nell'estate del '94, quella dei gol miracolosi di "codino" Baggio e della finale Mundial persa ai calci di rigore col Brasile. È un ragazzo piccolo, fragile, e ha qualcosa nella testa che proprio non va. Lui la chiama "ansia di salvezza". Non capisce perché si debba soffrire. Non lo accetta. Sperimenta droghe, diventa violento. Si risveglia una mattina in un ospedale dei Castelli Romani, con la testa in fiamme. Un suo vicino di letto ha cercato di dargli fuoco. Si risveglia in Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Ha quasi ammazzato suo padre. In una settimana dovrebbero rimetterlo in sesto. Una settimana che sembra eterna.

Ci fermiamo davanti a una scritta: "Visto da vicino nessuno è normale". Sarebbe piaciuta molto a Franco Basaglia questa frase che in tanti - sbagliando - gli attribuiscono. Perché proprio dall'accettazione di un principio di diversità diffusa, e dalla critica serrata alla cosiddetta normalità, nasceva quel massiccio, rivoluzionario orientamento politico e culturale che negli anni Settanta condusse alla chiusura dei manicomi, orientamento del quale lo psichiatra veneziano fu il motore primo. Ma quelle parole, libere e libertarie, sono di Vaca Profana, la "vacca empia", una canzone folle (e questo è un complimento) e surreale che Caetano Veloso compose nel 1984. Basaglia ci aveva già lasciati, allora: quest'anno ricade il quarantesimo anniversario della sua morte, che lo colpì a cinquantasei anni nell'agosto del 1980.

Ma visto da vicino davvero nessuno è normale: lo si comprende agevolmente se ci si aggira per questi padiglioni, che un tempo appartenevano all'ex manicomio di Santa Maria della Pietà, a Roma. Dove ieri risuonavano le urla dei "furiosi" e il clangore delle inferriate, fra camicie di forza ed elettroshock, oggi documenti e installazioni si avvicendano, in un percorso che illustra l'evoluzione dei trattamenti della malattia mentale nell'ultimo secolo. Per non dimenticare che cosa hanno significato, e quanto pesavano parole come "pazzo", "idiota", "ritardato". Intorno a noi, intanto, scorrono le immagini e le testimonianze di vite alienate, in ogni senso. Vite fatte di anni, decenni, esistenze intere. Non pochi giorni.

Daniele è scosso. In parte per i ricordi, ma anche, immagino, come chiunque riesca a isolarsi dal contesto di grugniti e beceraggine che ci aggredisce nel quotidiano per ritagliarsi un momento di riflessione autentica. "In altre epoche" dice, "sarei finito qua dentro. Mi avrebbero assegnato a un ricovero coatto senza durata. Magari perché avrei dato 'pubblico scandalo', come prescriveva una legge di cent'anni fa. Se sono qua, libero, è grazie al progresso. Sono un figlio orgoglioso del progresso".

Sarebbe finito come Gianfranco Baieri. A sette anni viene istituzionalizzato. Ospite di un padiglione fuori dalle mura. Non è proprio il manicomio, ma poco ci manca. È "lento nell'apprendimento", ma "recuperabile". A 14 anni, quando potrebbe andarsene libero, "sceglie" di restare (ma si può chiamare scelta la sua?). Ci rimane tutta la vita. Fa lavoretti, mostrando anche un certo talento ingenuo. Tutta la vita: non suona terribile?

Nella sua settimana di Tso, Daniele entra in simbiosi con Madonnina l'incendiario, Alessandro il catatonico, Mario il maestro depresso, Gianluca, a cui una sorte sbagliata ha assegnato un'anima di ragazza e un corpo da maschio, Giorgio, bestione tenero e violento che non ha saputo superare il trauma della morte della mamma. Ognuno è davvero diverso, a suo modo. E nemmeno i medici e gli infermieri sono poi del tutto normali: a volte sembrano indifferenti, altre volte decisamente ostili. E siccome è la vita stessa ad essere, a sua volta, refrattaria alla normalità, poi finisce che il dottore che sembrava più cinico si dimostra il più umano.

Non è tanto la rappresentazione della follia che ti colpisce, in questa visita. È la ricostruzione di come noi l'abbiamo trattata. Il "paziente" è un corpo spogliato dello spirito. Abbandona all'ingresso nella struttura ogni traccia di sé, compresi i libri e le fotografie (che pericolo potranno mai rappresentare?). Non sto dicendo che non esista la malattia mentale. Non lo dice questo Museo, non lo dice la realtà. Non lo dice nemmeno Daniele. Ma si ribella alla tendenza a trasformare tutto in malattia. Cito dal suo romanzo: "Ormai tutto è malattia, ma vi siete chiesti perché? [...] perché un uomo che si interroga sulla vita non è più un uomo produttivo, magari inizia a sospettare che l'ultimo paio di scarpe alla moda che tanto desidera non gli toglierà quel malessere. Un uomo che contempla i limiti della propria esistenza non è malato, è semplicemente vivo".

Eppure, Daniele Mencarelli la sua salvezza alla fine l'ha trovata. Oggi è poeta, uno scrittore, lavora in Rai. "Sembra un gioco di parole" mi spiega, "ma già il fatto che il tema della ricerca della salvezza si possa vivere non come un tabù, anche questa è salvezza. Se fingi, se fuggi da certi temi, stai fuggendo da te stesso. E finisci nella vera condanna: la solitudine. Io ho la scrittura, ho la poesia. L'ho scoperta a vent'anni, nella fase più aspra della mia vita. La poesia è il gesto più istintivo di comunicazione che esista, chiede all'altro di essere ascoltato, vive se trova accoglienza".

Si direbbe la visione di un credente, osservo. Mi aspetterei un sì convinto. La sua risposta, articolata, mi spiazza. "Nella mia ricerca di salvezza, oltre agli istinti naturali ho avvertito un altro istinto. Diciamo la necessità di dare un senso al vivere, lo chiamo il mio istinto di significato. Mi ci avvicino e mi ci allontano da sempre, procedo per illuminazioni, a volte lo afferro, altre lo perdo. Esploro i territori che furono di Caproni, di Clemente Rebora: partito per la guerra, cercava proprio questo significato, questo senso. Gli diagnosticarono una malattia, ma la ricerca del senso può ridursi alla malattia? Se applicassimo questo metodo alla poesia non esisterebbe Montale, né la poesia stessa, non ci porremmo più le grandi domande che trovano casa nell'arte". L'arte. Già. Arte e follia. Il binomio di Van Gogh e Ligabue, tanto caro a Cesare Lombroso.

C'è un brevissimo video che merita di essere visto. Racconta la storia di Oreste Fernando Nannetti, schizofrenico. Incide con la fibbia della cintura centottanta metri di muro di recinzione del manicomio di Volterra. Scrive: "Tutto il mondo è mio e tutti fo sognare luce e suono hanno la stessa lunghezza di corsa cannoni elettrici...". In un altro tempo poteva vincere un premio o diventare una rock star. È davvero tanto facile confondere il normale e quello che tale non viene definito: davanti a un macchinario interattivo che si anima strisciando sull'immagine di volti, confondo quelli di un ignaro visitatore e di un ricoverato. Avrei giurato che ad avere dei problemi era il primo. Usciamo nel parco sotto una pioggerellina gentile.

Sulle pareti esterne dell'edificio centrale, i murales di Luis Gomez de Teran illustrano, ancora una volta, il labile confine fra l'arte del gesto e il gesto della follia. Daniele sfoga la tensione con una battuta: magari, se uno ci entrava sano, là dentro pazzo diventava sul serio. Teniamolo presente, quando liquidiamo con una sprezzante alzata di spalle certe conquiste di civiltà:  grazie alla nostra indifferenza potrebbero portarcele via, e nemmeno ce ne accorgeremmo. Mentre andiamo verso il parcheggio, ci si accoda un plotoncino di gatti. Non ce n'è uno uguale all'altro: visti da vicino, sono tutti diversi. Ciascuno a suo modo degno, necessario, libero. 

Sul Venerdì del 21 febbraio 2020