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La sede dell’intelligence italiana che si trova nel quartiere Esquilino di Roma 

Visita molto guidata nei segreti del palazzo

Non siamo riusciti  a sapere quanti sono  i nostri 007, figurarsi quanto guadagnano.  Ma qualcosa abbiamo pur imparato entrando nella nuova sede della intelligence italiana.  Ad esempio: quelle davanti alle finestre mica sono semplici tende
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ROMA. Dettaglio poco eroico, ma pratico: in piazza Dante, le mille finestre della nuova, maestosa sede unificata dell’Intelligence italiana sono schermate di bianco come quelle di un pudico gabinetto. Ma altro che gabinetti e vetri satinati: siamo al cospetto di una diavoleria della comsec (communication security) che impedisce la captazione dei file segreti custoditi nei computer. Anche i tendaggi, un po’ plasticosi, svolgono la stessa funzione, meglio però non specificare troppo: qui è tutto più o meno riservato. Come i computer: non posso vederli, ma posso rivelare che sono protetti dalla tecnologia Tempest, acronimo icastico di Transient Electro Magnetic Pulse Emanation Standard, che ne elimina o riduce le emissioni per evitare «che vengano captate da soggetti ostili». Come si legge  nel Glossario intelligence.
il padrone di casa

È un privilegio, ma anche una lotta impari con le norme di riservatezza, entrare per una visita…
ROMA. Dettaglio poco eroico, ma pratico: in piazza Dante, le mille finestre della nuova, maestosa sede unificata dell’Intelligence italiana sono schermate di bianco come quelle di un pudico gabinetto. Ma altro che gabinetti e vetri satinati: siamo al cospetto di una diavoleria della comsec (communication security) che impedisce la captazione dei file segreti custoditi nei computer. Anche i tendaggi, un po’ plasticosi, svolgono la stessa funzione, meglio però non specificare troppo: qui è tutto più o meno riservato. Come i computer: non posso vederli, ma posso rivelare che sono protetti dalla tecnologia Tempest, acronimo icastico di Transient Electro Magnetic Pulse Emanation Standard, che ne elimina o riduce le emissioni per evitare «che vengano captate da soggetti ostili». Come si legge  nel Glossario intelligence.
il padrone di casa

È un privilegio, ma anche una lotta impari con le norme di riservatezza, entrare per una visita guidata nientemeno che dal capo dei servizi segreti Gennaro Vecchione, in quella che, all’Esquilino, è già stata battezzata «la casa delle spie» (dove i rappresentanti dei diversi settori possono confrontarsi davanti a un caffè invece che per telefono da una sede all’altra e dove per la consegna dei documenti riservati ora basta un commesso e non serve la macchina con autista). Niente nomi quindi, solo quello del padrone di casa: Vecchione, appunto, direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, che coordina le attività dell’Aisi e dell’Aise, ovvero le agenzie per la sicurezza interna ed esterna i cui staff dirigenti sono stati riuniti, per la prima volta, in questo palazzone umbertino eretto nel 1914 come sede delle Casse di risparmio postali. Che è stato ripitturato di bianco come l’innocenza, riempito con un migliaio di analisti, tecnocrati, alti gradi (ma non di operativi, che rimangono dov’erano, isolati, senza mescolarsi o conoscersi fra loro, se possibile) e inaugurato nel maggio scorso dopo dieci anni di progetti, consolidamenti e sofisticati adeguamenti.

Non posso sapere nemmeno chi ha diretto i lavori, progettato le vetrate sopraelevate, ordinato gli imponenti lampadari di Murano per le zone di rappresentanza, deciso l’elegante verde oliva (forse è muschio, magari salvia, non oso chiedere) della sala riunioni e, soprattutto, chi è stato così bravo nel rendere tanto anonimi e irriconoscibili, sempre per motivi di sicurezza, i corridoi che attraversano i meandri compartimentati dell’Intelligence de noantri. Sarà dura avventurarsi in solitaria per questi anditi indifferenziati che portano a stanze tutte uguali dove una povera spia non può attaccare neanche un post-it per non rivelare di cosa si occupa. Per farsi un’idea del senso di tragicomico smarrimento, i più cinefili potrebbero ricorrere a Valentina Cortese che sbaglia le porte in Effetto notte.

Rimanendo in ambito cinematografico (e letterario) nonostante la signorilità degli ambienti, James Bond avrebbe da ridire su tanto anonimato, mentre George Smiley, più sobrio, non farebbe una piega. E comunque, di questi tempi, le celebrate spie del Regno Unito dovrebbero mantenere un certo understatement in materia di sedi: a fine anno la ditta incaricata della ristrutturazione del loro quartier generale ha perso le planimetrie dell’edificio, quella specie di tempio maya a Vauxhall Cross che si vede spesso nei film di 007.

Ecco, appunto, 007: Vecchione, aspetto mite e ragionevole, dice che la prima e fondamentale differenza fra i suoi agenti e Bond è che i suoi non hanno licenza di uccidere. Ma hanno dalla loro parte le garanzie funzionali, regolate dalla riforma dei servizi del 2007, che consentono di compiere una limitata serie di reati, se indispensabili e proporzionali all’obiettivo da perseguire, senza però nuocere all’incolumità e alla libertà di una o più persone, né delinquere contro organi di giustizia, parlamentari, partitici, sindacali o giornalistici. Però se un agente «esorbita», cioè trasgredisce i limiti, salta il segreto di Stato ed entra in campo la giustizia ordinaria. Vecchione sostiene che questi limiti non hanno mai ostacolato il lavoro dell’intelligence italiana, a suo dire molto rispettata dai colleghi stranieri.

Non abbiamo conferme o smentite di questo rispetto, ma è un fatto che in Italia non ci siano stati attentati tragici come quelli subìti a casa loro dai colleghi stranieri. Stavolta è Vecchione a scegliere l’understatement: dice che rispetto alla Francia, per esempio, le condizioni di partenza sono molto diverse, la radicalizzazione non ha potuto contare su quattro o cinque generazioni per affermarsi. Poi ammette che la prevenzione funziona e loda i risultati dell’operazione Strade Sicure, presidio nei punti caldi delle forze di polizia e militari.

Non è consentito sapere quanti sono gli agenti segreti italiani, né quanto guadagnano, né a quanto ammonta l’indennità. Negli ultimi anni c’è stato un forte ricambio: gli aspiranti arrivano dalle università, dalle aziende, dalle Forze armate e dell’ordine e da settimane o mesi di preparazione alla scuola di Forte Boccea. Il trenta per cento di chi lavora a piazza Dante è composto da donne, anche con posizioni apicali, mentre fra gli operativi la percentuale scende di dieci punti. L’agente italiano/a non dovrebbe temere di essere ricattabile per il suo orientamento sessuale, come succede nei romanzi di Le Carré, e può professare qualsiasi fede. Ma, che lavori alla scrivania o sul campo, fa un giuramento di fedeltà ed è tenuto a rispettare i principi della Carta dei valori che andiamo a elencare: l’Italia prima di tutto; spirito di appartenenza; lealtà; riservatezza a 360 gradi; pensiero e spirito critico; senso del dovere e spirito di sacrificio; patriottismo e altruismo; integrità morale e onestà intellettuale; legalità, coerenza, responsabilità e proiezione verso il futuro. Assolti questi impegni, cosa non da poco, deve individuare e fronteggiare le minacce che gravano sulla Repubblica. Quelle reputate più gravi al momento sono il cyberterrorismo; la tutela dell’economia nazionale da aggressioni e attività ostili; e la crisi libica, in gran parte per motivi energetici: se non arrivano i rifornimenti non si accendono i fornelli. E come scalderanno il latte ai loro bambini le mamme d’Italia?

A differenza dei colleghi americani che in caso di morte sono ricordati solo con una stella, gli agenti segreti italiani, almeno da defunti, non sono tenuti all’anonimato. E, nella nuova sede, quattro caduti sul campo, Vincenzo Li Causi, Nicola Calipari, Lorenzo D’Auria e Pietro Antonio Colazzo sono onorati sulla Parete della memoria. Dice Vecchione che la riservatezza nel loro caso non avrebbe senso: i loro nomi erano finiti su tutti i giornali.

Sul Venerdì del 21 febbraio 2020