Addio Ferriera: che aria tira a Trieste
Raffaele Oriani , di RAFFAELE ORIANIDopo più di un secolo di vita e anni di promesse mancate, tra poche settimane la città dirà addio al vecchio impianto siderurgico e al suo carico di fumi neri. Ma non tutti ci credono
TRIESTE. Nessuno ha tempo per ascoltare le domande: l'esasperazione è tanta e la presenza del cronista serve solo a sciogliere la lingua, montare la rabbia e farla schiantare di botto. A Servola, rione di Trieste affacciato sugli sfiati dell'omonima Ferriera, sono esasperati gli abitanti, esasperati gli operai, esasperato anche il padrone che in una lettera dello scorso settembre ha annunciato la chiusura dell'area a caldo dell'impianto. Per 124 anni qui si è cucinato il carbon coke e si è colata la ghisa. Ora più nulla: lo storico "liberi tutti" era previsto per lo scorso 31 dicembre, è stato spostato a febbraio, ora è riprogrammato per la metà di marzo. Fatto sta che si chiude, anche se Franco Apollonio non ci crede per nulla: "Abito a duecento metri dal camino della cokeria, ogni venti minuti esce una fumata che sembra bianca ma è nera" e mentre parla la nube si alza paffuta nel cielo.…
TRIESTE. Nessuno ha tempo per ascoltare le domande: l'esasperazione è tanta e la presenza del cronista serve solo a sciogliere la lingua, montare la rabbia e farla schiantare di botto. A Servola, rione di Trieste affacciato sugli sfiati dell'omonima Ferriera, sono esasperati gli abitanti, esasperati gli operai, esasperato anche il padrone che in una lettera dello scorso settembre ha annunciato la chiusura dell'area a caldo dell'impianto. Per 124 anni qui si è cucinato il carbon coke e si è colata la ghisa. Ora più nulla: lo storico "liberi tutti" era previsto per lo scorso 31 dicembre, è stato spostato a febbraio, ora è riprogrammato per la metà di marzo. Fatto sta che si chiude, anche se Franco Apollonio non ci crede per nulla: "Abito a duecento metri dal camino della cokeria, ogni venti minuti esce una fumata che sembra bianca ma è nera" e mentre parla la nube si alza paffuta nel cielo. "In casa mia sono nere le pareti, nero il pavimento, nero tutto quello che non si riesce a pulire tre volte al giorno".
La città di ferro è lì, immensa fino alla linea di costa, punteggiata da camini, torce, rulli che trasportano minerale e carbone: "Viviamo prigionieri con le finestre sempre chiuse anche d'estate: se faccio una grigliata in balcone arrivano subito i vigili, ma se questa fabbrica intossica un intero quartiere nessuno fa una piega". La rabbia di Franco cova da troppo tempo, non basta un annuncio a smontarla: "Non ci credo, non se ne andranno mai".
In Ferriera lavorano 580 operai, erano 1.800 trent'anni fa, mille negli anni Novanta. Si fanno tre turni, si guadagnano 1.500 euro al mese, si pensava sarebbe durato per sempre, o almeno il tempo per andare in pensione: "Nell'area a caldo la media è sui cinquant'anni" ci dice Thomas Trost, sindacalista Fiom. "Ci sono elettricisti, meccanici, carpentieri che possono trovare un'altra occupazione. Ma la maggior parte di noi ha da offrire solo la propria resistenza fisica, e un corpo usurato da gesti ripetuti per anni in ambienti che possono raggiungere i 50, i 70, o anche i 100 gradi".
Da qualche anno la fabbrica è di proprietà di Giovanni Arvedi, cavaliere dell'acciaio di Cremona, che ha investito molto per migliorare la compatibilità ambientale. Ma la fabbrica è vecchia: "È tutto marcio, cade a pezzi" ridono due giovani manutentori in pausa pranzo. Inquina meno, ma sempre troppo per stare a ridosso di un quartiere di 10 mila persone, al centro di una città di 200 mila abitanti: "Le emissioni di benzopirene (idrocarburo cancerogeno, ndr) sono rientrate nei limiti di legge, e anche le polveri sottili sono diminuite di molto" dice Stellio Vatta, direttore dell'Arpa, l'Agenzia regionale per l'ambiente. "Ma certo l'impianto è anacronistico, oggi nessuno ne autorizzerebbe l'apertura in mezzo a un centro abitato". Per questo, dopo un secolo di attività e decenni di polemiche, fra poche settimane si chiude: "Ma agli operai non pensa nessuno?" sbotta Franco Palman, sindacalista Uilm appena andato in pensione dopo trent'anni di Ferriera. "Senza industria una città muore, non possiamo mica diventare tutti camerieri al Caffè degli Specchi!".
Di chiusura si parla da quasi vent'anni: "Ricordo l'attuale sindaco Di Piazza negli anni Duemila" sbuffa una signora nella sua casa con vista altoforno. "In campagna elettorale venne a dirci che la Ferriera era un cancro e che lui l'avrebbe eliminata". Nel 2011 il futuro sindaco del Pd Roberto Cosolini nel suo programma elettorale metteva già in riga il futuro: "Demolizione, bonifica, riconversione produttiva, riqualificazione ambientale". Siamo nel 2020, ed è il dodicesimo anno che Alda Sancin, indomita presidente del Comitato NoSmog, accumula documenti per difendersi dai fumi: "Abbiamo avuto anni con il benzopirene sette volte oltre i limiti di legge" dice scartabellando tra decine di faldoni. "Già nel 2007 l'Azienda sanitaria definiva "estremamente preoccupante" la situazione del nostro rione, e intanto molti si sono ammalati e in troppi non avranno la fortuna di vedere la fabbrica chiusa".
L'ultima rilevazione promossa dal Comune nel 2016 mise a confronto gli abitanti di Servola e di Guardiella, un altro rione popolare di Trieste. Stessa città, stesso traffico, stesse sigarette, ma una Ferriera di mezzo: a Servola l'82 per cento del campione rispose che l'aria è nociva o molto nociva, a Guardiella solo il 5 per cento. Le contemporanee analisi delle urine portarono Ranieri Urbani, il biochimico dell'Università di Trieste curatore della ricerca, ad attribuire ai soggetti di Servola "uno stato di pre-malattia causato da contaminazione ambientale". Ma ora finalmente si chiude: "Non ci credo finché non vedo i rottami dell'altoforno partire per le acciaierie cremonesi" taglia corto Sancin. "Vedrai Alda che chiude" sorride Danila Petronio, che qualche anno fa chiese all'Azienda sanitaria cosa fare di tutta quella polvere, e si vide raccomandare l'uso di "guanti di gomma e mascherina" per le pulizie più impegnative.
Ora si chiude, perché la fabbrica inquina, perché il forzista Roberto Di Piazza ci ha vinto anche l'ultima campagna elettorale, perché la giunta regionale leghista ne ha fatto un cavallo di battaglia, perché l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro passerà alla storia come il primo esponente di Fratelli d'Italia a pronunciare la parola "ecosostenibilità" senza che sembri un insulto. Ma si chiude soprattutto perché l'area della Ferriera sul mare fa gola a un porto che è tornato a essere il terminal della Mitteleuropa: "Quattro anni fa riempivamo cinquemila treni all'anno, oggi sono già diecimila" sintetizza Zeno D'Agostino, presidente dell'Autorità Portuale di nomina Pd che a Trieste gode di enorme stima trasversale. "A ridosso della Ferriera aprirà presto la nuova piattaforma logistica, sorgerà il nuovo molo VIII e il nuovo scalo ferroviario che si ramificherà sull'area degli impianti dismessi". La scommessa è che la vita nuova del porto saprà compensare lo stop alla secolare attività siderurgica.
Il ciclope è ai suoi ultimi sbuffi, ma a Servola non c'è aria di festa: "Forse è la volta buona" dice un signore sui settanta. "Ma io sono in cura per un cancro alla gola, sa quanti miei amici si sono ammalati come me?". Un altro servolano se la prende con lo scirocco che porta ferro e carbone, una signora lo ascolta ma non è per niente d'accordo: "Un po' di polvere sì, ma qua si è sempre stati benissimo". Poi però tira uno strano sospiro: "Peccato solo che muoiano in tanti, undici da metà gennaio, tre nello stesso giorno".
Non è un'indagine epidemiologica, sono solo voci confuse di un quartiere schiantato: a Trieste, Servola era famosa per i forni del pane, il Carnevale e le tante trattorie. Da vent'anni sembra che siano rimaste solo ciminiere e centraline antinquinamento: "Qui le case costano il 30 per cento in meno che nel resto della città" conferma un agente immobiliare. Ma schiantati sono anche gli operai, che nelle prossime settimane dovranno lavorare duro per chiudere la loro fabbrica: "Dire disperazione non rende l'idea" sibila Thomas Trost.
La chiusura è un obiettivo dichiarato da decenni, ma arriva comunque in affanno. Il porto acquisirà davvero i terreni? O il coronavirus ne ridimensionerà le ambizioni? "Passa tutto sulle nostre teste, senza che la politica si assuma con forza le sue responsabilità" lamenta il sindacalista Franco Palman. Il gruppo Arvedi dovrebbe ampliare la cosiddetta area a freddo, con decine di posti di lavoro a basso impatto ambientale. Fincantieri dovrebbe garantire un pacchetto di assunzioni nei vicini cantieri di Monfalcone. La centrale elettrica che ora usa il gas di cokeria dovrebbe essere riconvertita a metano. Ma sono condizionali, mentre la data di chiusura punta dritta all'indicativo presente.
Al momento l'unica certezza sono i due anni di cassa integrazione rimpinguata dalla proprietà: "Ma se fra due anni siamo in strada, a chi ne chiediamo conto?" si altera Trost. C'è paura di chiudere. E c'è bisogno di farlo in fretta: "Da sei mesi in Ferriera si risparmia su tutto e la manutenzione è ridotta all'osso" spiega Palman. "Due settimane fa è scoppiato un tubo del gas completamente marcio, mentre buona parte dei rulli sono off limits per il pericolo di crolli". È una vecchia fabbrica: "Una 131 diesel con più di 500 mila chilometri" dice un tecnico dell'Arpa. Se si è deciso di fermarla, va fermata.
Sul Venerdì del 28 febbraio 2020
La città di ferro è lì, immensa fino alla linea di costa, punteggiata da camini, torce, rulli che trasportano minerale e carbone: "Viviamo prigionieri con le finestre sempre chiuse anche d'estate: se faccio una grigliata in balcone arrivano subito i vigili, ma se questa fabbrica intossica un intero quartiere nessuno fa una piega". La rabbia di Franco cova da troppo tempo, non basta un annuncio a smontarla: "Non ci credo, non se ne andranno mai".
In Ferriera lavorano 580 operai, erano 1.800 trent'anni fa, mille negli anni Novanta. Si fanno tre turni, si guadagnano 1.500 euro al mese, si pensava sarebbe durato per sempre, o almeno il tempo per andare in pensione: "Nell'area a caldo la media è sui cinquant'anni" ci dice Thomas Trost, sindacalista Fiom. "Ci sono elettricisti, meccanici, carpentieri che possono trovare un'altra occupazione. Ma la maggior parte di noi ha da offrire solo la propria resistenza fisica, e un corpo usurato da gesti ripetuti per anni in ambienti che possono raggiungere i 50, i 70, o anche i 100 gradi".
Da qualche anno la fabbrica è di proprietà di Giovanni Arvedi, cavaliere dell'acciaio di Cremona, che ha investito molto per migliorare la compatibilità ambientale. Ma la fabbrica è vecchia: "È tutto marcio, cade a pezzi" ridono due giovani manutentori in pausa pranzo. Inquina meno, ma sempre troppo per stare a ridosso di un quartiere di 10 mila persone, al centro di una città di 200 mila abitanti: "Le emissioni di benzopirene (idrocarburo cancerogeno, ndr) sono rientrate nei limiti di legge, e anche le polveri sottili sono diminuite di molto" dice Stellio Vatta, direttore dell'Arpa, l'Agenzia regionale per l'ambiente. "Ma certo l'impianto è anacronistico, oggi nessuno ne autorizzerebbe l'apertura in mezzo a un centro abitato". Per questo, dopo un secolo di attività e decenni di polemiche, fra poche settimane si chiude: "Ma agli operai non pensa nessuno?" sbotta Franco Palman, sindacalista Uilm appena andato in pensione dopo trent'anni di Ferriera. "Senza industria una città muore, non possiamo mica diventare tutti camerieri al Caffè degli Specchi!".
Di chiusura si parla da quasi vent'anni: "Ricordo l'attuale sindaco Di Piazza negli anni Duemila" sbuffa una signora nella sua casa con vista altoforno. "In campagna elettorale venne a dirci che la Ferriera era un cancro e che lui l'avrebbe eliminata". Nel 2011 il futuro sindaco del Pd Roberto Cosolini nel suo programma elettorale metteva già in riga il futuro: "Demolizione, bonifica, riconversione produttiva, riqualificazione ambientale". Siamo nel 2020, ed è il dodicesimo anno che Alda Sancin, indomita presidente del Comitato NoSmog, accumula documenti per difendersi dai fumi: "Abbiamo avuto anni con il benzopirene sette volte oltre i limiti di legge" dice scartabellando tra decine di faldoni. "Già nel 2007 l'Azienda sanitaria definiva "estremamente preoccupante" la situazione del nostro rione, e intanto molti si sono ammalati e in troppi non avranno la fortuna di vedere la fabbrica chiusa".
L'ultima rilevazione promossa dal Comune nel 2016 mise a confronto gli abitanti di Servola e di Guardiella, un altro rione popolare di Trieste. Stessa città, stesso traffico, stesse sigarette, ma una Ferriera di mezzo: a Servola l'82 per cento del campione rispose che l'aria è nociva o molto nociva, a Guardiella solo il 5 per cento. Le contemporanee analisi delle urine portarono Ranieri Urbani, il biochimico dell'Università di Trieste curatore della ricerca, ad attribuire ai soggetti di Servola "uno stato di pre-malattia causato da contaminazione ambientale". Ma ora finalmente si chiude: "Non ci credo finché non vedo i rottami dell'altoforno partire per le acciaierie cremonesi" taglia corto Sancin. "Vedrai Alda che chiude" sorride Danila Petronio, che qualche anno fa chiese all'Azienda sanitaria cosa fare di tutta quella polvere, e si vide raccomandare l'uso di "guanti di gomma e mascherina" per le pulizie più impegnative.
Ora si chiude, perché la fabbrica inquina, perché il forzista Roberto Di Piazza ci ha vinto anche l'ultima campagna elettorale, perché la giunta regionale leghista ne ha fatto un cavallo di battaglia, perché l'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro passerà alla storia come il primo esponente di Fratelli d'Italia a pronunciare la parola "ecosostenibilità" senza che sembri un insulto. Ma si chiude soprattutto perché l'area della Ferriera sul mare fa gola a un porto che è tornato a essere il terminal della Mitteleuropa: "Quattro anni fa riempivamo cinquemila treni all'anno, oggi sono già diecimila" sintetizza Zeno D'Agostino, presidente dell'Autorità Portuale di nomina Pd che a Trieste gode di enorme stima trasversale. "A ridosso della Ferriera aprirà presto la nuova piattaforma logistica, sorgerà il nuovo molo VIII e il nuovo scalo ferroviario che si ramificherà sull'area degli impianti dismessi". La scommessa è che la vita nuova del porto saprà compensare lo stop alla secolare attività siderurgica.
Il ciclope è ai suoi ultimi sbuffi, ma a Servola non c'è aria di festa: "Forse è la volta buona" dice un signore sui settanta. "Ma io sono in cura per un cancro alla gola, sa quanti miei amici si sono ammalati come me?". Un altro servolano se la prende con lo scirocco che porta ferro e carbone, una signora lo ascolta ma non è per niente d'accordo: "Un po' di polvere sì, ma qua si è sempre stati benissimo". Poi però tira uno strano sospiro: "Peccato solo che muoiano in tanti, undici da metà gennaio, tre nello stesso giorno".
Non è un'indagine epidemiologica, sono solo voci confuse di un quartiere schiantato: a Trieste, Servola era famosa per i forni del pane, il Carnevale e le tante trattorie. Da vent'anni sembra che siano rimaste solo ciminiere e centraline antinquinamento: "Qui le case costano il 30 per cento in meno che nel resto della città" conferma un agente immobiliare. Ma schiantati sono anche gli operai, che nelle prossime settimane dovranno lavorare duro per chiudere la loro fabbrica: "Dire disperazione non rende l'idea" sibila Thomas Trost.
La chiusura è un obiettivo dichiarato da decenni, ma arriva comunque in affanno. Il porto acquisirà davvero i terreni? O il coronavirus ne ridimensionerà le ambizioni? "Passa tutto sulle nostre teste, senza che la politica si assuma con forza le sue responsabilità" lamenta il sindacalista Franco Palman. Il gruppo Arvedi dovrebbe ampliare la cosiddetta area a freddo, con decine di posti di lavoro a basso impatto ambientale. Fincantieri dovrebbe garantire un pacchetto di assunzioni nei vicini cantieri di Monfalcone. La centrale elettrica che ora usa il gas di cokeria dovrebbe essere riconvertita a metano. Ma sono condizionali, mentre la data di chiusura punta dritta all'indicativo presente.
Al momento l'unica certezza sono i due anni di cassa integrazione rimpinguata dalla proprietà: "Ma se fra due anni siamo in strada, a chi ne chiediamo conto?" si altera Trost. C'è paura di chiudere. E c'è bisogno di farlo in fretta: "Da sei mesi in Ferriera si risparmia su tutto e la manutenzione è ridotta all'osso" spiega Palman. "Due settimane fa è scoppiato un tubo del gas completamente marcio, mentre buona parte dei rulli sono off limits per il pericolo di crolli". È una vecchia fabbrica: "Una 131 diesel con più di 500 mila chilometri" dice un tecnico dell'Arpa. Se si è deciso di fermarla, va fermata.
Sul Venerdì del 28 febbraio 2020