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Il cambio della guardia al Quirinale (Francesco Fotia / Agf) 

Due visconti dimezzati non fanno un Deep State

Per fortuna che c'è il Colle (con l'invisibile Zampetti) perché altrove è quasi il vuoto. E non soltanto per le poltrone ancora da assegnare. Ecco una mappa della macchina statale nell'era della post-politica
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La frase perfetta te la regala ancora lui, Massimo D'Alema. "Perché dovrei espormi? Perché dovrei fare interviste? Questi governi ormai sono talmente deboli che si guidano da remoto: hai scelto quelli che decidono, li hai messi nei posti che contano, gli dài i consigli giusti e quelli dicono a Conte e ai ministri cosa devono fare...". Fate pure la tara alla sua leggendaria e intramontabile ipertrofia dell'Ego. Depurate pure il suo ragionamento da quel filo di surreale centralità politica che un po' forse millanta. Ma le parole del fu Líder Maximo riassumono comunque il cambio di fase di questi ultimi anni. Nel pauroso sfarinamento dei partiti, nel precipitoso logoramento delle leadership, il Potere in Italia si è fatto ancora più invisibile. Neanche liquido, ma proprio gassoso.

Intendiamoci: lo Stato Profondo esiste e resiste. E anzi è persino più stabile (anche se meno forte) nella vacua e fugace al…
La frase perfetta te la regala ancora lui, Massimo D'Alema. "Perché dovrei espormi? Perché dovrei fare interviste? Questi governi ormai sono talmente deboli che si guidano da remoto: hai scelto quelli che decidono, li hai messi nei posti che contano, gli dài i consigli giusti e quelli dicono a Conte e ai ministri cosa devono fare...". Fate pure la tara alla sua leggendaria e intramontabile ipertrofia dell'Ego. Depurate pure il suo ragionamento da quel filo di surreale centralità politica che un po' forse millanta. Ma le parole del fu Líder Maximo riassumono comunque il cambio di fase di questi ultimi anni. Nel pauroso sfarinamento dei partiti, nel precipitoso logoramento delle leadership, il Potere in Italia si è fatto ancora più invisibile. Neanche liquido, ma proprio gassoso.

Intendiamoci: lo Stato Profondo esiste e resiste. E anzi è persino più stabile (anche se meno forte) nella vacua e fugace alternanza dell'establishment politico. Nel passaggio fulmineo del governo gialloverde e poi giallorosso, il Deep State non è molto cambiato. Resta un labirinto di burocrazie, funzioni e influenze, prevalentemente pubbliche ma spesso intrecciate con lobby accademiche e potentati privati. La "casta dei quiriti" rimane un circolo chiuso di alti dirigenti piazzati nei ministeri strategici, nelle Spa controllate, nella magistratura, nelle forze dell'ordine, nei servizi segreti. Tutti usi ad agir tacendo, secondo la perfetta definizione di Lucio Caracciolo. Tutti fedelissimi alla regola di Samuel Huntington: "Il potere resta forte finché rimane nel buio: esposto alla luce del sole, comincia a evaporare".

Chi comanda, davvero? Chi tira le fila, nei Palazzi romani? I vecchi referenti politici non ci sono più. Quelli nuovi faticano a imporsi. Così, tranne qualche raro caso, i gangli del potere diventano policentrici, la burocrazia strategica si adatta e si autonomizza. È la più grande azienda del Paese: non raggiunge l'ipertrofia del Pentagono (che conta 3,5 milioni di dipendenti), ma fa comunque lavorare un italiano su cinque. Nei meandri del circuito politico-istituzionale si muovono forze invisibili che non solo gli elettori ma gli stessi decisori faticano a individuare. Dall'inarrestabile Silvio Berlusconi, che nell'autunno del 2002 prorompe in un liberatorio: "Ma che cazzo è questa bollinatura?" (di fronte all'ennesima obiezione della Ragioneria dello Stato sulla sua Legge Finanziaria), all'ineffabile Luigi Di Maio, che nell'ottobre 2018 denuncia una misteriosa "manina tecnica" (di fronte al decreto fiscale nel quale spunta a sorpresa un condono per i capitali all'estero).  

La regola aurea è la stessa, ormai da una dozzina d'anni: tutto ciò che è nuovo o si dissolve nel vento, oppure prova a diventare Gianni Letta. Cioè la quintessenza del grand commis che sceglie e controlla tutti gli altri. Che fa funzionare, secondo le sue virtù "sommesse e silenziose", la macchina dello Stato. Ci hanno provato in tanti, a diventare Gianni Letta. Dal nipote Enrico ai tempi del governo di Romano Prodi a Graziano Delrio ai tempi del governo Renzi. Da Giancarlo Giorgetti ai tempi del Conte Uno a Vincenzo Spadafora ai tempi del Conte Due. Ma nonostante trattative e trame tra lo Studio alla Vetrata del Quirinale e la Sala Verde di Palazzo Chigi, nessun discepolo è mai riuscito a emulare il Maestro. Anche oggi che non ha più incarichi (ha lasciato la poltrona di sottosegretario della Presidenza del Consiglio dell'ultimo governo Berlusconi il 16 novembre 2011), di fronte al suo ufficio in Largo del Nazareno 8 c'è una fila impressionante di politicanti in attesa e di questuanti in declino. Aspettando un altro Letta, azzardiamo una mappa dello Stato Profondo nell'era della post-politica.

Di fronte all'insostenibile leggerezza del sistema, il baluardo resta il Quirinale. Sergio Mattarella non è Napolitano. Ma, sia pure con più discrezione di Ciampi, mantiene assai ampia la "fisarmonica dei poteri presidenziali" (copyright Giuliano Amato ). Dalla moral suasion sui ministeri alla firma su leggi e decreti, dalle funzioni del potere giudiziario alle relazioni in politica estera: lo Stato ha il suo Capo, ed è una fortuna. A presidiare il Colle, sotto Mattarella, c'è il segretario generale Ugo Zampetti, che il presidente ha voluto al Quirinale nel 2015, per fare da pontiere tra il vecchio e il nuovo mondo. Zampetti non si vede mai (al contrario del suo predecessore e mentore, Gaetano Gifuni): giusto quando legge qualche breve comunicato, durante le consultazioni post-crisi di governo. Ma c'è sempre. Guida un team di consiglieri solidi: da Daniele Cabras a Francesco Garofani, da Simone Guerrini a Stefano Erbani. È considerato uno degli uomini più potenti d'Italia. Ed è stato lui, dal 2013, a prendersi cura della formazione istituzionale minima di un giovane ex bibitaro del San Paolo, catapultato a 26 anni alla vicepresidenza della Camera. Zampetti, da allora, è ufficiale di collegamento tra Di Maio e Mattarella. Un ruolo cruciale, tanto più nella fase di massima entropia sotto il cielo dei Cinque Stelle.

Al governo non c'è un Conte Unico che fa e disfa. Ci sono i Visconti Dimezzati. Il premier non ha la struttura, non ha la forza. Ci ha provato, a cavallo tra governo gialloverde e giallorosso. Voleva affidare al suo fiduciario Roberto Chieppa (magistrato di Corte dei Conti, Tar e Consiglio di Stato, e già segretario generale nel suo primo governo) la poltrona di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Non ci è riuscito. Casaleggio e Di Maio gli hanno accorciato subito la briglia. E come sottosegretario gli hanno piazzato Riccardo Fraccaro. Oggi è lui il Visconte di Palazzo Chigi. Si narra in questi giorni che nel suo ufficio abbia affisso un grande tabellone, sul quale sta componendo insieme al suo consigliere economico Antonio Rizzo il famoso "Risiko delle nomine".

La posta in gioco è altissima: 400 poltrone pubbliche da rinnovare, a partire dalle "sedie elettriche" di Claudio Descalzi, Francesco Starace e Alessandro Profumo. Il cuore pulsante del Deep State: da Eni a Enel, da Leonardo a Poste, da Terna a Enav, dalla Rai alle Authority. Chi vince questa partita ha in mano il Paese. Anche per questo Matteo Renzi non rompe l'alleanza e resta nella coalizione: nella precedente tornata, da premier, aveva fatto cappotto nominando tutti i boiardi ora in scadenza. Vuole riprovarci, avendo già rimpiazzato Ettore Maria Ruffini al vertice dell'Agenzia delle Entrate. Ma sarà dura. I grillini non mollano. Fraccaro non arretra di un millimetro, spalleggiato da Spadafora. Conte si tiene stretta la delega sui servizi segreti, e non è poco (anche se finora non l'ha usata con particolare sagacia, a giudicare dal pasticcio estivo sul Russia-Gate combinato con il ministro della Giustizia Usa, William Barr, e poi con il segretario di Stato, Mike Pompeo). Per il resto il premier porta in giro solo chiacchiere. Sono loro, i due Visconti Fraccaro e Spadafora, a badare ai fatti. E tengono i contatti col Pd diNicola Zingaretti. Negli ingranaggi rugginosi della macchina grillina, hanno scalzato Stefano Buffagni: fino all'anno scorso Di Maio aveva consegnato a lui le chiavi dell'apparato ("Passate tutte le carte a Buffagni e aspettate la sua luce verde" era il motto). Ora non più: ha troppa nostalgia del governo con Matteo Salvini. Per questo cambiano le interlocuzioni (come direbbe l'Avvocato del Popolo). Peccato che nell'eterna transizione tutto sia più fluido. Per non dire caotico.  

Quel che resta del potere, a sinistra, abita in Via XX Settembre. Al Tesoro che fu di Quintino Sella il neo ministro Roberto Gualtieri sta provando a ricostruire la rete strappata dello Stato Profondo, ritirando le fila del lavoro del nuovo Ragioniere generale dello Stato Biagio Mazzotta con quello dei capi di gabinetto e degli uffici legislativi di tutti i ministeri collegati. Il segretario Zingaretti gli ha dato carta bianca. E Gualtieri se la prende. La pratica delle nomine l'ha affidata ad Alessandro Rivera il suo nuovo direttore generale, con perizia ovunque. Sui conti pubblici lo aiuta Fabrizia Pecorella, direttrice generale delle Finanze.

Sul raccordo con la Casta dei Quiriti lo assiste Luigi Carbone, il suo capo di gabinetto e più giovane consigliere dello Stato nella storia patria. Il resto lo fa D'Alema, che sussurra ai potenti non più solo dalla Fondazione Italianieuropei, ma ora anche dalla Link University del vecchio sodale da Prima Repubblica Enzo Scotti che (insieme alla Luiss dell'onnipotente ex ministra e super avvocata Paola Severino) rappresenta una delle due punte di lancia della lobby accademica, cioè lo Stato nello Stato. Questo rimane dell'ultimo Tesoro di un Pd comunque indebolito. È poco, ma è meglio di niente.

Com'è evidente, non c'è più il Deep State di una volta. Nessun rimpianto, per carità (lo Stato Profondo, nella sua declinazione peggiore, ci ha regalato anche le stragi e la P2). Ma un assetto più stabile, e una politica più forte e più credibile, aiuterebbe a evitare un pericolo oggettivo: che lo Stato colabrodo consenta ad alcuni comparti di alzare barriere sempre più insormontabili alla politica eletta (vedi Carlo Pelanda su Limes, agosto 2018). E cioè che lo Stato Profondo si trasformi nell'Abisso del Potere, dove tutto è sommerso. Non solo la decisione, di cui la democrazia ha bisogno. Ma anche la verità, senza la quale non c'è più democrazia.

Sul Venerdì del 28 febbraio 2020