Raffaello, pittore divino e padre dei beni culturali
Melania Mazzucco , di MELANIA MAZZUCCOL'arte del Venerdì Maestro delle Madonne, ma anche poliedrico uomo rinascimentale e primo difensore del patrimonio artistico: a 500 anni dalla morte, il genio di Urbino viene celebrato alle Scuderie del Quirinale di Roma con opere provenienti da tutto il mondo
Al Pantheon - tempio di tutti gli dèi, passati, presenti e futuri, poi chiesa che i romani hanno sempre chiamato, con familiarità, la Rotonda - sotto il tabernacolo con la Madonna del Sasso di Lorenzetto c'è un sarcofago di marmo. Custodisce le reliquie di un uomo che non fu martire né beato, eppure, provvisto di ogni dote e virtù (bellezza, grazia, genio, modestia, gentilezza, generosità), fu un dio mortale: richiamato a sé da Dio padre, come Cristo, il venerdì santo. Rafael d'Urbino, come lo battezzò Vasari, semplicemente Raffaello (i massimi artefici, come i sovrani e papi, non necessitano di cognome). Nella tomba che lui stesso si era scelto fu inumato nell'aprile del 1520, disperatamente pianto da tutti. Nessuno avrebbe mai potuto eguagliarlo: si disse che la pittura era rimasta "cieca".
È suggestiva perciò la scelta di Marzia Faietti e Matteo Lafranconi, curatori della gran mostra…
È suggestiva perciò la scelta di Marzia Faietti e Matteo Lafranconi, curatori della gran mostra…
Al Pantheon - tempio di tutti gli dèi, passati, presenti e futuri, poi chiesa che i romani hanno sempre chiamato, con familiarità, la Rotonda - sotto il tabernacolo con la Madonna del Sasso di Lorenzetto c'è un sarcofago di marmo. Custodisce le reliquie di un uomo che non fu martire né beato, eppure, provvisto di ogni dote e virtù (bellezza, grazia, genio, modestia, gentilezza, generosità), fu un dio mortale: richiamato a sé da Dio padre, come Cristo, il venerdì santo. Rafael d'Urbino, come lo battezzò Vasari, semplicemente Raffaello (i massimi artefici, come i sovrani e papi, non necessitano di cognome). Nella tomba che lui stesso si era scelto fu inumato nell'aprile del 1520, disperatamente pianto da tutti. Nessuno avrebbe mai potuto eguagliarlo: si disse che la pittura era rimasta "cieca".
È suggestiva perciò la scelta di Marzia Faietti e Matteo Lafranconi, curatori della gran mostra Raffaello, dal 4 marzo al 2 giugno alle Scuderie del Quirinale, di aprire l'esposizione con la ricostruzione della suddetta tomba. E di usare, a mo' di prologo, il quadro di Pierre-Nolasque Bergeret Honneurs rendus à Raphaël (1806), che lo raffigura morto nel letto fra Leone X e la Trasfigurazione sul Monte Tabor, suo estremo capolavoro. A Napoleone il quadro piacque tanto che lo volle alla Malmaison, certo augurandosi di trovare anche lui il suo Raffaello. Fu la morte precoce infatti a consegnare Raffaello alla divinizzazione e al mito. E con un viaggio a ritroso che con coraggio sovverte la cronologia la mostra racconta come e perché l'acclamato pittore di Urbino divenne un artista universale.
Fu a Roma, dove giunse nel 1508, ad appena 25 anni, che maturò la metamorfosi, compiuta poi durante il papato di Leone X; e alle creazioni romane per il Medici è dedicato il piano terreno - dalle tavole di soggetto sacro ai cartoni per gli affreschi delle Sale di Costantino ed Eliodoro in Vaticano, agli arazzi per la Sistina (del Sacrificio di Listra lo studio Factum Arte di Madrid propone la riproduzione digitale). Lo straordinario ritratto di Leone X coi due cugini, tra velluti e ninnoli di lusso, testimonia il legame profondo che unì due uomini tanto diversi - un papa raffinato, che la smisurata ricchezza non poteva però redimere dall'aspetto grossolano, e un pittore cui la ricchezza permetteva di vivere come un principe, ma che preferiva la compagnia di assistenti e amanti a quella dei cortigiani. Anche se proprio agli intellettuali e all'ambasciatore Baldassarre Castiglione (pure presente nel pensieroso ritratto in pelliccia) Raffaello dovette la sua nuova consapevolezza estetica. Le rovine di Roma imperiale, le colonne, le statue, i bassorilievi che affioravano dagli scavi e venivano frantumati e sbriciolati per diventare calce e materiale edilizio, lo stimolarono alla conoscenza dell'arte antica, che elesse a paragone e fine. Benché già celebre e celebrato, la studiò con la devozione di un allievo.
La mostra offre un'infinità di confronti, accompagnando disegni e opere con il "modello" o la fonte che li ispirarono (eccezionali la testa di Iside, trascritta nella Santa Cecilia, l'Antinoo divenuto Giona e il rilievo con Enea). Realizzò con innovativi strumenti tecnici il rilievo dell'Urbe, progettò l'edizione a stampa di Vitruvio, indispensabile per la conoscenza dell'architettura classica. Ma non solo. Nominato sovrintendente alle antichità, Raffaello comprese la necessità di preservare quell'eredità grandiosa, minacciata, più che dal tempo, dall'ignoranza e dall'avidità, e di tutelarla. Nel 1519 ne scrisse, con Castiglione, in una lettera al papa, esposta con meritorio rilievo: e divenne così il padre dei beni culturali, ministro dal quale molti ancora oggi avrebbero da imparare.
L'esposizione, che corona le iniziative per il cinquecentenario della morte, restituisce insomma a Raffaello la sua poliedricità rinascimentale, offuscata paradossalmente dal suo successo, che ha finito per banalizzarlo come algido e quasi stucchevole pittore di Madonne. Che pure non mancano - da quelle d'Alba e della Rosa, in prestito da Washington e Madrid, a quella dell'Impannata: la Vergine perfetta, che ha, scrive sempre Vasari, "negli occhi modestia, nella fronte onore, nel naso grazia e nella bocca virtù". Come non mancano i ritratti femminili, che gli meritarono la fama di demiurgo: perché le sue erano "pitture vive". Donne reali, amate da un artista incline ai piaceri e ai diletti carnali, tanto da scansare il matrimonio e il cappello rosso da cardinale per non doversene privare, oppure ideali e letterarie, la Velata e la Fornarina, serbano intatta la loro maliziosa sensualità e davvero, come scriveva Vasari, le loro carni paiono vibrare.
Ma stupiranno anche i meno noti Ritratto di orafo (Valerio Belli, effigiato su una scatolina), o l'aristocratico Sogno del cavaliere. E retrocedendo nel tempo, si ritorna ai progetti da architetto (la basilica di san Pietro, il demolito palazzo Branconio, Villa Madama), ai cantieri per le Stanze di Giulio II e per il banchiere Chigi a Santa Maria della Pace e alla Farnesina, e più indietro ancora, alla Firenze del Granduca e all'Umbria, dove surclassò il Perugino, fino a Urbino, dove - ancora solo il figlio di Giovanni Santi, pittore umanista e imprenditore - inizia, quasi ancora bambino, il suo apprendistato. Disegna con nitore e precisione sbalorditiva - ogni cosa, anche la mano che dipinge: la sua.
A differenza degli altri artisti - tipi "fantastichi", cultori dei vizi, afflitti da un che di "pazzia e selvatichezza", Raffaello fu di buon carattere, benvoluto dai grandi e dallo stuolo di assistenti e garzoni di cui si circondava per far fronte a impegni sempre più opprimenti. La sua fortuna ha finito per alienargli la simpatia dei posteri, che gli preferiscono i geni maledetti, inquieti e tormentati. Ma forse, congedandoci da lui - il percorso si chiude con l'Autoritratto del 1506, a 23 anni - penseremo anche che ha vissuto solo 37 anni, e a tutto ciò che avrebbe potuto creare ancora. Che la sua eterna giovinezza non sia stata, come vuole l'edulcorata leggenda, un premio, ma un castigo per la sua aspirazione alla bellezza, alla conoscenza e alla felicità terrena. E allora piuttosto vedremo in lui un Prometeo incatenato, piangeremo con la Natura, orfana del suo specchio e - dopo - porteremo una rosa alla Rotonda.
Speciale Arte sul Venerdì del 28 febbraio 2020
È suggestiva perciò la scelta di Marzia Faietti e Matteo Lafranconi, curatori della gran mostra Raffaello, dal 4 marzo al 2 giugno alle Scuderie del Quirinale, di aprire l'esposizione con la ricostruzione della suddetta tomba. E di usare, a mo' di prologo, il quadro di Pierre-Nolasque Bergeret Honneurs rendus à Raphaël (1806), che lo raffigura morto nel letto fra Leone X e la Trasfigurazione sul Monte Tabor, suo estremo capolavoro. A Napoleone il quadro piacque tanto che lo volle alla Malmaison, certo augurandosi di trovare anche lui il suo Raffaello. Fu la morte precoce infatti a consegnare Raffaello alla divinizzazione e al mito. E con un viaggio a ritroso che con coraggio sovverte la cronologia la mostra racconta come e perché l'acclamato pittore di Urbino divenne un artista universale.
Fu a Roma, dove giunse nel 1508, ad appena 25 anni, che maturò la metamorfosi, compiuta poi durante il papato di Leone X; e alle creazioni romane per il Medici è dedicato il piano terreno - dalle tavole di soggetto sacro ai cartoni per gli affreschi delle Sale di Costantino ed Eliodoro in Vaticano, agli arazzi per la Sistina (del Sacrificio di Listra lo studio Factum Arte di Madrid propone la riproduzione digitale). Lo straordinario ritratto di Leone X coi due cugini, tra velluti e ninnoli di lusso, testimonia il legame profondo che unì due uomini tanto diversi - un papa raffinato, che la smisurata ricchezza non poteva però redimere dall'aspetto grossolano, e un pittore cui la ricchezza permetteva di vivere come un principe, ma che preferiva la compagnia di assistenti e amanti a quella dei cortigiani. Anche se proprio agli intellettuali e all'ambasciatore Baldassarre Castiglione (pure presente nel pensieroso ritratto in pelliccia) Raffaello dovette la sua nuova consapevolezza estetica. Le rovine di Roma imperiale, le colonne, le statue, i bassorilievi che affioravano dagli scavi e venivano frantumati e sbriciolati per diventare calce e materiale edilizio, lo stimolarono alla conoscenza dell'arte antica, che elesse a paragone e fine. Benché già celebre e celebrato, la studiò con la devozione di un allievo.
La mostra offre un'infinità di confronti, accompagnando disegni e opere con il "modello" o la fonte che li ispirarono (eccezionali la testa di Iside, trascritta nella Santa Cecilia, l'Antinoo divenuto Giona e il rilievo con Enea). Realizzò con innovativi strumenti tecnici il rilievo dell'Urbe, progettò l'edizione a stampa di Vitruvio, indispensabile per la conoscenza dell'architettura classica. Ma non solo. Nominato sovrintendente alle antichità, Raffaello comprese la necessità di preservare quell'eredità grandiosa, minacciata, più che dal tempo, dall'ignoranza e dall'avidità, e di tutelarla. Nel 1519 ne scrisse, con Castiglione, in una lettera al papa, esposta con meritorio rilievo: e divenne così il padre dei beni culturali, ministro dal quale molti ancora oggi avrebbero da imparare.
L'esposizione, che corona le iniziative per il cinquecentenario della morte, restituisce insomma a Raffaello la sua poliedricità rinascimentale, offuscata paradossalmente dal suo successo, che ha finito per banalizzarlo come algido e quasi stucchevole pittore di Madonne. Che pure non mancano - da quelle d'Alba e della Rosa, in prestito da Washington e Madrid, a quella dell'Impannata: la Vergine perfetta, che ha, scrive sempre Vasari, "negli occhi modestia, nella fronte onore, nel naso grazia e nella bocca virtù". Come non mancano i ritratti femminili, che gli meritarono la fama di demiurgo: perché le sue erano "pitture vive". Donne reali, amate da un artista incline ai piaceri e ai diletti carnali, tanto da scansare il matrimonio e il cappello rosso da cardinale per non doversene privare, oppure ideali e letterarie, la Velata e la Fornarina, serbano intatta la loro maliziosa sensualità e davvero, come scriveva Vasari, le loro carni paiono vibrare.
Ma stupiranno anche i meno noti Ritratto di orafo (Valerio Belli, effigiato su una scatolina), o l'aristocratico Sogno del cavaliere. E retrocedendo nel tempo, si ritorna ai progetti da architetto (la basilica di san Pietro, il demolito palazzo Branconio, Villa Madama), ai cantieri per le Stanze di Giulio II e per il banchiere Chigi a Santa Maria della Pace e alla Farnesina, e più indietro ancora, alla Firenze del Granduca e all'Umbria, dove surclassò il Perugino, fino a Urbino, dove - ancora solo il figlio di Giovanni Santi, pittore umanista e imprenditore - inizia, quasi ancora bambino, il suo apprendistato. Disegna con nitore e precisione sbalorditiva - ogni cosa, anche la mano che dipinge: la sua.
A differenza degli altri artisti - tipi "fantastichi", cultori dei vizi, afflitti da un che di "pazzia e selvatichezza", Raffaello fu di buon carattere, benvoluto dai grandi e dallo stuolo di assistenti e garzoni di cui si circondava per far fronte a impegni sempre più opprimenti. La sua fortuna ha finito per alienargli la simpatia dei posteri, che gli preferiscono i geni maledetti, inquieti e tormentati. Ma forse, congedandoci da lui - il percorso si chiude con l'Autoritratto del 1506, a 23 anni - penseremo anche che ha vissuto solo 37 anni, e a tutto ciò che avrebbe potuto creare ancora. Che la sua eterna giovinezza non sia stata, come vuole l'edulcorata leggenda, un premio, ma un castigo per la sua aspirazione alla bellezza, alla conoscenza e alla felicità terrena. E allora piuttosto vedremo in lui un Prometeo incatenato, piangeremo con la Natura, orfana del suo specchio e - dopo - porteremo una rosa alla Rotonda.
Speciale Arte sul Venerdì del 28 febbraio 2020