Il cammino di Santiago, romanziere ed eremita
Marco Cicala , dal nostro inviato MARCO CICALAUn moderno Robinson Crusoe è il protagonista di uno strano thriller (e bestseller) dello spagnolo Santiago Lorenzo. Che assomiglia al suo personaggio. Incontro fuori dal mondo
SEGOVIA. Quando mi dicono che Santiago Lorenzo, eletto nel 2019 miglior romanziere spagnolo dell'anno, si è ritirato a vivere da solo in un paesino castigliano di venti abitanti e passa le giornate costruendo treni, carri armati o aeroplani in miniatura, la prima cosa che penso è: questo non sta benissimo. E invece, da quanto può giudicare l'intervistatore in poche ore di conversazione nell'eremo, Santiago (Lorenzo è il cognome) ha l'aria di passarsela meglio di tanti altri. "Qui si vive de puta madre ("alla grande")" assicura. Dinoccolato, coda di cavallo, umorismo anarcoide, abita in una casetta su due piani lungo la strada principale, praticamente l'unica, di Cañicosa, un posto a quaranta chilometri da Segovia che definire "villaggio" sarebbe una spacconata. "Tecnicamente", spiega lui, "è una pedanía". Una frazione. Quattro case in croce. "Gli abitanti" p…
SEGOVIA. Quando mi dicono che Santiago Lorenzo, eletto nel 2019 miglior romanziere spagnolo dell'anno, si è ritirato a vivere da solo in un paesino castigliano di venti abitanti e passa le giornate costruendo treni, carri armati o aeroplani in miniatura, la prima cosa che penso è: questo non sta benissimo. E invece, da quanto può giudicare l'intervistatore in poche ore di conversazione nell'eremo, Santiago (Lorenzo è il cognome) ha l'aria di passarsela meglio di tanti altri. "Qui si vive de puta madre ("alla grande")" assicura. Dinoccolato, coda di cavallo, umorismo anarcoide, abita in una casetta su due piani lungo la strada principale, praticamente l'unica, di Cañicosa, un posto a quaranta chilometri da Segovia che definire "villaggio" sarebbe una spacconata. "Tecnicamente", spiega lui, "è una pedanía". Una frazione. Quattro case in croce. "Gli abitanti" precisa, "non sono 23, come hanno scritto i giornali, ma 14". Prendo nota. C'è un bar ("però non ci ho mai messo piede"), ci sono una ermita, ossia una chiesetta di campagna, "e una panchina, anzi no, scusa, due panchine" si corregge. C'era anche un emporio, però l'hanno chiuso. Il volume d'affari non doveva essere straripante.
Santiago non ha la macchina. Nemmeno la patente. "Non ne ho mai avuto bisogno e ormai è troppo tardi per prenderla. Diventerei pericoloso per me e per gli altri. Morirei subito. È che non capisco i fondamentali della guida, della circolazione" dice. "Te lo giuro: non capisco quando la gente si incazza al volante. Il traffico è qualcosa di cui non ho mai afferrato la drammaturgia". Ma se, dio non voglia, dovesse avere un'emergenza che farebbe? "La mia vicina di casa ha l'automobile. Siamo in ottimi rapporti".
Santiago ha il telefono - mobile e fisso - più internet, ma niente tv né riscaldamenti, salvo il camino. Per i rifornimenti alimentari si fa aiutare da qualche amico motorizzato o dalla compagna che viene a trovarlo ogni quindici giorni. "Comunque una volta a settimana arrivano in paese i furgoncini del pane, della frutta e verdura". Per compere più sofisticate si sposta a Segovia. O almeno ci prova: "C'è un autobus muy cabrón di quelli che passano quando gli va".
Lorenzo è nato nei Paesi Baschi 55 anni fa e conduce questa vita semieremitica da circa otto. Se nel 2012 non avesse deciso di rintanarsi qui sull'altopiano, mai avrebbe concepito il personaggio di Manuel, protagonista de Gli schifosi, romanzo-fenomeno (Blackie edizioni) che arriva adesso in Italia sulla spinta delle 150 mila copie vendute in Spagna. Chi è Manuel? Un ragazzotto inoffensivo e un po' disadattato, un ingegnere vagamente nerd che vede i propri molteplici talenti schiacciati dalla neo-alienazione del precariato. Lavora in vivai, cartolerie, magazzini edili, call center, finché, di botto, il livido tran-tran non va per aria. Un pomeriggio, mentre sta uscendo dalla topaia madrilena in cui vivacchia, Manuel si ritrova travolto da una manifestazione di protesta che la polizia va disperdendo a manganellate. Senza motivo, un brutale agente antisommossa sta per massacrarlo di botte sul portone di casa. Lui si difende pugnalandolo alla gola col cacciavite-amuleto che porta sempre in tasca. Poi scappa lasciando lo sbirro lì a dissanguarsi. Col sostegno di uno zio complice (il narratore), il ricercato andrà a nascondersi in un villaggio disabitato dell'entroterra trascorrendo la clandestinità come un Robinson Crusoe dell'evo digitale. Ma sulla forzata e poi beata solitudo finirà per allungarsi l'infame minaccia degli asquerosos, gli "schifosi" del titolo, cioè le orde cafonal che nei weekend piombano dalla metropoli fin nella Spagna profonda con il loro corredo di parafernalia: Suv, barbecue, birre six pack, ragazzini indemoniati, suonerie disumane e tanta "musica del cazzo". L'esilio agreste del fuggitivo ne sarà intaccato.
Salvo qualche avaria allo sviluppo narrativo, Gli schifosi è un piccolo romanzo felice, soavemente ribelle, politico più per poesia che per teoria. "Non volevo farne un apologo ambientalista, ruralista, pauperista. Neanche un manuale di fuga dalla civiltà. Dopotutto, che ai giorni nostri si possa e si debba vivere con poco, o con meno, è un'idea troppo ovvia per costruirci sopra un libro". E sia. Però se ha fatto il botto significa che una certa aria del tempo Gli schifosi l'ha catturata. "Forse nella gente c'è oggi un desiderio di solitudine" concede Lorenzo, "ma è un desiderio fondato sulla certezza che una solitudine assoluta non la si praticherà mai. È un classico fantasticare. Come quello di Salgari che scriveva di Giava o Sumatra senza esserci mai stato. O quello di Hitchcock, che nei film metteva le cose che non era stato in grado di realizzare nella sua vita... Essere inseguito da un biplano in un campo di mais... Pomiciare con Kim Novak...".
Insomma nessun ammiccamento furbetto, giura il romanziere, alle eco-mode, tipo quelle che predicano il ripopolamento contadino della Spagna interna, svuotata dagli inurbamenti. "Quando scrivo non penso al lettore. Stavolta mi ossessionava casomai un'altra idea: temevo che, parlando dell'accoltellamento di un poliziotto, il libro potesse procurarmi qualche grana giudiziaria. Qui in Spagna abbiamo la cosiddetta Legge bavaglio, voluta dalla destra ma tuttora in vigore, che rafforza i poteri repressivi delle forze dell'ordine. Quando però anche sui giornali conservatori sono uscite recensioni positive del romanzo ho rifiatato. Ho messo da parte gli articoli dicendomi: alle brutte li tiro fuori al processo".
Mentre lotta con un caminetto che ha qualche problema di tiraggio, chiedo a Santiago quanto ci sia di lui nel protagonista del libro. "Manuel non sono io" dice, "la mia solitudine non è così radicale come la sua". A conferma, i telefoni: tanto il mobile che il fisso non smettono di squillare. "No, non sono un misantropo, uno stilita. Il genere umano continua a interessarmi parecchio". Dice che ha sempre amato vivere con poco, ma che non vuole farne una dottrina: "Di punto in bianco ho deciso di ritirarmi qui. Di punto in bianco potrei decidere di cambiare nuovamente vita".
Dietro un aspetto che un secolo fa si sarebbe detto "da alternativo", Santiago Lorenzo è un tipo precisissimo. Per esempio, ricorda tutte le date miliari della sua vita: "Il 7 luglio dell'81 con la mia famiglia ci siamo trasferiti a Valladolid. Il 18 ottobre '85 sono andato a studiare a Madrid. Il 28 febbraio del 2005 ho smesso definitivamente di bere. In questa casa mi sono installato il 1° agosto del 2012". Veniva dal cinema dove aveva fatto un po' di tutto - regista, sceneggiatore, scenografo - ma voleva darci un taglio. "Cercavo un posto fuori città dove trasferirmi. Girovagando sono capitato su questo. Mi è piaciuto subito. Così isolato, mi ricordava una sinfonia di Mahler".
Quando non scrive (è al quarto romanzo) passeggia, legge, si occupa dell'orto, riceve amici o si dedica ai famosi modellini. Me ne mostra uno piuttosto suggestivo: la ricostruzione di una stazione ferroviaria tedesca alla fine della Seconda guerra mondiale. Noia, mai? "Mai. Davvero". Campa solo di scrittura? "Di scrittura e di un mini-appartamento che affitto a Madrid. A ottimo prezzo, ti garantisco". Non ha carte di credito né bancomat. Maneggia unicamente contanti, sotto sguardi che nell'epoca del denaro invisibile si fanno sempre più sospettosi: "Ci hai fatto caso? Adesso se usi banconote la gente ti squadra nemmeno fossi un narcotrafficante". Da Cañicosa si muove malvolentieri. "Ormai la sola idea di spostarmi, di lasciare questo posto, mi riempie di terrore. Specie se mi tocca andare da qualche parte dove non si parla spagnolo". Ora dovrà farsi forza. A marzo lo aspettano in Italia per presentare il libro.
Oltre le finestre del salone è tutto un susseguirsi di boschi, muretti a secco, campi deserti. Qui "gli schifosi" non sono ancora sbarcati? "Altroché. Hanno già preso d'assalto un paio di agriturismi". Nel romanzo, per definire il sottoinsieme umano del buzzurrame, Santiago ha coniato un neologismo, a Mochufa, che il sempre impeccabile Bruno Arpaia ha tradotto con un'altra parola inventata: "la Caciarra". Con due erre. "Ma non si tratta di una classe sociale, di un gruppo dai confini rigidi" puntualizza lo scrittore. "In determinati momenti della nostra vita tutti possiamo essere mochufa. Ci sono passato pure io, negli anni dell'ostentazione, quando me la tiravo andando in giro coi vestiti griffati e il marchio bene in vista". Poi venne la svolta francescana.
Ci spostiamo in cucina. Santiago ha in cottura judiones, i fenomenali fagioloni di queste parti. Purtroppo non posso trattenermi a pranzo. Fuori il tassista mi aspetta passeggiando nervoso. Per motivi molto simili ai suoi, nemmeno io ho la patente, confesso al romanziere. E ci congediamo scambiandoci un'ultima occhiata complice.
Sul Venerdì del 28 febbraio 2020
Santiago non ha la macchina. Nemmeno la patente. "Non ne ho mai avuto bisogno e ormai è troppo tardi per prenderla. Diventerei pericoloso per me e per gli altri. Morirei subito. È che non capisco i fondamentali della guida, della circolazione" dice. "Te lo giuro: non capisco quando la gente si incazza al volante. Il traffico è qualcosa di cui non ho mai afferrato la drammaturgia". Ma se, dio non voglia, dovesse avere un'emergenza che farebbe? "La mia vicina di casa ha l'automobile. Siamo in ottimi rapporti".
Santiago ha il telefono - mobile e fisso - più internet, ma niente tv né riscaldamenti, salvo il camino. Per i rifornimenti alimentari si fa aiutare da qualche amico motorizzato o dalla compagna che viene a trovarlo ogni quindici giorni. "Comunque una volta a settimana arrivano in paese i furgoncini del pane, della frutta e verdura". Per compere più sofisticate si sposta a Segovia. O almeno ci prova: "C'è un autobus muy cabrón di quelli che passano quando gli va".
Lorenzo è nato nei Paesi Baschi 55 anni fa e conduce questa vita semieremitica da circa otto. Se nel 2012 non avesse deciso di rintanarsi qui sull'altopiano, mai avrebbe concepito il personaggio di Manuel, protagonista de Gli schifosi, romanzo-fenomeno (Blackie edizioni) che arriva adesso in Italia sulla spinta delle 150 mila copie vendute in Spagna. Chi è Manuel? Un ragazzotto inoffensivo e un po' disadattato, un ingegnere vagamente nerd che vede i propri molteplici talenti schiacciati dalla neo-alienazione del precariato. Lavora in vivai, cartolerie, magazzini edili, call center, finché, di botto, il livido tran-tran non va per aria. Un pomeriggio, mentre sta uscendo dalla topaia madrilena in cui vivacchia, Manuel si ritrova travolto da una manifestazione di protesta che la polizia va disperdendo a manganellate. Senza motivo, un brutale agente antisommossa sta per massacrarlo di botte sul portone di casa. Lui si difende pugnalandolo alla gola col cacciavite-amuleto che porta sempre in tasca. Poi scappa lasciando lo sbirro lì a dissanguarsi. Col sostegno di uno zio complice (il narratore), il ricercato andrà a nascondersi in un villaggio disabitato dell'entroterra trascorrendo la clandestinità come un Robinson Crusoe dell'evo digitale. Ma sulla forzata e poi beata solitudo finirà per allungarsi l'infame minaccia degli asquerosos, gli "schifosi" del titolo, cioè le orde cafonal che nei weekend piombano dalla metropoli fin nella Spagna profonda con il loro corredo di parafernalia: Suv, barbecue, birre six pack, ragazzini indemoniati, suonerie disumane e tanta "musica del cazzo". L'esilio agreste del fuggitivo ne sarà intaccato.
Salvo qualche avaria allo sviluppo narrativo, Gli schifosi è un piccolo romanzo felice, soavemente ribelle, politico più per poesia che per teoria. "Non volevo farne un apologo ambientalista, ruralista, pauperista. Neanche un manuale di fuga dalla civiltà. Dopotutto, che ai giorni nostri si possa e si debba vivere con poco, o con meno, è un'idea troppo ovvia per costruirci sopra un libro". E sia. Però se ha fatto il botto significa che una certa aria del tempo Gli schifosi l'ha catturata. "Forse nella gente c'è oggi un desiderio di solitudine" concede Lorenzo, "ma è un desiderio fondato sulla certezza che una solitudine assoluta non la si praticherà mai. È un classico fantasticare. Come quello di Salgari che scriveva di Giava o Sumatra senza esserci mai stato. O quello di Hitchcock, che nei film metteva le cose che non era stato in grado di realizzare nella sua vita... Essere inseguito da un biplano in un campo di mais... Pomiciare con Kim Novak...".
Insomma nessun ammiccamento furbetto, giura il romanziere, alle eco-mode, tipo quelle che predicano il ripopolamento contadino della Spagna interna, svuotata dagli inurbamenti. "Quando scrivo non penso al lettore. Stavolta mi ossessionava casomai un'altra idea: temevo che, parlando dell'accoltellamento di un poliziotto, il libro potesse procurarmi qualche grana giudiziaria. Qui in Spagna abbiamo la cosiddetta Legge bavaglio, voluta dalla destra ma tuttora in vigore, che rafforza i poteri repressivi delle forze dell'ordine. Quando però anche sui giornali conservatori sono uscite recensioni positive del romanzo ho rifiatato. Ho messo da parte gli articoli dicendomi: alle brutte li tiro fuori al processo".
Mentre lotta con un caminetto che ha qualche problema di tiraggio, chiedo a Santiago quanto ci sia di lui nel protagonista del libro. "Manuel non sono io" dice, "la mia solitudine non è così radicale come la sua". A conferma, i telefoni: tanto il mobile che il fisso non smettono di squillare. "No, non sono un misantropo, uno stilita. Il genere umano continua a interessarmi parecchio". Dice che ha sempre amato vivere con poco, ma che non vuole farne una dottrina: "Di punto in bianco ho deciso di ritirarmi qui. Di punto in bianco potrei decidere di cambiare nuovamente vita".
Dietro un aspetto che un secolo fa si sarebbe detto "da alternativo", Santiago Lorenzo è un tipo precisissimo. Per esempio, ricorda tutte le date miliari della sua vita: "Il 7 luglio dell'81 con la mia famiglia ci siamo trasferiti a Valladolid. Il 18 ottobre '85 sono andato a studiare a Madrid. Il 28 febbraio del 2005 ho smesso definitivamente di bere. In questa casa mi sono installato il 1° agosto del 2012". Veniva dal cinema dove aveva fatto un po' di tutto - regista, sceneggiatore, scenografo - ma voleva darci un taglio. "Cercavo un posto fuori città dove trasferirmi. Girovagando sono capitato su questo. Mi è piaciuto subito. Così isolato, mi ricordava una sinfonia di Mahler".
Quando non scrive (è al quarto romanzo) passeggia, legge, si occupa dell'orto, riceve amici o si dedica ai famosi modellini. Me ne mostra uno piuttosto suggestivo: la ricostruzione di una stazione ferroviaria tedesca alla fine della Seconda guerra mondiale. Noia, mai? "Mai. Davvero". Campa solo di scrittura? "Di scrittura e di un mini-appartamento che affitto a Madrid. A ottimo prezzo, ti garantisco". Non ha carte di credito né bancomat. Maneggia unicamente contanti, sotto sguardi che nell'epoca del denaro invisibile si fanno sempre più sospettosi: "Ci hai fatto caso? Adesso se usi banconote la gente ti squadra nemmeno fossi un narcotrafficante". Da Cañicosa si muove malvolentieri. "Ormai la sola idea di spostarmi, di lasciare questo posto, mi riempie di terrore. Specie se mi tocca andare da qualche parte dove non si parla spagnolo". Ora dovrà farsi forza. A marzo lo aspettano in Italia per presentare il libro.
Oltre le finestre del salone è tutto un susseguirsi di boschi, muretti a secco, campi deserti. Qui "gli schifosi" non sono ancora sbarcati? "Altroché. Hanno già preso d'assalto un paio di agriturismi". Nel romanzo, per definire il sottoinsieme umano del buzzurrame, Santiago ha coniato un neologismo, a Mochufa, che il sempre impeccabile Bruno Arpaia ha tradotto con un'altra parola inventata: "la Caciarra". Con due erre. "Ma non si tratta di una classe sociale, di un gruppo dai confini rigidi" puntualizza lo scrittore. "In determinati momenti della nostra vita tutti possiamo essere mochufa. Ci sono passato pure io, negli anni dell'ostentazione, quando me la tiravo andando in giro coi vestiti griffati e il marchio bene in vista". Poi venne la svolta francescana.
Ci spostiamo in cucina. Santiago ha in cottura judiones, i fenomenali fagioloni di queste parti. Purtroppo non posso trattenermi a pranzo. Fuori il tassista mi aspetta passeggiando nervoso. Per motivi molto simili ai suoi, nemmeno io ho la patente, confesso al romanziere. E ci congediamo scambiandoci un'ultima occhiata complice.
Sul Venerdì del 28 febbraio 2020