Dai magazzini riemergono le meraviglie dei Torlonia
Claudio Strinati , di CLAUDIO STRINATIL'arte del Venerdì La raccolta di scultura antica della nobile famiglia romana era destinata a costituire un museo già nel 1875. Dagli anni 60 del '900 è stata quasi inaccessibile. Dal 4 aprile, 90 pezzi saranno esposti a Villa Caffarelli, un gioiello restituito al pubblico
Hegel spiegò come sovente ciò che è noto non è veramente conosciuto. Avrebbe potuto dirlo della Collezione Torlonia, una delle più importanti raccolte di antichità mai accumulatesi in mani private, tale da poter costituire un vero e proprio museo. Così stabilì nel 1875 il principe don Alessandro Torlonia e poi ribadì il suo successore e omonimo don Alessandro che, poco prima della sua scomparsa, eresse nel 2014 a tal fine una Fondazione. Amministrata oggi dal nipote Alessandro Poma Murialdo, la Fondazione Torlonia ha stipulato un accordo col Ministero per i Beni culturali di cui il primo risultato è la mostra I marmi Torlonia. Collezionare capolavori, sostenuta dalla Soprintendenza Speciale di Roma, dal Gruppo Bulgari e gestita dalla Società Electa che sarà dal 4 aprile al 10 gennaio 2021 a Villa Caffarelli, nuova sede espositiva dei Musei Capitolini.
L’immensa raccolta di statue, busti, sarcofa…
L’immensa raccolta di statue, busti, sarcofa…
Hegel spiegò come sovente ciò che è noto non è veramente conosciuto. Avrebbe potuto dirlo della Collezione Torlonia, una delle più importanti raccolte di antichità mai accumulatesi in mani private, tale da poter costituire un vero e proprio museo. Così stabilì nel 1875 il principe don Alessandro Torlonia e poi ribadì il suo successore e omonimo don Alessandro che, poco prima della sua scomparsa, eresse nel 2014 a tal fine una Fondazione. Amministrata oggi dal nipote Alessandro Poma Murialdo, la Fondazione Torlonia ha stipulato un accordo col Ministero per i Beni culturali di cui il primo risultato è la mostra I marmi Torlonia. Collezionare capolavori, sostenuta dalla Soprintendenza Speciale di Roma, dal Gruppo Bulgari e gestita dalla Società Electa che sarà dal 4 aprile al 10 gennaio 2021 a Villa Caffarelli, nuova sede espositiva dei Musei Capitolini.
L’immensa raccolta di statue, busti, sarcofagi è costituita da oltre seicento opere raccolte sia da scavi effettuati nelle terre Torlonia sia dalla acquisizione dei beni di Villa Albani (proprietà della nobile e potente famiglia dal 1866) sia da precedenti importantissime collezioni accumulate nei secoli da esperti come il Cavaceppi, o da famiglie come Cesi, Pio da Carpi, Caetani, Cesarini, Giustiniani, quest’ultima forte di 270 pezzi acquisiti nel 1816. Nel 1881 Pietro Ercole Visconti pubblicò il primo catalogo della collezione illustrato da immagini in fototipia – e ancora oggi indispensabile – per quello che sembrava l’imminente e definitivo allestimento del Museo Torlonia. Ma dagli anni Sessanta del Novecento la collezione era immagazzinata nell’edificio Torlonia di via della Lungara a Roma, quasi inaccessibile e difficilmente studiabile.
Oggi, finalmente, 90 pezzi vengono esposti, scelti e magistralmente presentati dai curatori, Carlo Gasparri e Salvatore Settis. Con un valore aggiunto: il luogo dell’esposizione, la Villa Caffarelli sul Campidoglio, noto finora per la splendida terrazza sotto la quale giace il basamento del Tempio di Giove Capitolino, sovrastato da una serie di ambienti dove si alternarono in passato la sede dell’ambasciata prussiana presso la Santa Sede e il cosiddetto Museo nuovo di scultura antica, chiuso nel 1965. Riaperto nel 1999 per essere restaurato, solo ora l’edificio è restituito al pubblico nell’allestimento curato da David Chipperfield Architects Milano, che ha calato nelle sale sottostanti la terrazza una struttura idonea a recepire il cammino della mostra. Perché di un cammino si tratta, una passeggiata nella storia: la mostra è un’immersione nel tempo, che racconta la vicenda secolare del collezionismo delle cose antiche per come sono state conservate e anche manomesse.
Gasparri e Settis, come veri esploratori, sono entrati nel complicato magazzino e hanno letteralmente estratto i pezzi proprio alla luce del criterio di ricostruire le scelte e le acquisizioni fatte dai Torlonia nel corso del tempo. Incontriamo, ma come andando a ritroso, le opere provenienti dal collezionismo quattrocentesco e quelle possedute dalle famiglie attive nel Sei e Settecento. Quando arriviamo alla fine ci accorgiamo che la mostra Torlonia va a confinare, proprio fisicamente, con gli ambienti in cui si conservano i bronzi che papa Sisto IV nella seconda metà del Quattrocento donò al popolo romano.
I capolavori in mostra non si contano – la celebre Giulia Mesa, il Vecchio di Otricoli, la Tazza Cesi – ma nel contempo c’è una lezione: quasi nulla è arrivato a noi così come uscì dalle botteghe degli antichi artefici. Tutto nel corso dei secoli è stato sottoposto a interventi di restauro, ripristino, rifacimento, per cui distinguere tra ciò che è veramente originale e ciò che è alterato è sovente assai difficile anche se molto divertente. Lo hanno rivelato i restauri diretti da Anna Maria Carruba: opere apparentemente integre sono una sorta di assemblaggio. C’è una statua di Ercole in mostra fatta di centododici frammenti dove marmo pentelico e marmo di Carrara sono compresenti nella stessa statua, “restaurata” in antico riattaccando pezzi di altre statue in un inverosimile e pure assai frequente pasticcio ai limiti dell’assurdo, almeno per la nostra cultura.
Speciale Arte sul Venerdì del 28 febbraio 2020
L’immensa raccolta di statue, busti, sarcofagi è costituita da oltre seicento opere raccolte sia da scavi effettuati nelle terre Torlonia sia dalla acquisizione dei beni di Villa Albani (proprietà della nobile e potente famiglia dal 1866) sia da precedenti importantissime collezioni accumulate nei secoli da esperti come il Cavaceppi, o da famiglie come Cesi, Pio da Carpi, Caetani, Cesarini, Giustiniani, quest’ultima forte di 270 pezzi acquisiti nel 1816. Nel 1881 Pietro Ercole Visconti pubblicò il primo catalogo della collezione illustrato da immagini in fototipia – e ancora oggi indispensabile – per quello che sembrava l’imminente e definitivo allestimento del Museo Torlonia. Ma dagli anni Sessanta del Novecento la collezione era immagazzinata nell’edificio Torlonia di via della Lungara a Roma, quasi inaccessibile e difficilmente studiabile.
Oggi, finalmente, 90 pezzi vengono esposti, scelti e magistralmente presentati dai curatori, Carlo Gasparri e Salvatore Settis. Con un valore aggiunto: il luogo dell’esposizione, la Villa Caffarelli sul Campidoglio, noto finora per la splendida terrazza sotto la quale giace il basamento del Tempio di Giove Capitolino, sovrastato da una serie di ambienti dove si alternarono in passato la sede dell’ambasciata prussiana presso la Santa Sede e il cosiddetto Museo nuovo di scultura antica, chiuso nel 1965. Riaperto nel 1999 per essere restaurato, solo ora l’edificio è restituito al pubblico nell’allestimento curato da David Chipperfield Architects Milano, che ha calato nelle sale sottostanti la terrazza una struttura idonea a recepire il cammino della mostra. Perché di un cammino si tratta, una passeggiata nella storia: la mostra è un’immersione nel tempo, che racconta la vicenda secolare del collezionismo delle cose antiche per come sono state conservate e anche manomesse.
Gasparri e Settis, come veri esploratori, sono entrati nel complicato magazzino e hanno letteralmente estratto i pezzi proprio alla luce del criterio di ricostruire le scelte e le acquisizioni fatte dai Torlonia nel corso del tempo. Incontriamo, ma come andando a ritroso, le opere provenienti dal collezionismo quattrocentesco e quelle possedute dalle famiglie attive nel Sei e Settecento. Quando arriviamo alla fine ci accorgiamo che la mostra Torlonia va a confinare, proprio fisicamente, con gli ambienti in cui si conservano i bronzi che papa Sisto IV nella seconda metà del Quattrocento donò al popolo romano.
I capolavori in mostra non si contano – la celebre Giulia Mesa, il Vecchio di Otricoli, la Tazza Cesi – ma nel contempo c’è una lezione: quasi nulla è arrivato a noi così come uscì dalle botteghe degli antichi artefici. Tutto nel corso dei secoli è stato sottoposto a interventi di restauro, ripristino, rifacimento, per cui distinguere tra ciò che è veramente originale e ciò che è alterato è sovente assai difficile anche se molto divertente. Lo hanno rivelato i restauri diretti da Anna Maria Carruba: opere apparentemente integre sono una sorta di assemblaggio. C’è una statua di Ercole in mostra fatta di centododici frammenti dove marmo pentelico e marmo di Carrara sono compresenti nella stessa statua, “restaurata” in antico riattaccando pezzi di altre statue in un inverosimile e pure assai frequente pasticcio ai limiti dell’assurdo, almeno per la nostra cultura.
Speciale Arte sul Venerdì del 28 febbraio 2020