MILANO. Nel suo studio a pochi passi dal Palazzo di Giustizia, c'è una sola foto scattata in un'aula di tribunale. In quell'immagine in bianco e nero, però, l'avvocato non è Giuliano Pisapia, ma suo padre, il giurista Gian Domenico. Era il 1966; si teneva il processo alla Zanzara, il giornalino degli studenti del liceo milanese Parini denunciati per l'inchiesta, che allora fece scandalo, sul sesso e i giovani: "Mio padre, avvocato difensore dei ragazzi, è ritratto nell'istante in cui, dopo aver letto un passaggio molto esplicito del giornalino, svelò: "È dell'abate Marc Oraison, pubblicato dalle edizioni Paoline"". Tutta la stanza parla di legge. Unica eccezione, i libri sparsi sul tavolo: "Sono quelli di storia e attualità che mi chiedono di presentare. Di solito li tengo a Bruxelles. A Strasburgo ho Simenon per rilassarmi; a Milano sto leggendo Carofiglio e Scurati".
È anche perché il diritto è il suo pane che l'ex sindaco di Milano ha messo da parte il ruolo di "ascolto" e di europarlamentare per alzare la voce contro lo "scempio della prescrizione". Ma in fondo lo scontro sulla giustizia sembra solo l'ultimo capitolo di una storia infinita, quella delle liti e delle divisioni nel centrosinistra. Lui ci aveva provato a riunire i fronti, con Campo Progressista. Dopo il fallimento del progetto, nel 2017, la speranza si è riaccesa con la Piazza Grande di Nicola Zingaretti. Ha così accettato di candidarsi alle Europee (280 mila preferenze nel Nord Ovest) come capolista indipendente del Pd, e adesso però preme: "Non basta dire cose di sinistra, bisogna fare cose di sinistra".
Pisapia, sulla prescrizione è sembrato avere la stessa posizione di Renzi. Possibile?
"Nel merito la condivido. La controriforma del ministro Bonafede è suicida per la giustizia. Nel metodo, con un rinvio, ci troveremmo entro breve nella stessa situazione. Era necessario bloccare una norma sbagliata e controproducente e fare vere riforme per accelerare i tempi dei processi, ma non a scapito delle garanzie. La posizione garantista dovrebbe essere di tutta la sinistra, che spesso invece l'ha lasciata alla destra capace di declinarla solo a senso unico".
Che cosa pensa del premier Conte che non si definisce né garantista né giustizialista?
"Non so se sia di destra o di sinistra, non lo ha mai detto. Ma so che ha messo la fiducia su provvedimenti inaccettabili come i decreti sicurezza di Matteo Salvini. La mia impressione è che, più che cercare mediazioni alte e nobili, si sia impegnato per far diventare leggi provvedimenti incostituzionali".
Non lo vede come candidato di una possibile alleanza Pd-5 Stelle, quindi?
"Ritenere che possa essere un riferimento per i progressisti... Be', diciamo che girando per l'Italia non lo sento assolutamente realistico".
Il Pd è ancora troppo subalterno al M5S?
"Fino a oggi è stato così. Parlo però di tutto il centrosinistra. Capisco che si sia ereditata una situazione difficile, però lo si sapeva. Sento parlare di compromesso, ma ci sono le mediazioni nobili e i compromessi ignobili. Continuo a sentire dichiarazioni di svolta, dai decreti Salvini da abolire alle soluzioni per Ilva e Alitalia, ma poi non arrivano provvedimenti che siano vere risposte. È arrivato il momento di dare un segnale forte di discontinuità davanti ai bisogni dei cittadini. A cominciare dal lavoro e dalle diseguaglianze, e considerando che molte proposte del M5S, alcune delle quali già approvate come il reddito di cittadinanza, sono di fatto solo demagogia. L'ha detto anche Zingaretti: bisogna passare dalle parole ai fatti. È l'unico modo per non regalare alla destra e a Matteo Salvini il Paese, non solo per le prossime elezioni, ma per le prossime generazioni".
Quali sono i "compromessi ignobili" di cui parla?
"È quasi tutto fermo. Il Pd si sforza di trovare proposte concrete e non deve aver paura di andare avanti per farle approvare dal Parlamento. Il collante del governo non può essere "contro qualcuno"".
Lei non ha mai visto favorevolmente l'accordo con il M5S.
"Avevo forti perplessità, che in questi mesi sono aumentate. Si deve distinguere tra chi ha votato i 5 Stelle e chi invece è responsabile o corresponsabile di quanto avvenuto durante il governo gialloverde".
Quando Matteo Renzi se ne andò dal Pd, lei gli augurò buona fortuna. Uno strappo che si è rivelato un bene o un male?
"Speravo che, con la scissione, i litigi quotidiani tra Renzi e il Pd potessero diminuire. Purtroppo non è avvenuto, anzi".
Come se ne esce?
"Imparando da quello che accade sul territorio e, magari, anche favorendo la rotazione degli incarichi".
Il Pd dovrebbe cambiare, e come?
"Non sono iscritto, ma il partito aperto che Zingaretti ha proposto sin dalle primarie continua a riscuotere ampio consenso nel mondo progressista. Se si prosegue come promesso, si fa un importante passo avanti".
A proposito di unità, lei ci aveva provato con Campo Progressista prendendosi anche l'accusa di essere indeciso, una specie di leader riluttante.
"Ho fatto di tutto per unire la sinistra e il centrosinistra, chi era nel Pd e chi era uscito. Dicevo: se non troviamo i punti di incontro, finiremo per regalare il Paese a 5 Stelle e Lega. È quello che è avvenuto. Mi colpisce che chi allora mi criticava, chi sosteneva, come faceva Leu, "con Renzi mai", si sia tirato indietro. Mi hanno criticato per questo impegno in nome dell'unità, e hanno fatto un governo in cui Renzi e Italia Viva sono determinanti. Ma voglio guardare avanti e spero che il campo progressista, proposto non da me ma dal segretario del Pd, possa avere successo".
Milano sembra vivere un momento d'oro. Da ex sindaco ne sarà fiero.
"In Europa faccio parte di due commissioni, Affari Costituzionali e Esteri, in cui sono presenti molti ex premier ed ex ministri. Essere stato sindaco di Milano, e aver battuto alle elezioni Berlusconi e Salvini, è molto apprezzato".
Quanto merito si riconosce?
"Il merito è soprattutto dei milanesi. Poi, certo, vedo la continuità: metà dell'attuale giunta è formata da miei assessori e collaboratori".
Il prossimo anno ci saranno le elezioni comunali. Che possibilità ha il centrodestra?
"Il pericolo che vinca purtroppo esiste sempre, ma la mia sensazione è che i milanesi abbiano molta fiducia nell'attuale sindaco e in chi ha governato in questi anni".
Beppe Sala si dovrebbe ricandidare. O no?
"È una scelta importante per lui e per la città. Rispetto e rispetterò le sue decisioni, ma l'importante è continuare un percorso unitario e innovativo".
Perché alla fine si ritorna sempre lì, all'unità del centrosinistra. Pisapia racconta dell'incontro che ha avuto la sera prima vicino a Como. Ne fa tanti, dice, quando nel fine settimana torna da Bruxelles. Un modo "per avvicinare l'Europa alle persone". Ma quest'ultimo appuntamento sembra avergli trasmesso un surplus di entusiasmo. "C'erano tanti sindaci e amministratori che lavorano insieme. E molti ragazzi, che mi hanno detto: eravamo in piazza Duomo a festeggiare la vittoria del 2011, il nostro impegno politico è iniziato allora". Quasi ovvia la risposta, perciò, all'ultima domanda:
Si è mai pentito di non essersi ricandidato per governare la sua città?
"No, anzi. Uno dei miei impegni era quello di contribuire alla crescita di una nuova classe dirigente, civica e di centrosinistra. Ed è accaduto".
Sul Venerdì del 28 febbraio 2020
È anche perché il diritto è il suo pane che l'ex sindaco di Milano ha messo da parte il ruolo di "ascolto" e di europarlamentare per alzare la voce contro lo "scempio della prescrizione". Ma in fondo lo scontro sulla giustizia sembra solo l'ultimo capitolo di una storia infinita, quella delle liti e delle divisioni nel centrosinistra. Lui ci aveva provato a riunire i fronti, con Campo Progressista. Dopo il fallimento del progetto, nel 2017, la speranza si è riaccesa con la Piazza Grande di Nicola Zingaretti. Ha così accettato di candidarsi alle Europee (280 mila preferenze nel Nord Ovest) come capolista indipendente del Pd, e adesso però preme: "Non basta dire cose di sinistra, bisogna fare cose di sinistra".
Pisapia, sulla prescrizione è sembrato avere la stessa posizione di Renzi. Possibile?
"Nel merito la condivido. La controriforma del ministro Bonafede è suicida per la giustizia. Nel metodo, con un rinvio, ci troveremmo entro breve nella stessa situazione. Era necessario bloccare una norma sbagliata e controproducente e fare vere riforme per accelerare i tempi dei processi, ma non a scapito delle garanzie. La posizione garantista dovrebbe essere di tutta la sinistra, che spesso invece l'ha lasciata alla destra capace di declinarla solo a senso unico".
Che cosa pensa del premier Conte che non si definisce né garantista né giustizialista?
"Non so se sia di destra o di sinistra, non lo ha mai detto. Ma so che ha messo la fiducia su provvedimenti inaccettabili come i decreti sicurezza di Matteo Salvini. La mia impressione è che, più che cercare mediazioni alte e nobili, si sia impegnato per far diventare leggi provvedimenti incostituzionali".
Non lo vede come candidato di una possibile alleanza Pd-5 Stelle, quindi?
"Ritenere che possa essere un riferimento per i progressisti... Be', diciamo che girando per l'Italia non lo sento assolutamente realistico".
Il Pd è ancora troppo subalterno al M5S?
"Fino a oggi è stato così. Parlo però di tutto il centrosinistra. Capisco che si sia ereditata una situazione difficile, però lo si sapeva. Sento parlare di compromesso, ma ci sono le mediazioni nobili e i compromessi ignobili. Continuo a sentire dichiarazioni di svolta, dai decreti Salvini da abolire alle soluzioni per Ilva e Alitalia, ma poi non arrivano provvedimenti che siano vere risposte. È arrivato il momento di dare un segnale forte di discontinuità davanti ai bisogni dei cittadini. A cominciare dal lavoro e dalle diseguaglianze, e considerando che molte proposte del M5S, alcune delle quali già approvate come il reddito di cittadinanza, sono di fatto solo demagogia. L'ha detto anche Zingaretti: bisogna passare dalle parole ai fatti. È l'unico modo per non regalare alla destra e a Matteo Salvini il Paese, non solo per le prossime elezioni, ma per le prossime generazioni".
Quali sono i "compromessi ignobili" di cui parla?
"È quasi tutto fermo. Il Pd si sforza di trovare proposte concrete e non deve aver paura di andare avanti per farle approvare dal Parlamento. Il collante del governo non può essere "contro qualcuno"".
Lei non ha mai visto favorevolmente l'accordo con il M5S.
"Avevo forti perplessità, che in questi mesi sono aumentate. Si deve distinguere tra chi ha votato i 5 Stelle e chi invece è responsabile o corresponsabile di quanto avvenuto durante il governo gialloverde".
Quando Matteo Renzi se ne andò dal Pd, lei gli augurò buona fortuna. Uno strappo che si è rivelato un bene o un male?
"Speravo che, con la scissione, i litigi quotidiani tra Renzi e il Pd potessero diminuire. Purtroppo non è avvenuto, anzi".
Come se ne esce?
"Imparando da quello che accade sul territorio e, magari, anche favorendo la rotazione degli incarichi".
Il Pd dovrebbe cambiare, e come?
"Non sono iscritto, ma il partito aperto che Zingaretti ha proposto sin dalle primarie continua a riscuotere ampio consenso nel mondo progressista. Se si prosegue come promesso, si fa un importante passo avanti".
A proposito di unità, lei ci aveva provato con Campo Progressista prendendosi anche l'accusa di essere indeciso, una specie di leader riluttante.
"Ho fatto di tutto per unire la sinistra e il centrosinistra, chi era nel Pd e chi era uscito. Dicevo: se non troviamo i punti di incontro, finiremo per regalare il Paese a 5 Stelle e Lega. È quello che è avvenuto. Mi colpisce che chi allora mi criticava, chi sosteneva, come faceva Leu, "con Renzi mai", si sia tirato indietro. Mi hanno criticato per questo impegno in nome dell'unità, e hanno fatto un governo in cui Renzi e Italia Viva sono determinanti. Ma voglio guardare avanti e spero che il campo progressista, proposto non da me ma dal segretario del Pd, possa avere successo".
Milano sembra vivere un momento d'oro. Da ex sindaco ne sarà fiero.
"In Europa faccio parte di due commissioni, Affari Costituzionali e Esteri, in cui sono presenti molti ex premier ed ex ministri. Essere stato sindaco di Milano, e aver battuto alle elezioni Berlusconi e Salvini, è molto apprezzato".
Quanto merito si riconosce?
"Il merito è soprattutto dei milanesi. Poi, certo, vedo la continuità: metà dell'attuale giunta è formata da miei assessori e collaboratori".
Il prossimo anno ci saranno le elezioni comunali. Che possibilità ha il centrodestra?
"Il pericolo che vinca purtroppo esiste sempre, ma la mia sensazione è che i milanesi abbiano molta fiducia nell'attuale sindaco e in chi ha governato in questi anni".
Beppe Sala si dovrebbe ricandidare. O no?
"È una scelta importante per lui e per la città. Rispetto e rispetterò le sue decisioni, ma l'importante è continuare un percorso unitario e innovativo".
Perché alla fine si ritorna sempre lì, all'unità del centrosinistra. Pisapia racconta dell'incontro che ha avuto la sera prima vicino a Como. Ne fa tanti, dice, quando nel fine settimana torna da Bruxelles. Un modo "per avvicinare l'Europa alle persone". Ma quest'ultimo appuntamento sembra avergli trasmesso un surplus di entusiasmo. "C'erano tanti sindaci e amministratori che lavorano insieme. E molti ragazzi, che mi hanno detto: eravamo in piazza Duomo a festeggiare la vittoria del 2011, il nostro impegno politico è iniziato allora". Quasi ovvia la risposta, perciò, all'ultima domanda:
Si è mai pentito di non essersi ricandidato per governare la sua città?
"No, anzi. Uno dei miei impegni era quello di contribuire alla crescita di una nuova classe dirigente, civica e di centrosinistra. Ed è accaduto".
Sul Venerdì del 28 febbraio 2020