Pasolini l'americano
Roberto Festa , di ROBERTO FESTANegli Usa, da cui ritornò entusiasta, PPP è stato ignorato e poi riscoperto. Barth David Schwartz, di San Francisco, gli ha dedicato una vita di studi e inchieste. Finiti in una biografia che somiglia a un romanzo. Intervista
È il novembre del 1975 quando un giovane avvocato americano che vuole diventare scrittore legge a San Francisco della morte di Pier Paolo Pasolini. «Era un trafiletto di agenzia sul Chronicle. Diceva che Pasolini era rimasto vittima di violenza anti-omosessuale e che il presunto colpevole, un ragazzo di 17 anni, era stato arrestato». Barth David Schwartz rimane colpito ma non sa ancora che quella storia è destinata a cambiargli la vita. Comincia a fare ricerca: «Non sapevo una parola di italiano. Avevo visto un paio di suoi film. Mai letto una sua poesia». All’inizio Schwartz pensa di scrivere una sceneggiatura o un’opera teatrale. Con il suo trattamento della vita di Pasolini si presenta a Los Angeles, nell’ufficio di Allan Carr, il produttore di Grease: «Non sapeva chi fosse Pasolini. Fu un fiasco totale».
Schwartz cambia strada. Sceglie di scrivere una biografia. Molla tutto e parte per Roma. «Andai subito a…
Schwartz cambia strada. Sceglie di scrivere una biografia. Molla tutto e parte per Roma. «Andai subito a…
È il novembre del 1975 quando un giovane avvocato americano che vuole diventare scrittore legge a San Francisco della morte di Pier Paolo Pasolini. «Era un trafiletto di agenzia sul Chronicle. Diceva che Pasolini era rimasto vittima di violenza anti-omosessuale e che il presunto colpevole, un ragazzo di 17 anni, era stato arrestato». Barth David Schwartz rimane colpito ma non sa ancora che quella storia è destinata a cambiargli la vita. Comincia a fare ricerca: «Non sapevo una parola di italiano. Avevo visto un paio di suoi film. Mai letto una sua poesia». All’inizio Schwartz pensa di scrivere una sceneggiatura o un’opera teatrale. Con il suo trattamento della vita di Pasolini si presenta a Los Angeles, nell’ufficio di Allan Carr, il produttore di Grease: «Non sapeva chi fosse Pasolini. Fu un fiasco totale».
Schwartz cambia strada. Sceglie di scrivere una biografia. Molla tutto e parte per Roma. «Andai subito al tribunale dei minori di via delle Zoccolette e vidi Pelosi, che dalla finestra a sbarre rideva con gli amici. Al tavolo di un bar accanto era seduta Laura Betti». Quando finiscono i soldi torna negli Stati Uniti, lavora un paio d’anni come professore universitario, riparte per Roma, poi ancora a fare il pubblicitario negli States, di nuovo Roma. «È andata avanti così per anni. Del resto noi americani raggiungiamo forme di professionismo fanatico e assoluto». L’impresa non è sempre facile. «Non ricevetti alcun aiuto dalla cerchia più vicina a Pasolini. Nico Naldini (cugino e biografo del poeta, ndr) mi disse che la vita di Pasolini doveva essere riletta in chiave masochistica, ma non molto di più. Graziella Chiarcossi (nipote e collaboratrice, ndr) mi chiese di lasciar stare perché ero americano e non potevo capire l’Italia. Per lei ero McDonald’s e Coca-Cola. La presi come una sfida».
A sangue freddo
La sfida si conclude nel 1992, quando Schwartz pubblica Pasolini Requiem, quasi ottocento pagine che l’autore chiama non-fiction novel sull’esempio di A sangue freddo di Truman Capote. Nel 2017 arriva la seconda versione – pubblicata ora in Italia da La Nave di Teseo – che comprende le decine di nuove piste, ipotesi, inchieste che in questi anni hanno cercato di fare luce sulla morte dello scrittore. Ancora oggi, Pasolini Requiem resta comunque il racconto appassionato – sostenuto da una superba ricchezza di interviste e dettagli – di una delle personalità più ricche e tormentate dell’Italia del dopoguerra: un marxista e artista religioso e omosessuale senza identità omosessuale e sperimentatore e conservatore e reietto e intellettuale influente come pochi. «C’è una cosa che tiene insieme tutto: il coraggio di Pasolini» dice Schwartz. «Il coraggio che mostrò quando per esempio dovette lasciare Casarsa con la madre, alle cinque del mattino, diretti a Roma, dopo la condanna per atti omosessuali con minori».
Nel 1992 il libro di Schwartz si inserisce in una riscoperta delle opere del poeta italiano negli Stati Uniti. Dieci anni prima, nel 1982, Edmund White aveva recensito per il New York Times la biografia del poeta scritta da Enzo Siciliano, accennando alla probabile difficoltà del lettore americano a capire uno scrittore «così immerso nell’ideologia». Per un Paese come l’America, senza una forte prevalenza cattolica e senza un’egemonia culturale marxista, Pasolini restava un autore ostico, la cui conoscenza era limitata ad alcuni film – soprattutto Il Vangelo secondo Matteo – e che si riusciva a capire magari associandolo a un altro scrittore segnato dall’intreccio feroce di bellezza, sesso e morte come Yukio Mishima.
Sempre nel 1982 Random House pubblica una raccolta di poesie di Pasolini curata dallo scrittore e visual artist newyorkese Norman MacAfee. Nel 1990 arriva la grande retrospettiva al MoMa di New York: 22 film di Pasolini con sottotitoli nuovi di zecca firmati da William Weaver, il più grande traduttore dall’italiano all’inglese. Il titolo della retrospettiva è The Eyes of a Poet e nel programma si parla di Pasolini come di un marxista «il cui incrollabile candore allontanò molti tra i suoi alleati ideologici e scandalizzò la società più convenzionale».
«Mai sottostimare l’egocentrismo culturale americano» avverte Schwartz. «Quando cercavo un editore per il mio libro ho spesso dovuto spiegare chi fosse stato Pasolini. Dicevo che era poeta e gay e un regista poco convenzionale. E che c’era in lui una parte di Allen Ginsberg, una di Herbert Marcuse e una di James Baldwin. Uno scrittore come non ne abbiamo noi in America, insomma. Ma mi è anche capitato di dover sillabare il suo nome: PA-SO-LI-NI. Non FEL-LI-NI». Almeno fino alla nuova retrospettiva al MoMa nel 2012, Pasolini è stato così per l’America l’oggetto di un culto limitato ed elitario, celebrato nei circoli dell’accademia, della sinistra radicale californiana e di artisti figurativi spesso gay. A Pasolini si sono ispirati David Wojnarowicz e Félix González-Torres, entrambi morti per le conseguenze dell’Aids – del resto, cosa c’è di meglio del lirismo disperato e resistente di Pasolini per raccontare tribolazioni e stigma e rabbia di una generazione toccata dall’epidemia? E diversi artisti queer/trans come Vaginal Davis sono ampiamenti debitori all’estetica pasoliniana degli outsider del sesso e della vita.
Le notti a Harlem
Non era probabilmente questa la fama postuma che Pasolini si sarebbe aspettato quando, alla fine dell’estate del 1966, arrivò per la prima volta a New York. Veniva dal Festival di Montreal, dove avevano proiettato due suoi film. Un marxista a New York si intitola il pezzo che Oriana Fallaci scrive in quell’occasione per L’Europeo.
Nell’intervista, Pasolini esprime un amore folle per New York: «Vorrei avere diciotto anni per vivere tutta la vita quaggiù» dice. La città gli appare «magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia». Gli piacciono i ragazzi, coi loro maglioni e giubbotti, «vestiti nel modo più anticonformista possibile».
La notte, racconta Fallaci, Pasolini sparisce, va a Harlem o nei bar del porto, e torna all’alba «con le palpebre gonfie… Siamo in molti a pensare che se non la smette ce lo troviamo con una pallottola in cuore o con la gola tagliata». La premonizione cupa del futuro si dissolve nell’entusiasmo del presente. «Mi dispiace partire, mi sento come un bambino di fronte a una torta tutta da mangiare», dice Pasolini alla giornalista.
«La sinistra più bella che c’è»
Sappiamo che in quei giorni Pasolini fa un salto nello studio di Richard Avedon, che gli scatta un paio di foto a braccia conserte, con impermeabile stropicciato e cravatta. E poi assiste a manifestazioni pacifiste, incontra le Black Panthers e gli ideologi dello Sncc (Student Nonviolent Coordinating Committee), vede Allen Ginsberg, un poeta in cui «riconoscersi come un fratello». La sinistra americana che incontra è «la più bella che un marxista, oggi, possa scoprire». I ragazzi che vanno al Sud per far votare i neri gli sembrano «i cristiani delle origini» e dice di pensare a un film sulle lettere di san Paolo ambientandolo a New York: perché New York è come la Roma di San Paolo, «la corruzione, le clientele, il problema dei negri, dei drogati». Tornato in Italia, Pasolini scrive un pezzo per Paese Sera in cui esprime il suo entusiasmo politico per la Nuova Sinistra americana, «che mi ricorda i tempi della Resistenza. In America ho vissuto molte ore nel clima clandestino, di lotta, di urgenza rivoluzionaria, di speranza, che appartengono all’Europa del ’44, del ’45. In Europa tutto è finito: in America si ha l’impressione che tutto stia per cominciare». «Pasolini vide le Black Panthers con i pugni chiusi e pensò che l’America fosse sull’orlo della rivoluzione» spiega Schwartz. «La sua visione della politica Usa e dei rapporti razziali fu poetica, ma superficiale».
Fu anche di breve periodo. Oltre una serie di accenni in Poeta delle ceneri e Il Pci ai giovani, l’esperienza newyorkese sparisce dai suoi orizzonti. Pasolini tornerà a New York nel 1969, senza gli entusiasmi di tre anni prima. A quel punto c’erano stati gli omicidi di Martin Luther King e Bob Kennedy e le speranze di una rivoluzione fatta di fiori e musica erano crollate. Il percorso di vita di Pasolini non si incrocerà più con l’America; eppure il verso di una canzone nera ascoltata a New York – «Bisogna gettare il proprio corpo nella lotta» – continuerà ad agire in tanti modi dentro di lui. Anche i fili del suo pensiero e della sua opera prenderanno strade diverse e inattese in America. Una di queste conduce a San Francisco, dove una mattina di un giorno di novembre del 1975 un giovane avvocato che vuole fare lo scrittore legge la notizia della sua morte e ha un’idea.
Sul Venerdì del 6 marzo 2020
Schwartz cambia strada. Sceglie di scrivere una biografia. Molla tutto e parte per Roma. «Andai subito al tribunale dei minori di via delle Zoccolette e vidi Pelosi, che dalla finestra a sbarre rideva con gli amici. Al tavolo di un bar accanto era seduta Laura Betti». Quando finiscono i soldi torna negli Stati Uniti, lavora un paio d’anni come professore universitario, riparte per Roma, poi ancora a fare il pubblicitario negli States, di nuovo Roma. «È andata avanti così per anni. Del resto noi americani raggiungiamo forme di professionismo fanatico e assoluto». L’impresa non è sempre facile. «Non ricevetti alcun aiuto dalla cerchia più vicina a Pasolini. Nico Naldini (cugino e biografo del poeta, ndr) mi disse che la vita di Pasolini doveva essere riletta in chiave masochistica, ma non molto di più. Graziella Chiarcossi (nipote e collaboratrice, ndr) mi chiese di lasciar stare perché ero americano e non potevo capire l’Italia. Per lei ero McDonald’s e Coca-Cola. La presi come una sfida».
A sangue freddo
La sfida si conclude nel 1992, quando Schwartz pubblica Pasolini Requiem, quasi ottocento pagine che l’autore chiama non-fiction novel sull’esempio di A sangue freddo di Truman Capote. Nel 2017 arriva la seconda versione – pubblicata ora in Italia da La Nave di Teseo – che comprende le decine di nuove piste, ipotesi, inchieste che in questi anni hanno cercato di fare luce sulla morte dello scrittore. Ancora oggi, Pasolini Requiem resta comunque il racconto appassionato – sostenuto da una superba ricchezza di interviste e dettagli – di una delle personalità più ricche e tormentate dell’Italia del dopoguerra: un marxista e artista religioso e omosessuale senza identità omosessuale e sperimentatore e conservatore e reietto e intellettuale influente come pochi. «C’è una cosa che tiene insieme tutto: il coraggio di Pasolini» dice Schwartz. «Il coraggio che mostrò quando per esempio dovette lasciare Casarsa con la madre, alle cinque del mattino, diretti a Roma, dopo la condanna per atti omosessuali con minori».
Nel 1992 il libro di Schwartz si inserisce in una riscoperta delle opere del poeta italiano negli Stati Uniti. Dieci anni prima, nel 1982, Edmund White aveva recensito per il New York Times la biografia del poeta scritta da Enzo Siciliano, accennando alla probabile difficoltà del lettore americano a capire uno scrittore «così immerso nell’ideologia». Per un Paese come l’America, senza una forte prevalenza cattolica e senza un’egemonia culturale marxista, Pasolini restava un autore ostico, la cui conoscenza era limitata ad alcuni film – soprattutto Il Vangelo secondo Matteo – e che si riusciva a capire magari associandolo a un altro scrittore segnato dall’intreccio feroce di bellezza, sesso e morte come Yukio Mishima.
Sempre nel 1982 Random House pubblica una raccolta di poesie di Pasolini curata dallo scrittore e visual artist newyorkese Norman MacAfee. Nel 1990 arriva la grande retrospettiva al MoMa di New York: 22 film di Pasolini con sottotitoli nuovi di zecca firmati da William Weaver, il più grande traduttore dall’italiano all’inglese. Il titolo della retrospettiva è The Eyes of a Poet e nel programma si parla di Pasolini come di un marxista «il cui incrollabile candore allontanò molti tra i suoi alleati ideologici e scandalizzò la società più convenzionale».
«Mai sottostimare l’egocentrismo culturale americano» avverte Schwartz. «Quando cercavo un editore per il mio libro ho spesso dovuto spiegare chi fosse stato Pasolini. Dicevo che era poeta e gay e un regista poco convenzionale. E che c’era in lui una parte di Allen Ginsberg, una di Herbert Marcuse e una di James Baldwin. Uno scrittore come non ne abbiamo noi in America, insomma. Ma mi è anche capitato di dover sillabare il suo nome: PA-SO-LI-NI. Non FEL-LI-NI». Almeno fino alla nuova retrospettiva al MoMa nel 2012, Pasolini è stato così per l’America l’oggetto di un culto limitato ed elitario, celebrato nei circoli dell’accademia, della sinistra radicale californiana e di artisti figurativi spesso gay. A Pasolini si sono ispirati David Wojnarowicz e Félix González-Torres, entrambi morti per le conseguenze dell’Aids – del resto, cosa c’è di meglio del lirismo disperato e resistente di Pasolini per raccontare tribolazioni e stigma e rabbia di una generazione toccata dall’epidemia? E diversi artisti queer/trans come Vaginal Davis sono ampiamenti debitori all’estetica pasoliniana degli outsider del sesso e della vita.
Le notti a Harlem
Non era probabilmente questa la fama postuma che Pasolini si sarebbe aspettato quando, alla fine dell’estate del 1966, arrivò per la prima volta a New York. Veniva dal Festival di Montreal, dove avevano proiettato due suoi film. Un marxista a New York si intitola il pezzo che Oriana Fallaci scrive in quell’occasione per L’Europeo.
Nell’intervista, Pasolini esprime un amore folle per New York: «Vorrei avere diciotto anni per vivere tutta la vita quaggiù» dice. La città gli appare «magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia». Gli piacciono i ragazzi, coi loro maglioni e giubbotti, «vestiti nel modo più anticonformista possibile».
La notte, racconta Fallaci, Pasolini sparisce, va a Harlem o nei bar del porto, e torna all’alba «con le palpebre gonfie… Siamo in molti a pensare che se non la smette ce lo troviamo con una pallottola in cuore o con la gola tagliata». La premonizione cupa del futuro si dissolve nell’entusiasmo del presente. «Mi dispiace partire, mi sento come un bambino di fronte a una torta tutta da mangiare», dice Pasolini alla giornalista.
«La sinistra più bella che c’è»
Sappiamo che in quei giorni Pasolini fa un salto nello studio di Richard Avedon, che gli scatta un paio di foto a braccia conserte, con impermeabile stropicciato e cravatta. E poi assiste a manifestazioni pacifiste, incontra le Black Panthers e gli ideologi dello Sncc (Student Nonviolent Coordinating Committee), vede Allen Ginsberg, un poeta in cui «riconoscersi come un fratello». La sinistra americana che incontra è «la più bella che un marxista, oggi, possa scoprire». I ragazzi che vanno al Sud per far votare i neri gli sembrano «i cristiani delle origini» e dice di pensare a un film sulle lettere di san Paolo ambientandolo a New York: perché New York è come la Roma di San Paolo, «la corruzione, le clientele, il problema dei negri, dei drogati». Tornato in Italia, Pasolini scrive un pezzo per Paese Sera in cui esprime il suo entusiasmo politico per la Nuova Sinistra americana, «che mi ricorda i tempi della Resistenza. In America ho vissuto molte ore nel clima clandestino, di lotta, di urgenza rivoluzionaria, di speranza, che appartengono all’Europa del ’44, del ’45. In Europa tutto è finito: in America si ha l’impressione che tutto stia per cominciare». «Pasolini vide le Black Panthers con i pugni chiusi e pensò che l’America fosse sull’orlo della rivoluzione» spiega Schwartz. «La sua visione della politica Usa e dei rapporti razziali fu poetica, ma superficiale».
Fu anche di breve periodo. Oltre una serie di accenni in Poeta delle ceneri e Il Pci ai giovani, l’esperienza newyorkese sparisce dai suoi orizzonti. Pasolini tornerà a New York nel 1969, senza gli entusiasmi di tre anni prima. A quel punto c’erano stati gli omicidi di Martin Luther King e Bob Kennedy e le speranze di una rivoluzione fatta di fiori e musica erano crollate. Il percorso di vita di Pasolini non si incrocerà più con l’America; eppure il verso di una canzone nera ascoltata a New York – «Bisogna gettare il proprio corpo nella lotta» – continuerà ad agire in tanti modi dentro di lui. Anche i fili del suo pensiero e della sua opera prenderanno strade diverse e inattese in America. Una di queste conduce a San Francisco, dove una mattina di un giorno di novembre del 1975 un giovane avvocato che vuole fare lo scrittore legge la notizia della sua morte e ha un’idea.
Sul Venerdì del 6 marzo 2020