L'immunologo contro i mali della democrazia
Giuliano Aluffi , di GIULIANO ALUFFIL'ex direttore dell'Istituto Pasteur Philippe Kourilsky paragona la società a un organismo, e tra i suoi virus vede l'autoritarismo. Per curarla serve metodo. Scientifico
La democrazia è complicata e meravigliosa come un organismo vivente, e altrettanto vulnerabile. Può ammalarsi, e deve essere quindi difesa, come tutti gli organismi, dal suo sistema immunitario. Già, ma qual è il sistema immunitario della democrazia, e quali sono le minacce che deve prevenire e affrontare? A indagare su questo tema, con il saggio Di scienza e democrazia (Codice edizioni), è un prestigioso biologo e immunologo francese, Philippe Kourilsky, ex direttore dell'Istituto Pasteur, massimo centro di ricerca francese su microrganismi e vaccini e membro del Collège de France.
Che cosa spinge un immunologo a occuparsi delle malattie della democrazia?
"Quando dirigevo l'Istituto Pasteur, che ha un network di trenta istituti in tutto il mondo, mi sono reso conto che l'azione umanitaria in Africa, nel campo della salute, aveva un impatto assai limitato, pur impegnando molte risorse. Nel 2006 il governo francese mi chiese d…
Che cosa spinge un immunologo a occuparsi delle malattie della democrazia?
"Quando dirigevo l'Istituto Pasteur, che ha un network di trenta istituti in tutto il mondo, mi sono reso conto che l'azione umanitaria in Africa, nel campo della salute, aveva un impatto assai limitato, pur impegnando molte risorse. Nel 2006 il governo francese mi chiese d…
La democrazia è complicata e meravigliosa come un organismo vivente, e altrettanto vulnerabile. Può ammalarsi, e deve essere quindi difesa, come tutti gli organismi, dal suo sistema immunitario. Già, ma qual è il sistema immunitario della democrazia, e quali sono le minacce che deve prevenire e affrontare? A indagare su questo tema, con il saggio Di scienza e democrazia (Codice edizioni), è un prestigioso biologo e immunologo francese, Philippe Kourilsky, ex direttore dell'Istituto Pasteur, massimo centro di ricerca francese su microrganismi e vaccini e membro del Collège de France.
Che cosa spinge un immunologo a occuparsi delle malattie della democrazia?
"Quando dirigevo l'Istituto Pasteur, che ha un network di trenta istituti in tutto il mondo, mi sono reso conto che l'azione umanitaria in Africa, nel campo della salute, aveva un impatto assai limitato, pur impegnando molte risorse. Nel 2006 il governo francese mi chiese di scrivere un rapporto su come la Francia avrebbe potuto ottimizzare il suo impegno. E io nel rapporto raccomandai di rendere più scientifico il sistema degli aiuti. In particolare facevo notare che gli enti che prestano aiuto medico di rado si fermano a misurare l'impatto effettivo delle loro azioni. Un altro problema degli aiuti umanitari è che manca una "letteratura", come esiste invece per la scienza. Vale a dire che non c'è un accumulo di conoscenze che permetta a chi viene dopo di fare meglio di quelli che hanno operato prima. Questo tipo di accumulo incrementale di conoscenza è, invece, proprio della scienza, e fa sì che gli scienziati di oggi possano vedere lontano perché seduti sulle spalle di giganti, ovvero tutti gli scienziati di ieri. Per questo ho anche fondato una piccola Ong, Resolis, che misura l'efficacia delle iniziative di oltre mille piccole Ong attive in diversi campi, e promuove quelle meritevoli".
Che cosa c'entra tutto questo con la democrazia?
"In questi anni mi sono convinto che il metodo scientifico può giovare alla società nel suo insieme. Perché anche nel caso dei governi si tende a non misurare in modo obiettivo l'effetto delle decisioni adottate: ecco che il metodo scientifico può giovare anche alla democrazia. Che in molti Paesi si sta ammalando".
Di quali malattie?
"In Francia, per esempio, se si guardano i sondaggi, si potrebbe pensare che un 30-40 per cento dei francesi siano populisti. Ma è così solo perché tanti si sentono poco ascoltati dalla politica. E questo è uno "stato pre-patologico", ovvero lo stato in cui una malattia ha già passato diverse barriere del corpo e sta per emergere. Bisogna riconquistare questi cittadini facendo appello alla loro razionalità".
Ma come si difende la democrazia dai malanni, con quale sistema immunitario?
"Così come ogni volta che le nostre cellule si duplicano possono verificarsi errori - il più delle volte inoffensivi, ma in una minima parte dei casi pericolosi per lo sviluppo di tumori - anche lungo tutto il corso della vita democratica di un Paese possono prodursi minacce per la democrazia. E così come il nostro sistema immunitario ci protegge 24 ore su 24 da virus, batteri ed errori cellulari, anche la democrazia ha degli anticorpi che la proteggono. Per esempio le corti costituzionali: sorvegliando l'attività legislativa possono difendere la democrazia da pericoli come l'autoritarismo".
Ci sono malattie della democrazia che oggi non sono diagnosticate?
"Negli ultimi cinque anni negli Stati Uniti si è rotto un accordo informale, per un organo molto importante come la Corte Suprema: durante il mandato di Barack Obama, per la prima volta nella storia degli Usa, il Senato, a maggioranza repubblicana, ha respinto la nomina di un giudice, molto equilibrato, della Corte Suprema. E ora Trump ha nominato due nuovi giudici molto conservatori che sembrano intenzionati a far tornare indietro la società su diritti civili come l'autodeterminazione delle donne. La democrazia, che è una realtà complessa, vive di regole formali e regole non scritte. Se questi patti informali si rompono, la democrazia ne soffre. Succede ovunque nel mondo, negli Stati Uniti è solo più evidente".
Gli scienziati sanno curare le malattie dell'uomo, ma perché dovrebbero saper trattare anche quelle della democrazia?
"Non dico che gli scienziati dovrebbero curare la democrazia. La medicina che raccomando è l'applicazione del metodo scientifico, ovvero la misurazione incessante dei risultati delle proprie azioni, e la convalida o la smentita delle ipotesi. Gli scienziati dovrebbero trasmettere alla società questo modo di ragionare: magari imparando a comunicare in modo più chiaro e coinvolgente. Anche perché c'è un'altra cosa che accomuna gli esseri viventi e la democrazia, ovvero la complessità, ed è proprio questa la realtà che gli scienziati sono abituati a maneggiare".
Perché gli scienziati sanno capire la complessità meglio degli altri?
"La scienza è cambiata negli ultimi anni. L'enorme capacità di calcolo offerta dai computer offre ai ricercatori una visione ricca e articolata, prima irraggiungibile. Oggi, per esempio, raccogliere grandi masse di dati su un paziente rende la medicina sempre più personalizzata, e quindi efficace. Essendo stati i primi a "vedere" la complessità degli esseri viventi, gli scienziati sanno ragionare su sistemi che proprio perché sono composti da moltissime parti, sono vulnerabili a errori e malfunzionamenti. Questi sistemi hanno bisogno di meccanismi che, come il sistema immunitario, sappiano rilevare problemi, prevenirli e risolverli. Anche alla democrazia servono questi meccanismi di salvaguardia, e per individuarli e rafforzarli bisogna prima capire cos'è la complessità".
Il fatto che la democrazia sia, come l'organismo umano, complessa, la rende più fragile?
"La complessità in realtà rende anche robusti. Il nostro sistema immunitario, per esempio, ha una molteplicità di agenti protettivi: anticorpi, cellule B, cellule T e così via. Questa varietà permette di affrontare minacce nuove, del tutto impreviste e imprevedibili. Come il Coronavirus. Per il nostro sistema immunitario è una novità assoluta, in quanto virus trasmesso degli animali all'uomo. E però solo il 3,5 per cento degli infetti muore: tutti gli altri recuperano. Il che ci autorizza a vedere la questione in un altro modo: in oltre il 95 per cento dei casi il sistema immunitario, pur non avendo conosciuto il Covid-19 in precedenza, riesce a risolvere il problema".
Anche la democrazia è attaccata da virus? E come può difendersi?
"Ci sono minacce che per modalità di propagazione assomigliano ai virus, come le fake news, che possono indebolire la coesione sociale e la fiducia verso le istituzioni. Ma ci sono anche vulnerabilità interne dettate dalle rapide trasformazioni della società. Basti pensare ai lavori precari della "gig economy": la tecnologia crea vuoti giuridici nei quali si insinua. E spesso le leggi vere e proprie fanno fatica a inseguire le novità. Forse in certi casi sarebbe meglio lasciare più spazio alla giurisprudenza, che, valutando e agendo caso per caso, è un "agente immunitario" più duttile di una legge che rischia presto l'obsolescenza.
Sul Venerdì del 20 marzo 2020
Che cosa spinge un immunologo a occuparsi delle malattie della democrazia?
"Quando dirigevo l'Istituto Pasteur, che ha un network di trenta istituti in tutto il mondo, mi sono reso conto che l'azione umanitaria in Africa, nel campo della salute, aveva un impatto assai limitato, pur impegnando molte risorse. Nel 2006 il governo francese mi chiese di scrivere un rapporto su come la Francia avrebbe potuto ottimizzare il suo impegno. E io nel rapporto raccomandai di rendere più scientifico il sistema degli aiuti. In particolare facevo notare che gli enti che prestano aiuto medico di rado si fermano a misurare l'impatto effettivo delle loro azioni. Un altro problema degli aiuti umanitari è che manca una "letteratura", come esiste invece per la scienza. Vale a dire che non c'è un accumulo di conoscenze che permetta a chi viene dopo di fare meglio di quelli che hanno operato prima. Questo tipo di accumulo incrementale di conoscenza è, invece, proprio della scienza, e fa sì che gli scienziati di oggi possano vedere lontano perché seduti sulle spalle di giganti, ovvero tutti gli scienziati di ieri. Per questo ho anche fondato una piccola Ong, Resolis, che misura l'efficacia delle iniziative di oltre mille piccole Ong attive in diversi campi, e promuove quelle meritevoli".
Che cosa c'entra tutto questo con la democrazia?
"In questi anni mi sono convinto che il metodo scientifico può giovare alla società nel suo insieme. Perché anche nel caso dei governi si tende a non misurare in modo obiettivo l'effetto delle decisioni adottate: ecco che il metodo scientifico può giovare anche alla democrazia. Che in molti Paesi si sta ammalando".
Di quali malattie?
"In Francia, per esempio, se si guardano i sondaggi, si potrebbe pensare che un 30-40 per cento dei francesi siano populisti. Ma è così solo perché tanti si sentono poco ascoltati dalla politica. E questo è uno "stato pre-patologico", ovvero lo stato in cui una malattia ha già passato diverse barriere del corpo e sta per emergere. Bisogna riconquistare questi cittadini facendo appello alla loro razionalità".
Ma come si difende la democrazia dai malanni, con quale sistema immunitario?
"Così come ogni volta che le nostre cellule si duplicano possono verificarsi errori - il più delle volte inoffensivi, ma in una minima parte dei casi pericolosi per lo sviluppo di tumori - anche lungo tutto il corso della vita democratica di un Paese possono prodursi minacce per la democrazia. E così come il nostro sistema immunitario ci protegge 24 ore su 24 da virus, batteri ed errori cellulari, anche la democrazia ha degli anticorpi che la proteggono. Per esempio le corti costituzionali: sorvegliando l'attività legislativa possono difendere la democrazia da pericoli come l'autoritarismo".
Ci sono malattie della democrazia che oggi non sono diagnosticate?
"Negli ultimi cinque anni negli Stati Uniti si è rotto un accordo informale, per un organo molto importante come la Corte Suprema: durante il mandato di Barack Obama, per la prima volta nella storia degli Usa, il Senato, a maggioranza repubblicana, ha respinto la nomina di un giudice, molto equilibrato, della Corte Suprema. E ora Trump ha nominato due nuovi giudici molto conservatori che sembrano intenzionati a far tornare indietro la società su diritti civili come l'autodeterminazione delle donne. La democrazia, che è una realtà complessa, vive di regole formali e regole non scritte. Se questi patti informali si rompono, la democrazia ne soffre. Succede ovunque nel mondo, negli Stati Uniti è solo più evidente".
Gli scienziati sanno curare le malattie dell'uomo, ma perché dovrebbero saper trattare anche quelle della democrazia?
"Non dico che gli scienziati dovrebbero curare la democrazia. La medicina che raccomando è l'applicazione del metodo scientifico, ovvero la misurazione incessante dei risultati delle proprie azioni, e la convalida o la smentita delle ipotesi. Gli scienziati dovrebbero trasmettere alla società questo modo di ragionare: magari imparando a comunicare in modo più chiaro e coinvolgente. Anche perché c'è un'altra cosa che accomuna gli esseri viventi e la democrazia, ovvero la complessità, ed è proprio questa la realtà che gli scienziati sono abituati a maneggiare".
Perché gli scienziati sanno capire la complessità meglio degli altri?
"La scienza è cambiata negli ultimi anni. L'enorme capacità di calcolo offerta dai computer offre ai ricercatori una visione ricca e articolata, prima irraggiungibile. Oggi, per esempio, raccogliere grandi masse di dati su un paziente rende la medicina sempre più personalizzata, e quindi efficace. Essendo stati i primi a "vedere" la complessità degli esseri viventi, gli scienziati sanno ragionare su sistemi che proprio perché sono composti da moltissime parti, sono vulnerabili a errori e malfunzionamenti. Questi sistemi hanno bisogno di meccanismi che, come il sistema immunitario, sappiano rilevare problemi, prevenirli e risolverli. Anche alla democrazia servono questi meccanismi di salvaguardia, e per individuarli e rafforzarli bisogna prima capire cos'è la complessità".
Il fatto che la democrazia sia, come l'organismo umano, complessa, la rende più fragile?
"La complessità in realtà rende anche robusti. Il nostro sistema immunitario, per esempio, ha una molteplicità di agenti protettivi: anticorpi, cellule B, cellule T e così via. Questa varietà permette di affrontare minacce nuove, del tutto impreviste e imprevedibili. Come il Coronavirus. Per il nostro sistema immunitario è una novità assoluta, in quanto virus trasmesso degli animali all'uomo. E però solo il 3,5 per cento degli infetti muore: tutti gli altri recuperano. Il che ci autorizza a vedere la questione in un altro modo: in oltre il 95 per cento dei casi il sistema immunitario, pur non avendo conosciuto il Covid-19 in precedenza, riesce a risolvere il problema".
Anche la democrazia è attaccata da virus? E come può difendersi?
"Ci sono minacce che per modalità di propagazione assomigliano ai virus, come le fake news, che possono indebolire la coesione sociale e la fiducia verso le istituzioni. Ma ci sono anche vulnerabilità interne dettate dalle rapide trasformazioni della società. Basti pensare ai lavori precari della "gig economy": la tecnologia crea vuoti giuridici nei quali si insinua. E spesso le leggi vere e proprie fanno fatica a inseguire le novità. Forse in certi casi sarebbe meglio lasciare più spazio alla giurisprudenza, che, valutando e agendo caso per caso, è un "agente immunitario" più duttile di una legge che rischia presto l'obsolescenza.
Sul Venerdì del 20 marzo 2020