Chiare, fresche e dolci acque
Riccardo Staglianò , di RICCARDO O STAGLIANÒSono finiti da un pezzo i bei tempi del Petrarca (e anche quelli della Loren) per il bene più prezioso che abbiamo. Oggi l’Italia è tra i Paesi che al mondo ne sprecano di più. Perché? Siamo risaliti alla fonte
C'è un numero che avvelena le acque italiane. Quel numero è 42 e quantifica la percentuale che va persa, o perché le tubazioni sono bucate o per allacci abusivi. Nell'un caso e nell'altro sono soldi che non vanno ai gestori, che quindi ne hanno ancora di meno per investire nell'ammodernamento della rete, che a sua volta ne perderà sempre di più, in un circolo vizioso squisitamente italico che sembra impossibile da interrompere. Ma non lo è affatto, tanto che la media europea di dispersione è del 15 per cento, ovvero poco più di un terzo della nostra. Da qualche parte, evidentemente, sbagliamo, ma dove? Per localizzare le falle, a due giorni dalla Giornata mondiale dell'acqua, abbiamo chiesto aiuto ad alcuni esperti.
Ovviamente il problema è complesso, mi spiega Emanuele Bompan, giornalista e coautore dell'Atlante geopolitico dell'acqua (Hoepli), e cambia fisionomia ai diversi livelli a cui si d…
Ovviamente il problema è complesso, mi spiega Emanuele Bompan, giornalista e coautore dell'Atlante geopolitico dell'acqua (Hoepli), e cambia fisionomia ai diversi livelli a cui si d…
C'è un numero che avvelena le acque italiane. Quel numero è 42 e quantifica la percentuale che va persa, o perché le tubazioni sono bucate o per allacci abusivi. Nell'un caso e nell'altro sono soldi che non vanno ai gestori, che quindi ne hanno ancora di meno per investire nell'ammodernamento della rete, che a sua volta ne perderà sempre di più, in un circolo vizioso squisitamente italico che sembra impossibile da interrompere. Ma non lo è affatto, tanto che la media europea di dispersione è del 15 per cento, ovvero poco più di un terzo della nostra. Da qualche parte, evidentemente, sbagliamo, ma dove? Per localizzare le falle, a due giorni dalla Giornata mondiale dell'acqua, abbiamo chiesto aiuto ad alcuni esperti.
Ovviamente il problema è complesso, mi spiega Emanuele Bompan, giornalista e coautore dell'Atlante geopolitico dell'acqua (Hoepli), e cambia fisionomia ai diversi livelli a cui si decide di affrontarlo. Su scala locale si discute soprattutto dei casi di inquinamento più eclatanti. Dai Pfas, scarti di lavorazioni industriali che ammorbano i fiumi nel Veneto, agli idrocarburi che rischiano di contaminare le falde in Basilicata. Su scala nazionale le preoccupazioni riguardano, a monte, soprattutto l'infrastruttura (responsabile delle performance men che stellari ricordate in apertura) e, a valle, i depuratori, considerato che nel pieno del XXI secolo sei milioni di italiani ancora non ne hanno a disposizione uno, smaltendo in mare o nei fiumi. Infine il livello sovranazionale, quello del riscaldamento del pianeta che prosciuga gli invasi e fa impazzire le piogge.
Alessandro Russo è l'amministratore delegato della Cap Holding, il gestore idrico milanese, nonché una specie di enfant prodige del settore, dal momento che a 37 anni è già stato vicepresidente dei gestori europei dell'acqua pubblica. Non si fa sconti: "Anche realtà più virtuose, come la nostra, hanno perdite del 20-22 per cento. C'è quindi margine di miglioramento rispetto al benchmark europeo. E ci sono posti, come Cosenza, dove i picchi di dispersione raggiungono il 70 per cento". Com'è possibile? "Perché in larghe zone del Paese scontiamo la sopravvivenza di una gestione comunale, quindi frammentaria, quando dovremmo esser passati da tempo a una industriale, che mette insieme comunità più larghe. Solo così si può fare efficienza".
Non è un rigurgito neoliberista per cui il privato è sempre meglio del pubblico. Lui, fra l'altro, è stato vicesindaco di un piccolo comune del Milanese e oggi è a capo di un'azienda pubblica, "ma non puoi investire, permetterti macchine da centinaia di migliaia di euro per trovare le perdite e il personale per cercarle se sei un paesino da 5.000 abitanti. Servono dimensioni e approccio industriali. Poi la politica può decidere che i profitti vengano reinvestiti nell'infrastruttura, come da noi...".
È l'ennesimo remake di un'antica illusione sulla natura del capitalismo nostrano che già tanti danni ha fatto e che, tra gli altri, l'economista Marcello De Cecco denunciava: piccolo non è bello, è solo non cresciuto. Tra l'altro, di andare verso il consolidamento lo dice, da soli sedici anni, la legge Galli del '94, che prevede un Ato (Ambito territoriale ottimale) tendenzialmente su base provinciale "ma i Comuni non ne vogliono sapere, si tengono la gestione fosse solo per intascare quattro spiccioli spesso dirottati su altre voci di spesa. Perché se si rompe un tubo, il più delle volte non si vede e basta aumentare un po' la pressione per compensare. Anzi, aggiustarlo può dare più disagio (strada bloccata) che conforto ai cittadini. Vuoi mettere inaugurare un bel parchetto e una festa paesana!". E così, a forza di rimandare, in certe zone la rete fa acqua da tutte le parti tranne che dai rubinetti.
Giro la domanda ad Angelica Catalano, direttore generale per le dighe e le infrastrutture idriche del ministero dei Trasporti che, per un automatico senso istituzionale, sulle prime prova a ridimensionare: "Il 42 per cento è un numero rilevante ma va contestualizzato, una parte è anche fisiologica" ma poi si arrende all'impietoso confronto europeo e ammette un "patrimonio di infrastrutture vecchio, d'altro canto sostituirle comporterebbe oneri importanti". È un ingegnere che si occupa di grandi dighe e di quelle si sente di parlare. Per dire che, nonostante l'allarme sul global warming, "nelle serie storiche degli ultimi decenni non si registrano grandi cambiamenti nel riempimento degli invasi". Stupore: è sicura? "Per il momento è quel che vediamo. Piove in maniera diversa, con maggior intensità in certe zone rispetto a prima, ma piove. Quello che è diminuito significativamente è il manto nevoso". Quanto in percentuale? "Sarebbe una stima troppo variabile a seconda dell'altitudine. Significativamente".
Anche dal suo punto di vista però la criticità maggiore è la "frammentarietà della gestione", per cui una stessa diga può essere gestita da due aziende. E l'età delle infrastrutture: "Non costruiamo più quasi nulla e abbiamo un patrimonio piuttosto vecchio. La buona notizia è che il monitoraggio, sia nostro che dei concessionari, è strettissimo e quando ordiniamo interventi eseguono immediatamente". Niente rischio Morandi, pare.
Sul riscaldamento climatico Andrea Rinaldo, ordinario di costruzioni idrauliche a Padova, nonché accademico dei Lincei, non è tranquillo: "Non dubito che i dati citati siano giusti, ma non ci devono tranquillizzare, perché altre serie, più lunghe, dimostrano inequivocabilmente una diminuzione del livello degli invasi nel mondo, per non parlare del coefficiente di Hurst che ci ha spiegato come si intensifichino fluttuazioni anomale e imprevedibili. Con un'analogia banale: una cosa è se dai a un figlio una paghetta certa ogni settimana, altra se gli dai tutti i soldi dell'anno in un colpo solo. Lo stesso vale per le piogge".
Dunque la tropicalizzazione è un fatto e aumenterà, "in un Paese lungo come il nostro, le disuguaglianze tra chi ha e chi non ha, anche in termini di acqua". L'altro tema è culturale: "La nostra mancanza di educazione civica. Anni fa, in una notte di blackout, nel mio Veneto le falde si alzarono di un metro e mezzo. Dimostrando che molte persone pompavano di frodo. È la tragedia dei beni comuni e su questo la strada è ancora lunga".
Nel giugno 2011, 26 milioni di italiani si sono espressi in un referendum "contro la privatizzazione dell'acqua", secondo una sintesi un po' brusca. Chiedo lumi al manager Russo, che nella sua vita precedente fu consigliere comunale in una lista civica a trazione Pd: "C'è una mistica dell'acqua del territorio, del sindaco, buona contro quella dell'industria cattiva. Ma è tutto più difficile di così. Io rappresento un'azienda pubblica, ricicliamo anche quella che esce dai depuratori e la mettiamo a servizio dell'agricoltura o ci facciamo biometano per i bus. Il problema è che Israele ricicla l'80 per cento di quest'acqua seconda, la Spagna il 16 e noi il 5. Non mi impiccherei sulle etichette. Anche un privato può fare bene, basta che sia la politica a decidere il suo mandato".
Già. Il nostro primato è invece quello di bevitori di acqua in bottiglia: secondi al mondo. Sempre Russo: "Il rapporto di costi, tra rubinetto e bottiglia, è di uno a mille. E la nostra acqua è buona. È un mistero che forse affonda le radici nello scandalo dell'atrazina che contaminò le falde negli anni 80 e nella risposta del governo che alzò i limiti di potabilità per evitare il panico". A sua figlia di quattro mesi, tuttavia, dà da bere acqua in bottiglia: "È una scelta temporanea, che ha senso per i neonati e anziani con indicazioni sanitarie specifiche. Io e mia moglie beviamo da sempre acqua di rubinetto. E non è neanche quella che produco io!".
Sul Venerdì del 20 marzo 2020
Ovviamente il problema è complesso, mi spiega Emanuele Bompan, giornalista e coautore dell'Atlante geopolitico dell'acqua (Hoepli), e cambia fisionomia ai diversi livelli a cui si decide di affrontarlo. Su scala locale si discute soprattutto dei casi di inquinamento più eclatanti. Dai Pfas, scarti di lavorazioni industriali che ammorbano i fiumi nel Veneto, agli idrocarburi che rischiano di contaminare le falde in Basilicata. Su scala nazionale le preoccupazioni riguardano, a monte, soprattutto l'infrastruttura (responsabile delle performance men che stellari ricordate in apertura) e, a valle, i depuratori, considerato che nel pieno del XXI secolo sei milioni di italiani ancora non ne hanno a disposizione uno, smaltendo in mare o nei fiumi. Infine il livello sovranazionale, quello del riscaldamento del pianeta che prosciuga gli invasi e fa impazzire le piogge.
Alessandro Russo è l'amministratore delegato della Cap Holding, il gestore idrico milanese, nonché una specie di enfant prodige del settore, dal momento che a 37 anni è già stato vicepresidente dei gestori europei dell'acqua pubblica. Non si fa sconti: "Anche realtà più virtuose, come la nostra, hanno perdite del 20-22 per cento. C'è quindi margine di miglioramento rispetto al benchmark europeo. E ci sono posti, come Cosenza, dove i picchi di dispersione raggiungono il 70 per cento". Com'è possibile? "Perché in larghe zone del Paese scontiamo la sopravvivenza di una gestione comunale, quindi frammentaria, quando dovremmo esser passati da tempo a una industriale, che mette insieme comunità più larghe. Solo così si può fare efficienza".
Non è un rigurgito neoliberista per cui il privato è sempre meglio del pubblico. Lui, fra l'altro, è stato vicesindaco di un piccolo comune del Milanese e oggi è a capo di un'azienda pubblica, "ma non puoi investire, permetterti macchine da centinaia di migliaia di euro per trovare le perdite e il personale per cercarle se sei un paesino da 5.000 abitanti. Servono dimensioni e approccio industriali. Poi la politica può decidere che i profitti vengano reinvestiti nell'infrastruttura, come da noi...".
È l'ennesimo remake di un'antica illusione sulla natura del capitalismo nostrano che già tanti danni ha fatto e che, tra gli altri, l'economista Marcello De Cecco denunciava: piccolo non è bello, è solo non cresciuto. Tra l'altro, di andare verso il consolidamento lo dice, da soli sedici anni, la legge Galli del '94, che prevede un Ato (Ambito territoriale ottimale) tendenzialmente su base provinciale "ma i Comuni non ne vogliono sapere, si tengono la gestione fosse solo per intascare quattro spiccioli spesso dirottati su altre voci di spesa. Perché se si rompe un tubo, il più delle volte non si vede e basta aumentare un po' la pressione per compensare. Anzi, aggiustarlo può dare più disagio (strada bloccata) che conforto ai cittadini. Vuoi mettere inaugurare un bel parchetto e una festa paesana!". E così, a forza di rimandare, in certe zone la rete fa acqua da tutte le parti tranne che dai rubinetti.
Giro la domanda ad Angelica Catalano, direttore generale per le dighe e le infrastrutture idriche del ministero dei Trasporti che, per un automatico senso istituzionale, sulle prime prova a ridimensionare: "Il 42 per cento è un numero rilevante ma va contestualizzato, una parte è anche fisiologica" ma poi si arrende all'impietoso confronto europeo e ammette un "patrimonio di infrastrutture vecchio, d'altro canto sostituirle comporterebbe oneri importanti". È un ingegnere che si occupa di grandi dighe e di quelle si sente di parlare. Per dire che, nonostante l'allarme sul global warming, "nelle serie storiche degli ultimi decenni non si registrano grandi cambiamenti nel riempimento degli invasi". Stupore: è sicura? "Per il momento è quel che vediamo. Piove in maniera diversa, con maggior intensità in certe zone rispetto a prima, ma piove. Quello che è diminuito significativamente è il manto nevoso". Quanto in percentuale? "Sarebbe una stima troppo variabile a seconda dell'altitudine. Significativamente".
Anche dal suo punto di vista però la criticità maggiore è la "frammentarietà della gestione", per cui una stessa diga può essere gestita da due aziende. E l'età delle infrastrutture: "Non costruiamo più quasi nulla e abbiamo un patrimonio piuttosto vecchio. La buona notizia è che il monitoraggio, sia nostro che dei concessionari, è strettissimo e quando ordiniamo interventi eseguono immediatamente". Niente rischio Morandi, pare.
Sul riscaldamento climatico Andrea Rinaldo, ordinario di costruzioni idrauliche a Padova, nonché accademico dei Lincei, non è tranquillo: "Non dubito che i dati citati siano giusti, ma non ci devono tranquillizzare, perché altre serie, più lunghe, dimostrano inequivocabilmente una diminuzione del livello degli invasi nel mondo, per non parlare del coefficiente di Hurst che ci ha spiegato come si intensifichino fluttuazioni anomale e imprevedibili. Con un'analogia banale: una cosa è se dai a un figlio una paghetta certa ogni settimana, altra se gli dai tutti i soldi dell'anno in un colpo solo. Lo stesso vale per le piogge".
Dunque la tropicalizzazione è un fatto e aumenterà, "in un Paese lungo come il nostro, le disuguaglianze tra chi ha e chi non ha, anche in termini di acqua". L'altro tema è culturale: "La nostra mancanza di educazione civica. Anni fa, in una notte di blackout, nel mio Veneto le falde si alzarono di un metro e mezzo. Dimostrando che molte persone pompavano di frodo. È la tragedia dei beni comuni e su questo la strada è ancora lunga".
Nel giugno 2011, 26 milioni di italiani si sono espressi in un referendum "contro la privatizzazione dell'acqua", secondo una sintesi un po' brusca. Chiedo lumi al manager Russo, che nella sua vita precedente fu consigliere comunale in una lista civica a trazione Pd: "C'è una mistica dell'acqua del territorio, del sindaco, buona contro quella dell'industria cattiva. Ma è tutto più difficile di così. Io rappresento un'azienda pubblica, ricicliamo anche quella che esce dai depuratori e la mettiamo a servizio dell'agricoltura o ci facciamo biometano per i bus. Il problema è che Israele ricicla l'80 per cento di quest'acqua seconda, la Spagna il 16 e noi il 5. Non mi impiccherei sulle etichette. Anche un privato può fare bene, basta che sia la politica a decidere il suo mandato".
Già. Il nostro primato è invece quello di bevitori di acqua in bottiglia: secondi al mondo. Sempre Russo: "Il rapporto di costi, tra rubinetto e bottiglia, è di uno a mille. E la nostra acqua è buona. È un mistero che forse affonda le radici nello scandalo dell'atrazina che contaminò le falde negli anni 80 e nella risposta del governo che alzò i limiti di potabilità per evitare il panico". A sua figlia di quattro mesi, tuttavia, dà da bere acqua in bottiglia: "È una scelta temporanea, che ha senso per i neonati e anziani con indicazioni sanitarie specifiche. Io e mia moglie beviamo da sempre acqua di rubinetto. E non è neanche quella che produco io!".
Sul Venerdì del 20 marzo 2020