✕
Il cartello in lingua bambara in uno dei ghetti della Piana invita a lavarsi le mani (Alessia Candito) 

Lavarsene le mani nei ghetti calabresi

Reportage dagli accampamenti dei braccianti nella Piana di Gioia Tauro. Dove l'acqua corrente non c'è. E soltanto alcuni medici e volontari lavorano per prevenire i contagi
4 minuti di lettura
TAURIANOVA (Reggio Calabria). Galline che razzolano su cumuli di rifiuti. Cataste di biciclette accartocciate. Ripari di fortuna. Bombole di gas e taniche d'acqua, vicino ad una batteria di fornelletti elettrici che fa da cucina comune. E solo la voce di qualche volontario che si fa strada nella babele di bambara (Mali), wolof (Senegal), madinka (Gambia), hausa (Niger) per tentare di riempire il silenzio delle istituzioni.

Nell'Italia terrorizzata dal coronavirus, i braccianti migranti della Piana di Gioia Tauro non hanno diritto di proteggersi. E forse neanche di avere paura. Nei ghetti in cui sono costretti a vivere manca tutto. Non ci sono guanti, mascherine, igienizzanti per tentare di arginare i contagi o per esorcizzare il timore di non riuscire a farlo. Non ci sono acqua corrente né elettricità, se non quella fornita da un vecchio generatore. Non c'è modo di stare distanti almeno un metro gli uni dagli altri. Non ci sono le istituzioni.

Sfrutt…
TAURIANOVA (Reggio Calabria). Galline che razzolano su cumuli di rifiuti. Cataste di biciclette accartocciate. Ripari di fortuna. Bombole di gas e taniche d'acqua, vicino ad una batteria di fornelletti elettrici che fa da cucina comune. E solo la voce di qualche volontario che si fa strada nella babele di bambara (Mali), wolof (Senegal), madinka (Gambia), hausa (Niger) per tentare di riempire il silenzio delle istituzioni.

Nell'Italia terrorizzata dal coronavirus, i braccianti migranti della Piana di Gioia Tauro non hanno diritto di proteggersi. E forse neanche di avere paura. Nei ghetti in cui sono costretti a vivere manca tutto. Non ci sono guanti, mascherine, igienizzanti per tentare di arginare i contagi o per esorcizzare il timore di non riuscire a farlo. Non ci sono acqua corrente né elettricità, se non quella fornita da un vecchio generatore. Non c'è modo di stare distanti almeno un metro gli uni dagli altri. Non ci sono le istituzioni.

Sfruttati nei campi di giorno, costretti a rientrare nelle baraccopoli o sotto le tende di notte, i braccianti guardano all'avanzata a Sud dei contagi come ad una valanga. Senza mezzi per fermarla e con la sola speranza di non esserne travolti. "È paradossale che si continui ad ignorare che più di mille persone sono costrette a vivere in condizioni igienico-sanitarie a dir poco precarie" dice Giorgia Campo, dello sportello sindacale Soumaila Sacko. "A tutti si raccomanda la massima igiene, di non uscire e di mantenere le distanze se si è obbligati a farlo, ma nella Piana di Gioia Tauro ci sono ghetti in cui si vive senza acqua corrente".

Assembramenti di fatto. Obbligati. Con tanto di logo del ministero dell'Interno a San Ferdinando, dove una tendopoli ha sostituito le baracche buttate giù dalle ruspe spedite nella Piana dall'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini. Senza neanche dignità di un nome, nel caso dei piccoli ghetti cresciuti attorno ai casolari abbandonati della Piana. Più grandi e abbandonati a se stessi, come il campo container di Testa dell'Acqua, nei pressi di Taurianova, messo in piedi nel 2010 come "soluzione temporanea all'emergenza" che ogni anno esplode con l'arrivo dei braccianti per la stagione degli agrumi ed è divenuto insediamento permanente senza elettricità né servizi. Tanto nascosti quanto affollati, come Contrada Russo, baraccopoli venuta su attorno ad un gruppo di ruderi nel mezzo di un uliveto. È il ghetto più popolato e forse quello in condizioni peggiori. Dei vecchi casolari rimangono a stento mura e mozziconi di tetti rappezzati alla meglio. Niente acqua, solo un vecchio pozzo a dieci minuti di strada dove riempire taniche e secchi da trascinare fino al campo per poter cucinare, pulire le stoviglie e gli indumenti, lavarsi. Un'acqua verde e stagnante che non si può bere.

Ma è qui che molti hanno trovato rifugio quando la baraccopoli di San Ferdinando è stata smantellata, senza immaginare una soluzione alternativa per coloro che la abitavano. Nel tempo, alla comunità si sono aggiunti molti richiedenti asilo finiti ai margini del circuito Sprar e che i decreti sicurezza hanno condannato a non aver diritto a residenza, tessera sanitaria e carta di identità. Documenti necessari per un contratto di affitto, di lavoro o persino, per quanto modesto, un conto corrente. Irregolari per decreto. Vivono di stenti ma con le braccia mandano avanti l'economia della Piana.

Quando il Covid-19 ha iniziato a spaventare l'Italia, nessuno si è ricordato di loro. È toccato alla rete di organizzazioni che forniscono assistenza sanitaria, legale e sociale ai braccianti - Medici per i Diritti Umani, Mediterranean Hope, Sanità di Frontiera, Csc Nuvola Rossa e Co.S.Mi. - spiegare l'epidemia in corso e come provare a proteggersi. C'è chi ha allargato le braccia. "Guardati attorno, viviamo senz'acqua e accanto a cumuli di rifiuti... È solo un rischio in più". C'è chi ha ascoltato distratto perché "è una malattia dei bianchi". Chi ha iniziato ad avere paura. Attivisti e volontari sono passati di ghetto in ghetto, negli internet point e nei market di cibo africano per lasciare materiale informativo, termometri, bidoni di igienizzante. "È come dare vitamina C a un malato di tumore" dice Ibrahim Diabate, storico mediatore della zona, "ma è già qualcosa".

Nella tendopoli, quel qualcosa in più è stato fatto. Sanificazione dell'area, distribuzione di igienizzante e guanti, "anche di mascherine, se arriveranno" dice il sindaco di San Ferdinando Andrea Tripodi, condannato alla gestione della struttura e spesso lasciato senza i fondi necessari per farlo. "Abbiamo ordinato dei termoscanner per monitorare la temperatura degli ospiti e chiesto alla prefettura di allestire tende per eventuali quarantene. Ma siamo preoccupati" confessa sconsolato. Gli ospiti hanno superato quota 440. In gruppi di sei o più sono costretti a dormire, cucinare, mangiare nello stesso esiguo spazio. "Altro che distanza sociale. È una situazione di promiscuità obbligata e possiamo solo sperare che nessuno venga contagiato" ammette il sindaco, "perché inevitabilmente i casi si moltiplicherebbero. Ma non è qui la situazione peggiore". A preoccuparlo, come lo sono anche le poche associazioni attive in zona, sono i ghetti. Un potenziale focolaio, perfetto.

"Negli ultimi tre mesi, il 23 per cento dei pazienti arrivati nella nostra clinica mobile per una prima visita e il 22 per cento di quelli che si presentavano per controlli successivi soffrivano di infiammazioni delle vie respiratorie" racconta Ilaria Zambelli, coordinatrice del progetto Terragiusta, di Medu. "Un contagio da Sars-CoV-2 negli insediamenti "informali" sarebbe difficilmente controllabile". Impossibile da gestire in una regione, la Calabria, che si prepara ad affrontare la pandemia con 107 posti di terapia intensiva già occupati all'80 per cento e un piano di potenziamento degli ospedali che al momento esiste solo sulla carta. Ci hanno provato le varie sigle a sollevare il problema in prefettura. Hanno provato a strappare almeno tende di emergenza, moduli con servizi igienici, acqua corrente, un presidio medico, ma nessuno li ha ascoltati.

"Eppure sarebbe semplice" afferma Francesco Piobbichi, di Mediterranean Hope, "i nuovi decreti autorizzano i prefetti a requisire le strutture. Mettere a disposizione uno stabile significherebbe una soluzione all'emergenza e una base di partenza per il futuro. Potrebbe diventare un ostello che sia "casa" per chi si sposta in l'Italia per lavorare e magari anche centro per l'impiego". Un punto di riferimento in grado di sostenere i braccianti quando il lavoro manca. Come adesso.

Con la stagione degli agrumi agli sgoccioli e la crisi sanitaria in corso, molte aziende si sono fermate. E la chiusura degli uffici immigrazione dei commissariati ha reso impossibile rinnovare documenti e permessi "senza che a nessuno sia venuto in mente di bloccare i termini" fanno notare Cosmi e Nuvola rossa. Migliaia di lavoratori sono bloccati nella Piana. E nei ghetti inizia a mancare anche il cibo.
Le associazioni del territorio, con l'aiuto della Caritas, di qualche azienda locale e del Comune di San Ferdinando fanno rete per garantire almeno le scorte per sopravvivere.

"È un paradosso che a rischiare la fame siano proprio i lavoratori che mandano avanti la filiera agricola" dice il dirigente dell'Usb, Aboubakar Soumahoro. "Questa dovrebbe essere l'occasione per far emergere gli invisibili delle campagne". Ma sulla Piana, per adesso, le luci sono ancora spente.

Sul Venerdì del 27 marzo 2020