Gianni Rodari, la fantasia al potere
Simonetta Fiori , di SIMONETTA FIORIL'intellighenzia lo snobbava. Malgrado l'impegno politico e il successo. Ma oggi viene riletto come un grande intellettuale. E anche chi lo attaccava fa mea culpa
Solo Gianni Rodari poteva mettere insieme tre ricorrenze in un solo anno, nato nel 1920 e morto nel 1980, e nel mezzo del cammino il più internazionale dei riconoscimenti (il premio Andersen nel 1970). E trattandosi di un bisesto molto strano per non dire sciagurato è legittima la domanda: che sia l'ultimo dei suoi giochi fantastici per distrarci dalla peste, una favola al telefono a cifra tonda, un'idea per una filastrocca di speranza? O che con il suo consueto stile, tra l'ilare e il comico e il gaio, con quella stessa intonazione con cui duettava con "sua eminenza" Giulio Einaudi o con gli altri abati del monastero più esclusivo, non stia dicendo una cosa molto seria: vi bastano tre anniversari, tutti insieme, per considerarmi quel che sono veramente, ossia un intellettuale vero, uno scrittore senza aggettivi o complementi di scopo (per l'infanzia, per ragazzi, per la scuola), un militante democratico che su ispirazione niente meno che…
Solo Gianni Rodari poteva mettere insieme tre ricorrenze in un solo anno, nato nel 1920 e morto nel 1980, e nel mezzo del cammino il più internazionale dei riconoscimenti (il premio Andersen nel 1970). E trattandosi di un bisesto molto strano per non dire sciagurato è legittima la domanda: che sia l'ultimo dei suoi giochi fantastici per distrarci dalla peste, una favola al telefono a cifra tonda, un'idea per una filastrocca di speranza? O che con il suo consueto stile, tra l'ilare e il comico e il gaio, con quella stessa intonazione con cui duettava con "sua eminenza" Giulio Einaudi o con gli altri abati del monastero più esclusivo, non stia dicendo una cosa molto seria: vi bastano tre anniversari, tutti insieme, per considerarmi quel che sono veramente, ossia un intellettuale vero, uno scrittore senza aggettivi o complementi di scopo (per l'infanzia, per ragazzi, per la scuola), un militante democratico che su ispirazione niente meno che di Novalis ha inserito la "fantastica" tra i pilastri dell'Italia repubblicana? Avete bisogno di altre ricorrenze, coincidenze, rimostranze, per farmi entrare finalmente nelle storie culturali del nostro Paese?
No, di tempo ne è passato anche troppo. E Daniela Marcheschi, curatrice del nuovo Meridiano, è il primo dei giustizieri chiamati a restituire a Rodari il suo ritratto a figura intera - non solo filastrocchiere o pedagogista di culto tra gli anni 60 e 70, non solo inviato dell'Unità ed elzevirista eclettico di Paese Sera, non solo favolista tradotto in tutto il mondo e narratore civile di altri mondi possibili, non solo anima dello sviluppo democratico del nostro Paese. Alla studiosa delle letterature europee Mondadori ha affidato la prima vera consacrazione dell'autore della Grammatica della fantasia, oltre 1.800 pagine che vedranno la luce a settembre. "La prima operazione è stata quella di liberarlo dalla gabbia di autore per ragazzi" racconta Marcheschi. "Rodari è stato un grande scrittore tout court, sperimentatore di generi molto diversi e artefice di una pluralità straordinaria di linguaggi, di cui la nostra critica letteraria non s'è mai accorta. E in più era dotato di un coraggio che è mancato a tanti altri: ha saputo dare eguale dignità alla cultura popolare e alla cultura alta, muovendosi in un ambito che oggi diremmo multimediale, tra letteratura, musica, fumetto, arti visive, cinema, teatro".
Fu anche il primo a rendersi conto che questa sua sfida non sarebbe stata compresa da un ambiente colto che soffre tradizionalmente d'un complesso elitario. E che infatti l'avrebbe confinato nel ghetto della letteratura per l'infanzia. "Eppure fu un intellettuale nel senso più pieno del termine: non perde mai di vista la responsabilità morale dell'autore, sa giocare con i significanti delle parole senza smarrirne il significato". Dietro le sue favole si nascondono Saussure e Wittgenstein, Propp e Piaget, Sant'Agostino e Novalis, però guai a mostrarlo troppo. Perché il gioco del mondo è un affare terribilmente serio, a condizione di non perdere la leggerezza.
Non fu l'unico autore capace di parlare a grandi e bambini, ma a differenza di Elsa Morante e Italo Calvino non fece mai parte del milieu colto e riverito. Come se un curioso destino l'avesse condannato a recitare a vita la parte del "fabbricante di giocattoli": tradotto ovunque ed engagé, ma pur sempre di serie cadetta. Vanessa Roghi, autrice per Laterza di un'originale "biografia per insiemi" che uscirà a metà maggio (Lezioni di fantastica), prova nel suo libro a dare una spiegazione: "Rodari non fece parte di quel mondo intellettuale forse perché di carattere schivo: il fatto di essere autodidatta e povero lo faceva sentire estraneo ai circoli letterari nati intorno alle riviste e alle case editrici". Roghi evoca i versi scherzosi con cui lo scrittore si schermiva al cospetto di Roberto Cerati, mitico direttore commerciale dello Struzzo: "Benché famoso agli antipodi, e rinomato tra kirghisi e kabardini del Caucaso, che cos'ero io nella repubblica delle lettere italiane se non un intruso, un clandestino?".
Rodari resterà un "intruso" anche in casa Einaudi? Per appurarlo bussiamo - metaforicamente s'intende - alla porta di un einaudiano storico quale Ernesto Ferrero, che con la moglie Carla Sacchi organizzò nel 1973 una grande festa in via Biancamano per l'uscita della Grammatica della fantasia. "Chi fosse veramente Gianni lo si sarebbe dovuto capire dall'uscita di quel libro fondamentale. Rodari appartiene alla stessa famiglia di Italo Calvino e di Primo Levi. La sua è una fantasia creativa sempre strettamente connessa con la società del suo tempo, anche quando finge di distaccarsene per immaginare mondi paralleli. Le Favole al telefono o Il libro degli errori contengono apologhi molto vicini alle pagine che più o meno negli stessi anni scriveva Italo in Il midollo del leone o La grande bonaccia delle Antille: condividono la volontà di demistificare i luoghi comuni, le frasi fatte, i conformismi, tutti quegli apparati di cui ci serviamo per sopravvivere pigramente sul piano intellettuale invece di elaborare strumenti interpretativi nuovi e rigorosi". Se la sintonia con Calvino è evidente nel lavoro letterario, come erano i loro rapporti personali? "I rapporti con Calvino erano difficili per tutti" ricorda Ferrero. "Era cordialissimo ma anche molto schermato, sempre sulla difensiva, distante. Il primo contatto di Rodari con la casa editrice passò proprio attraverso Calvino. Nel 1952 gli propose un saggio su Pinocchio, che ai suoi occhi rappresentava la perfetta sintesi tra realismo e fantasia. Ma la lettera rimase senza risposta. E Rodari sarebbe comparso in redazione solo nel 1960, grazie soprattutto a Daniele Ponchiroli che incoraggiò la pubblicazione di Filastrocche in cielo e in terra".
Intellettuale militante attivo nei giornali del Pci, Rodari considerò la benedizione di Einaudi come l'ingresso nell'età adulta ("ho ricevuto i calzoni lunghi" scrive), nella condivisione di una battaglia culturale e politica rivolta alle nuove generazioni. Ma i suoi rapporti con l'editore sono sempre filtrati da una girandola di invenzioni linguistiche che nasconde sostanziale estraneità o forse imbarazzo. "Dietro lo stile scintillante delle sue lettere" dice Ferrero "si avvertiva un impegno costante e stremante, come d'una persona che aveva dovuto guadagnarsi duramente tutto quello che era riuscito a ottenere. Rodari faceva una dannata fatica, anche se non voleva darlo a vedere. Quando veniva a trovarci in redazione prevaleva la cifra del gioco, una sorta di teatrino dove Gianni recitava la sua parte e noi assistevamo divertitissimi, anche facendogli da spalla. Ma poteva avere scatti improvvisi. Una volta lo chiamai affettuosamente Maestro, con la emme maiuscola. Lui lo prese come se l'avessi chiamato maestro con la minuscola, lavoro che aveva svolto per un breve periodo. E mi fulminò indispettito: maestrino sarai tu".
Il nome di Rodari non compare nella genealogia della leggerezza evocata da Calvino nelle Lezioni americane. "Eppure Rodari era sfuggito allo "sguardo inesorabile della Medusa"" rileva Vanessa Roghi nel lamentarne l'omissione tra gli autori che nel dopoguerra si erano allontanati dalla lenta pietrificazione della letteratura. Forse Calvino si ostinava a pensarlo scrittore per ragazzi, "il più famoso" come scrisse dopo la sua morte, "capace dello slancio più estroso e della più felice leggerezza", ma pur sempre confinato entro quel recinto. E colpisce il ritratto sorprendentemente sfocato che l'autore del Barone Rampante consegna alla quarta di copertina del primo libro postumo di Rodari, Il gioco dei quattro cantoni. "È una gran pena dover parlare di Gianni Rodari al passato. Certo poche esistenze furono illuminate da un umore più gaio e generoso e luminoso e costante della sua". Un'esistenza illuminata da un umore gaio, quella di Rodari? "No, questo è da escludere" interviene Ferrero. "Io credo che la sua allegria fosse un modo per esorcizzare una vita tutt'altro che facile, tra la perdita a nove anni del padre fornaio, l'adolescenza in seminario e il duro lavoro nei giornali di partito".
Rodari non ha scritto molto di sé e della sua infanzia, di cui però ha lasciato traccia nella sua opera. Quel poco che sappiamo è grazie alla biografia dell'amico Marcello Argilli, che lo ritrae come un bambino timido e introverso, cresciuto con una madre molto rigida, la madre che fa la domestica "in casa d'altri e in casa nostra". Un temperamento malinconico che un altro amico ed esegeta, Pino Boero, riferisce all'antropologia innervata di umorismo e tristezza dei suoi luoghi nativi, il Lago d'Orta vicino a Omegna, nel Novarese. Solo un lavoro instancabile riesce a distrarlo dai fantasmi che però a tratti sembrano sbilanciare un precario equilibrio interiore. È sempre Argilli a raccontare di un'irritabilità che in alcuni momenti pesa sulla vita famigliare. Di natura per niente espansiva, riesce a esserlo poco anche con la figlia Paola, che pure adora. Oggi Paola preferisce restare dietro le quinte, consegnandoci solo il rimpianto di non aver potuto presentare al padre i propri figli, ma restano le parole consegnate al biografo dopo la morte di Rodari: "Mi pesava la sua sofferenza, come ti pesa una persona che si sente che sta male e alla quale non riesci a dare quello che vorresti. Ma non puoi confidarti con qualcuno che non si è mai confidato".
La sua natura irrequieta non sorprende Francesco Tullio Altan, tra i più grandi dei suoi illustratori. Quando gli fu chiesto di sostituire l'inconfondibile segno grafico di Munari, all'inizio oppose resistenza, intimidito dalla figura dello scrittore. Ma poi si lasciò andare, anche per la comune ricerca di verità in un quotidiano fatto di paura e speranza. "Non l'ho mai conosciuto di persona, ma di rado anche nei suoi racconti fantastici si avverte spensieratezza. Come di un uomo che ami e aspiri all'allegria proprio perché incapace di nutrirla istintivamente. E anche in questo l'ho sentito vicino al mio temperamento".
Ora è difficile dire quanto possa avere influito sulla crescente introversione il mancato riconoscimento della complessità del suo profilo intellettuale. Una delle ultime immagini lo vede a colloquio con Boero, autore del fondamentale Una Storia, tante storie, riproposto ora da Einaudi in edizione rinnovata. "Lo incontrai nel settembre del 1978 a Pescia, a un convegno su Collodi. Avevo scritto un saggio su di lui e su altri scrittori per ragazzi e gli chiesi un consiglio per il titolo. 'La serie B', mi rispose laconico". Quella della classe inferiore era un'ossessione che ritroviamo in un'intervista realizzata due anni prima nella redazione di Paese Sera. Lei ha vinto il premio Andersen, il Nobel della letteratura per ragazzi - dice l'intervistatrice - ma non ci sono grandi critiche sulle sue opere. A cosa attribuisce questo silenzio? "Chi scrive per bambini deve sapere che lavora nella serie B. La nostra letteratura è sempre stata aulica, aristocratica, non popolare, e uno dei motivi per cui non abbiamo avuto una letteratura per ragazzi sta nel fatto che ciò viene ritenuto disonorevole".
Pochi furono i maîtres à penser contemporanei inclini a riconoscere la profondità di visione di Rodari mentre era ancora in vita. Tra le voci isolate quella di Tullio De Mauro, compagno nella battaglia per l'educazione linguistica degli italiani. "Tra Rodomonte e Rodenbach si cerca inutilmente il nome di Rodari" scrive sull'Unità all'indomani della scomparsa, attribuendo la sua invisibilità a una scrittura che rimetteva in gioco le istituzioni linguistiche consolidate. Allo studioso di Saussure non sfuggiva il suo ruolo fondamentale all'interno di una scuola rinnovata, e la sua capacità di "stappare i cervelli" dei cittadini del futuro, più attrezzati verso gli inganni del potere. Anche Alberto Asor Rosa ha cercato le ragioni di un inspiegabile silenzio "nel suo stare costantemente fuori dagli schemi". Ma la figura di Rodari ha continuato per decenni ad essere incompresa e ancora adesso Pino Boero rimprovera agli insegnanti di consegnarla agli studenti "disarticolata negli innumerevoli frammenti distribuiti nelle antologie scolastiche".
Non pienamente compreso, e talvolta ferocemente attaccato. Paola Mastrocola è arrivata ad attribuirgli la responsabilità dell'ignoranza diffusa nella scuola democratica (la sua "grammatica della fantasia" avrebbe rovinosamente sostituito la grammatica vera), mentre da sinistra Goffredo Fofi ha impallinato i suoi "messaggini genericamente democratici" e il suo "blando moralismo piccolo-borghese". "Sono stato troppo ingiusto? Può darsi" riflette oggi Fofi, attribuendo la sua antipatia alla reazione gelida con cui Rodari l'aveva accolto negli anni Settanta a Paese Sera. "La mensa per i bambini proletari che avevo fondato a Napoli era stata accusata di essere fucina del terrorismo rosso. Io andai a trovarlo per avere la sua solidarietà, ma ebbi la netta sensazione che mi considerasse un fiancheggiatore. Me ne sentii profondamente offeso e gliene volli. Oggi la distanza politica rimane, ma penso di essere stato troppo duro nel mio giudizio. E considero poesie e favole molto belle, e seriamente e allegramente istruttive".
Al di là di silenzi e incomprensioni, in vita e postumi, Rodari aveva la percezione del suo valore? E quanta civetteria era nascosta nel suo scherzare con De Mauro che lo chiamava "il classico" e nella modestia esibita con l'"Hidalgo editorial" Giulio Einaudi quando nel 1970 gli scrive, dopo l'ammissione nella collana degli Struzzi: "Il coraggio di infilare il mio nome tra Lee Masters e Brecht, io, non l'avrei mai avuto"? La curatrice del Meridiano, Daniela Marcheschi, non ha dubbi: "Rodari aveva un alto e giustificato sentimento di sé. Sapeva di essere uno scrittore importante e innovativo, che doveva comunque continuare a lavorare e lasciare documentazione di sé per i lettori futuri. Non è un caso che si paragonasse a Collodi". In quell'intervista resa nella redazione di Paese Sera quattro anni prima di morire, Rodari dice: "Ho dei libri che si ristampano da 25-30 anni e non ne parla più nessuno. Tieni conto che Collodi non ebbe mai una recensione di Pinocchio in vita. Nessun critico dell'epoca si accorse del capolavoro. Se ne se sarebbero accorti molto tempo dopo la sua morte. Oggi tutti vogliono scrivere su Pinocchio". De te fabula narratur. E sembra di scorgerlo in qualcuno dei suoi pianeti lontani, il fumino della sigaretta sempre accesa e negli occhi allungati una luce di malizia.
Sul Venerdì del 10 aprile 2020
No, di tempo ne è passato anche troppo. E Daniela Marcheschi, curatrice del nuovo Meridiano, è il primo dei giustizieri chiamati a restituire a Rodari il suo ritratto a figura intera - non solo filastrocchiere o pedagogista di culto tra gli anni 60 e 70, non solo inviato dell'Unità ed elzevirista eclettico di Paese Sera, non solo favolista tradotto in tutto il mondo e narratore civile di altri mondi possibili, non solo anima dello sviluppo democratico del nostro Paese. Alla studiosa delle letterature europee Mondadori ha affidato la prima vera consacrazione dell'autore della Grammatica della fantasia, oltre 1.800 pagine che vedranno la luce a settembre. "La prima operazione è stata quella di liberarlo dalla gabbia di autore per ragazzi" racconta Marcheschi. "Rodari è stato un grande scrittore tout court, sperimentatore di generi molto diversi e artefice di una pluralità straordinaria di linguaggi, di cui la nostra critica letteraria non s'è mai accorta. E in più era dotato di un coraggio che è mancato a tanti altri: ha saputo dare eguale dignità alla cultura popolare e alla cultura alta, muovendosi in un ambito che oggi diremmo multimediale, tra letteratura, musica, fumetto, arti visive, cinema, teatro".
Fu anche il primo a rendersi conto che questa sua sfida non sarebbe stata compresa da un ambiente colto che soffre tradizionalmente d'un complesso elitario. E che infatti l'avrebbe confinato nel ghetto della letteratura per l'infanzia. "Eppure fu un intellettuale nel senso più pieno del termine: non perde mai di vista la responsabilità morale dell'autore, sa giocare con i significanti delle parole senza smarrirne il significato". Dietro le sue favole si nascondono Saussure e Wittgenstein, Propp e Piaget, Sant'Agostino e Novalis, però guai a mostrarlo troppo. Perché il gioco del mondo è un affare terribilmente serio, a condizione di non perdere la leggerezza.
Non fu l'unico autore capace di parlare a grandi e bambini, ma a differenza di Elsa Morante e Italo Calvino non fece mai parte del milieu colto e riverito. Come se un curioso destino l'avesse condannato a recitare a vita la parte del "fabbricante di giocattoli": tradotto ovunque ed engagé, ma pur sempre di serie cadetta. Vanessa Roghi, autrice per Laterza di un'originale "biografia per insiemi" che uscirà a metà maggio (Lezioni di fantastica), prova nel suo libro a dare una spiegazione: "Rodari non fece parte di quel mondo intellettuale forse perché di carattere schivo: il fatto di essere autodidatta e povero lo faceva sentire estraneo ai circoli letterari nati intorno alle riviste e alle case editrici". Roghi evoca i versi scherzosi con cui lo scrittore si schermiva al cospetto di Roberto Cerati, mitico direttore commerciale dello Struzzo: "Benché famoso agli antipodi, e rinomato tra kirghisi e kabardini del Caucaso, che cos'ero io nella repubblica delle lettere italiane se non un intruso, un clandestino?".
Rodari resterà un "intruso" anche in casa Einaudi? Per appurarlo bussiamo - metaforicamente s'intende - alla porta di un einaudiano storico quale Ernesto Ferrero, che con la moglie Carla Sacchi organizzò nel 1973 una grande festa in via Biancamano per l'uscita della Grammatica della fantasia. "Chi fosse veramente Gianni lo si sarebbe dovuto capire dall'uscita di quel libro fondamentale. Rodari appartiene alla stessa famiglia di Italo Calvino e di Primo Levi. La sua è una fantasia creativa sempre strettamente connessa con la società del suo tempo, anche quando finge di distaccarsene per immaginare mondi paralleli. Le Favole al telefono o Il libro degli errori contengono apologhi molto vicini alle pagine che più o meno negli stessi anni scriveva Italo in Il midollo del leone o La grande bonaccia delle Antille: condividono la volontà di demistificare i luoghi comuni, le frasi fatte, i conformismi, tutti quegli apparati di cui ci serviamo per sopravvivere pigramente sul piano intellettuale invece di elaborare strumenti interpretativi nuovi e rigorosi". Se la sintonia con Calvino è evidente nel lavoro letterario, come erano i loro rapporti personali? "I rapporti con Calvino erano difficili per tutti" ricorda Ferrero. "Era cordialissimo ma anche molto schermato, sempre sulla difensiva, distante. Il primo contatto di Rodari con la casa editrice passò proprio attraverso Calvino. Nel 1952 gli propose un saggio su Pinocchio, che ai suoi occhi rappresentava la perfetta sintesi tra realismo e fantasia. Ma la lettera rimase senza risposta. E Rodari sarebbe comparso in redazione solo nel 1960, grazie soprattutto a Daniele Ponchiroli che incoraggiò la pubblicazione di Filastrocche in cielo e in terra".
Intellettuale militante attivo nei giornali del Pci, Rodari considerò la benedizione di Einaudi come l'ingresso nell'età adulta ("ho ricevuto i calzoni lunghi" scrive), nella condivisione di una battaglia culturale e politica rivolta alle nuove generazioni. Ma i suoi rapporti con l'editore sono sempre filtrati da una girandola di invenzioni linguistiche che nasconde sostanziale estraneità o forse imbarazzo. "Dietro lo stile scintillante delle sue lettere" dice Ferrero "si avvertiva un impegno costante e stremante, come d'una persona che aveva dovuto guadagnarsi duramente tutto quello che era riuscito a ottenere. Rodari faceva una dannata fatica, anche se non voleva darlo a vedere. Quando veniva a trovarci in redazione prevaleva la cifra del gioco, una sorta di teatrino dove Gianni recitava la sua parte e noi assistevamo divertitissimi, anche facendogli da spalla. Ma poteva avere scatti improvvisi. Una volta lo chiamai affettuosamente Maestro, con la emme maiuscola. Lui lo prese come se l'avessi chiamato maestro con la minuscola, lavoro che aveva svolto per un breve periodo. E mi fulminò indispettito: maestrino sarai tu".
Il nome di Rodari non compare nella genealogia della leggerezza evocata da Calvino nelle Lezioni americane. "Eppure Rodari era sfuggito allo "sguardo inesorabile della Medusa"" rileva Vanessa Roghi nel lamentarne l'omissione tra gli autori che nel dopoguerra si erano allontanati dalla lenta pietrificazione della letteratura. Forse Calvino si ostinava a pensarlo scrittore per ragazzi, "il più famoso" come scrisse dopo la sua morte, "capace dello slancio più estroso e della più felice leggerezza", ma pur sempre confinato entro quel recinto. E colpisce il ritratto sorprendentemente sfocato che l'autore del Barone Rampante consegna alla quarta di copertina del primo libro postumo di Rodari, Il gioco dei quattro cantoni. "È una gran pena dover parlare di Gianni Rodari al passato. Certo poche esistenze furono illuminate da un umore più gaio e generoso e luminoso e costante della sua". Un'esistenza illuminata da un umore gaio, quella di Rodari? "No, questo è da escludere" interviene Ferrero. "Io credo che la sua allegria fosse un modo per esorcizzare una vita tutt'altro che facile, tra la perdita a nove anni del padre fornaio, l'adolescenza in seminario e il duro lavoro nei giornali di partito".
Rodari non ha scritto molto di sé e della sua infanzia, di cui però ha lasciato traccia nella sua opera. Quel poco che sappiamo è grazie alla biografia dell'amico Marcello Argilli, che lo ritrae come un bambino timido e introverso, cresciuto con una madre molto rigida, la madre che fa la domestica "in casa d'altri e in casa nostra". Un temperamento malinconico che un altro amico ed esegeta, Pino Boero, riferisce all'antropologia innervata di umorismo e tristezza dei suoi luoghi nativi, il Lago d'Orta vicino a Omegna, nel Novarese. Solo un lavoro instancabile riesce a distrarlo dai fantasmi che però a tratti sembrano sbilanciare un precario equilibrio interiore. È sempre Argilli a raccontare di un'irritabilità che in alcuni momenti pesa sulla vita famigliare. Di natura per niente espansiva, riesce a esserlo poco anche con la figlia Paola, che pure adora. Oggi Paola preferisce restare dietro le quinte, consegnandoci solo il rimpianto di non aver potuto presentare al padre i propri figli, ma restano le parole consegnate al biografo dopo la morte di Rodari: "Mi pesava la sua sofferenza, come ti pesa una persona che si sente che sta male e alla quale non riesci a dare quello che vorresti. Ma non puoi confidarti con qualcuno che non si è mai confidato".
La sua natura irrequieta non sorprende Francesco Tullio Altan, tra i più grandi dei suoi illustratori. Quando gli fu chiesto di sostituire l'inconfondibile segno grafico di Munari, all'inizio oppose resistenza, intimidito dalla figura dello scrittore. Ma poi si lasciò andare, anche per la comune ricerca di verità in un quotidiano fatto di paura e speranza. "Non l'ho mai conosciuto di persona, ma di rado anche nei suoi racconti fantastici si avverte spensieratezza. Come di un uomo che ami e aspiri all'allegria proprio perché incapace di nutrirla istintivamente. E anche in questo l'ho sentito vicino al mio temperamento".
Ora è difficile dire quanto possa avere influito sulla crescente introversione il mancato riconoscimento della complessità del suo profilo intellettuale. Una delle ultime immagini lo vede a colloquio con Boero, autore del fondamentale Una Storia, tante storie, riproposto ora da Einaudi in edizione rinnovata. "Lo incontrai nel settembre del 1978 a Pescia, a un convegno su Collodi. Avevo scritto un saggio su di lui e su altri scrittori per ragazzi e gli chiesi un consiglio per il titolo. 'La serie B', mi rispose laconico". Quella della classe inferiore era un'ossessione che ritroviamo in un'intervista realizzata due anni prima nella redazione di Paese Sera. Lei ha vinto il premio Andersen, il Nobel della letteratura per ragazzi - dice l'intervistatrice - ma non ci sono grandi critiche sulle sue opere. A cosa attribuisce questo silenzio? "Chi scrive per bambini deve sapere che lavora nella serie B. La nostra letteratura è sempre stata aulica, aristocratica, non popolare, e uno dei motivi per cui non abbiamo avuto una letteratura per ragazzi sta nel fatto che ciò viene ritenuto disonorevole".
Pochi furono i maîtres à penser contemporanei inclini a riconoscere la profondità di visione di Rodari mentre era ancora in vita. Tra le voci isolate quella di Tullio De Mauro, compagno nella battaglia per l'educazione linguistica degli italiani. "Tra Rodomonte e Rodenbach si cerca inutilmente il nome di Rodari" scrive sull'Unità all'indomani della scomparsa, attribuendo la sua invisibilità a una scrittura che rimetteva in gioco le istituzioni linguistiche consolidate. Allo studioso di Saussure non sfuggiva il suo ruolo fondamentale all'interno di una scuola rinnovata, e la sua capacità di "stappare i cervelli" dei cittadini del futuro, più attrezzati verso gli inganni del potere. Anche Alberto Asor Rosa ha cercato le ragioni di un inspiegabile silenzio "nel suo stare costantemente fuori dagli schemi". Ma la figura di Rodari ha continuato per decenni ad essere incompresa e ancora adesso Pino Boero rimprovera agli insegnanti di consegnarla agli studenti "disarticolata negli innumerevoli frammenti distribuiti nelle antologie scolastiche".
Non pienamente compreso, e talvolta ferocemente attaccato. Paola Mastrocola è arrivata ad attribuirgli la responsabilità dell'ignoranza diffusa nella scuola democratica (la sua "grammatica della fantasia" avrebbe rovinosamente sostituito la grammatica vera), mentre da sinistra Goffredo Fofi ha impallinato i suoi "messaggini genericamente democratici" e il suo "blando moralismo piccolo-borghese". "Sono stato troppo ingiusto? Può darsi" riflette oggi Fofi, attribuendo la sua antipatia alla reazione gelida con cui Rodari l'aveva accolto negli anni Settanta a Paese Sera. "La mensa per i bambini proletari che avevo fondato a Napoli era stata accusata di essere fucina del terrorismo rosso. Io andai a trovarlo per avere la sua solidarietà, ma ebbi la netta sensazione che mi considerasse un fiancheggiatore. Me ne sentii profondamente offeso e gliene volli. Oggi la distanza politica rimane, ma penso di essere stato troppo duro nel mio giudizio. E considero poesie e favole molto belle, e seriamente e allegramente istruttive".
Al di là di silenzi e incomprensioni, in vita e postumi, Rodari aveva la percezione del suo valore? E quanta civetteria era nascosta nel suo scherzare con De Mauro che lo chiamava "il classico" e nella modestia esibita con l'"Hidalgo editorial" Giulio Einaudi quando nel 1970 gli scrive, dopo l'ammissione nella collana degli Struzzi: "Il coraggio di infilare il mio nome tra Lee Masters e Brecht, io, non l'avrei mai avuto"? La curatrice del Meridiano, Daniela Marcheschi, non ha dubbi: "Rodari aveva un alto e giustificato sentimento di sé. Sapeva di essere uno scrittore importante e innovativo, che doveva comunque continuare a lavorare e lasciare documentazione di sé per i lettori futuri. Non è un caso che si paragonasse a Collodi". In quell'intervista resa nella redazione di Paese Sera quattro anni prima di morire, Rodari dice: "Ho dei libri che si ristampano da 25-30 anni e non ne parla più nessuno. Tieni conto che Collodi non ebbe mai una recensione di Pinocchio in vita. Nessun critico dell'epoca si accorse del capolavoro. Se ne se sarebbero accorti molto tempo dopo la sua morte. Oggi tutti vogliono scrivere su Pinocchio". De te fabula narratur. E sembra di scorgerlo in qualcuno dei suoi pianeti lontani, il fumino della sigaretta sempre accesa e negli occhi allungati una luce di malizia.
Sul Venerdì del 10 aprile 2020