Siamo la civiltà delle ossa di pollo
Giuliano Aluffi , di GIULIANO ALUFFISe tra cento milioni d’anni la plastica ritornerà petrolio, tra centomila resisteranno le fondamenta delle case e qualche padella d’acciaio. Ma chi parlerà davvero di noi ai posteri?
«Dobbiamo imparare a diventare buoni antenati dell’umanità futura». A dircelo è David Farrier, ricercatore della Scuola di Letterature, linguaggi e culture all’Università di Edimburgo e autore di Footprints: in Search of Future Fossils (Farrar Straus & Giroux), un saggio che riflette su quali tracce della nostra società industriale troveranno i posteri. Proprio interrogarci su ciò che lasceremo a chi verrà dopo di noi può essere infatti un buon punto di partenza per riflettere su come rendere più sostenibile la nostra attuale presenza sul Pianeta, una presenza che in un lontanissimo futuro apparirà come uno strato di appena un paio di metri nelle profondità della Terra. A distinguere questo strato dagli altri saranno soprattutto elementi sintetici come la plastica e singolari “fossili” come le lattine di alluminio e miliardi di ossa di pollo.
«La trac…
«La trac…
«Dobbiamo imparare a diventare buoni antenati dell’umanità futura». A dircelo è David Farrier, ricercatore della Scuola di Letterature, linguaggi e culture all’Università di Edimburgo e autore di Footprints: in Search of Future Fossils (Farrar Straus & Giroux), un saggio che riflette su quali tracce della nostra società industriale troveranno i posteri. Proprio interrogarci su ciò che lasceremo a chi verrà dopo di noi può essere infatti un buon punto di partenza per riflettere su come rendere più sostenibile la nostra attuale presenza sul Pianeta, una presenza che in un lontanissimo futuro apparirà come uno strato di appena un paio di metri nelle profondità della Terra. A distinguere questo strato dagli altri saranno soprattutto elementi sintetici come la plastica e singolari “fossili” come le lattine di alluminio e miliardi di ossa di pollo.
«La traccia più rilevante sarà quella lasciata dalle nostre città» ci spiega Farrier. «Non da tutte, però. Di quelle lontane dal mare, in un arco temporale di cento e più milioni di anni, non rimarrà quasi nulla, per via dei crolli di tutte le strutture e dell’erosione prolungata degli agenti atmosferici. Invece le città costiere, costruite su terreno morbido, sprofonderanno, come già iniziano a fare New Orleans e Shanghai, che hanno perso oltre due metri negli ultimi cento anni. Col tempo il mare le sommergerà e ricoprirà di sedimenti, e questa sepoltura custodirà a lungo ciò che le città contenevano, permettendo la formazione di nuovi fossili che testimonieranno la nostra civiltà industriale».
Questi resti urbani, seppure artificiali, si fossilizzeranno in modo simile alle sostanze naturali. «Il vetro, che è una sorta di liquido congelato – in quanto durante la sua produzione viene raffreddato così in fretta che le molecole non hanno modo di incastrarsi, come mattoncini Lego, in cristalli – in milioni di anni subirà la stessa sorte di quel vetro naturale che è l’ossidiana: le molecole migreranno lentissimamente per formare cristalli microscopici e daranno origine a materiali bianchi e opachi» spiega il paleobiologo Jan Zalasiewicz, che ha affrontato il tema nel saggio The Earth after Us (Oxford University Press). La plastica invece avrà un futuro nero. «Se sarà coperta dal terreno, con il passare di milioni di anni e sotto l’effetto della pressione e del calore nel sottosuolo, i lunghi polimeri di cui è composta spezzeranno i loro legami chimici, proprio come fecero quelli degli alberi e delle alghe di milioni di anni fa, diventando petrolio, gas e carbone» dice Zalasiewicz.
«L’enorme quantità di plastica che oggi riversiamo negli oceani, invece, si frammenterà in pezzi via via più minuscoli che alla fine saranno ingeriti da piccolissimi crostacei. Questi, morendo, si ammasseranno sui fondali e, sepolti dal continuo accumulo di fango, diventeranno anche loro petrolio: insomma la plastica avrà un curioso destino circolare. Alcuni oggetti fatti di questo materiale e, soprattutto, con alcune resine industriali, sulla terraferma potrebbero però avere prima – parliamo di centinaia di migliaia di anni – un ruolo simile a quello dell’ambra: preservare ciò che avvolgono, compreso il nostro Dna o le ossa di pollo che mangiamo. Ogni anno consumiamo infatti 60 miliardi di polli, i cui resti spesso finiscono nelle discariche in sacchetti o confezioni di plastica che li difenderanno dalle ingiurie del tempo. Queste ossa saranno ritrovate pressoché ovunque, assai più di frequente – visti i numeri spaventosi – delle ossa umane».
Il futuro degli oggetti di ferro sarà più vistoso: «Reagendo con i solfuri diffusi nell’ambiente, acquisteranno un colore dorato, trasformandosi in pirite, il minerale detto “oro degli sciocchi” per il suo aspetto invitante e ingannevole» spiega Farrier. «L’alluminio e il titanio si proteggeranno a lungo dagli insulti del tempo formando ossido sulla superficie». L’acciaio inossidabile potrebbe durare abbastanza da lasciare tracce riconoscibili di padelle e pentole nei sedimenti delle città costiere ricoperte dal fango, o comunque nei luoghi dove ha più possibilità di preservarsi perché si trova sottoterra. «Quando il sedimento che riempirà ciò che sta nel sottosuolo (come i tunnel e le stazioni della metropolitana) si indurirà sotto la pressione del terreno soprastante, nella roccia rimarranno oggetti della quotidianità, come carte di credito, distributori automatici, penne...». Di palazzi, ponti e strutture di superficie, ciò che supererà i millenni – ma che in centomila anni sarà ridotto a uno strato assai sottile – saranno le fondamenta, anche queste protette dalla terra.
«Le strutture in calcestruzzo (ne abbiamo già prodotte per oltre trentamila miliardi di tonnellate) saranno le prime a disgregarsi. Il granito invece sarà la pietra che durerà di più, perché è uno dei minerali più densi del Pianeta» dice Alan Weisman, giornalista e autore de Il mondo senza di noi (Einaudi, 2017). «Gli oggetti che abbiamo realizzato con i materiali più resistenti che abbiamo inventato, come il titanio, la fibra di carbonio e la ceramica, possono durare intatti decine di migliaia di anni». Invece le riviste di carta, composte per lo più di cellulosa, potrebbero fossilizzarsi. «Ma solo se resisteranno abbastanza da imprimere nel fango la loro forma, che verrà mineralizzata. Chiaramente si perderà tutto il contenuto».
D’altronde i testi scritti oggi sarebbero assai ostici per i posteri: «Le lingue invecchiano: uno studio stima che l’inglese che si parlerà tra diecimila anni avrà in comune con l’inglese di oggi non più del 12 per cento dei vocaboli» dice Farrier. «E questo è un guaio, per esempio, per il futuro delle scorie nucleari, pericolose per almeno 20-30 mila anni. Nel Waste Isolation Pilot Plant, nel Nuovo Messico, verranno interrate fino al 2030 e poi il deposito resterà sigillato per almeno diecimila anni. Si sta pensando a come segnalare agli eventuali visitatori del futuro la pericolosità del luogo nel modo più chiaro possibile: un’idea è quella di mettere il volto dell’Urlo di Munch su pareti e superdurevoli dischi di ceramica da piazzare intorno al deposito».
Nel deposito nucleare finlandese di Onkalo (il nome significa “tana”), sull’isola di Olkiluoto, si vuol fare invece in tutt’altro modo: qui verranno riposti i rifiuti nucleari dei prossimi 120 anni, al sicuro sotto 450 metri di roccia. Poi Onkalo sarà chiuso e sepolto senza lasciare tracce. Così da evitare il rischio che gli uomini del futuro siano incuriositi da segnali strani e incomprensibili e indotti a scavare anziché a tenersi alla larga.
Il lascito più duraturo ai posteri, però, non sarà sulla Terra: «Il nostro museo perfetto sarà la Luna» conclude Zalasiewicz. «I resti delle missioni Apollo e i moduli mandati lassù potranno durare miliardi di anni, molto più di qualsiasi oggetto terrestre e anche più dei satelliti, che nei secoli rischiano collisioni con le centinaia di migliaia di frammenti di relitti spaziali che girano attorno alla Terra». Insomma, quel piccolo passo di Neil Armstrong nel ‘69 ha lasciato un’impronta duratura in tutti i sensi.
Sul Venerdì del 10 aprile 2020
«La traccia più rilevante sarà quella lasciata dalle nostre città» ci spiega Farrier. «Non da tutte, però. Di quelle lontane dal mare, in un arco temporale di cento e più milioni di anni, non rimarrà quasi nulla, per via dei crolli di tutte le strutture e dell’erosione prolungata degli agenti atmosferici. Invece le città costiere, costruite su terreno morbido, sprofonderanno, come già iniziano a fare New Orleans e Shanghai, che hanno perso oltre due metri negli ultimi cento anni. Col tempo il mare le sommergerà e ricoprirà di sedimenti, e questa sepoltura custodirà a lungo ciò che le città contenevano, permettendo la formazione di nuovi fossili che testimonieranno la nostra civiltà industriale».
Questi resti urbani, seppure artificiali, si fossilizzeranno in modo simile alle sostanze naturali. «Il vetro, che è una sorta di liquido congelato – in quanto durante la sua produzione viene raffreddato così in fretta che le molecole non hanno modo di incastrarsi, come mattoncini Lego, in cristalli – in milioni di anni subirà la stessa sorte di quel vetro naturale che è l’ossidiana: le molecole migreranno lentissimamente per formare cristalli microscopici e daranno origine a materiali bianchi e opachi» spiega il paleobiologo Jan Zalasiewicz, che ha affrontato il tema nel saggio The Earth after Us (Oxford University Press). La plastica invece avrà un futuro nero. «Se sarà coperta dal terreno, con il passare di milioni di anni e sotto l’effetto della pressione e del calore nel sottosuolo, i lunghi polimeri di cui è composta spezzeranno i loro legami chimici, proprio come fecero quelli degli alberi e delle alghe di milioni di anni fa, diventando petrolio, gas e carbone» dice Zalasiewicz.
«L’enorme quantità di plastica che oggi riversiamo negli oceani, invece, si frammenterà in pezzi via via più minuscoli che alla fine saranno ingeriti da piccolissimi crostacei. Questi, morendo, si ammasseranno sui fondali e, sepolti dal continuo accumulo di fango, diventeranno anche loro petrolio: insomma la plastica avrà un curioso destino circolare. Alcuni oggetti fatti di questo materiale e, soprattutto, con alcune resine industriali, sulla terraferma potrebbero però avere prima – parliamo di centinaia di migliaia di anni – un ruolo simile a quello dell’ambra: preservare ciò che avvolgono, compreso il nostro Dna o le ossa di pollo che mangiamo. Ogni anno consumiamo infatti 60 miliardi di polli, i cui resti spesso finiscono nelle discariche in sacchetti o confezioni di plastica che li difenderanno dalle ingiurie del tempo. Queste ossa saranno ritrovate pressoché ovunque, assai più di frequente – visti i numeri spaventosi – delle ossa umane».
Il futuro degli oggetti di ferro sarà più vistoso: «Reagendo con i solfuri diffusi nell’ambiente, acquisteranno un colore dorato, trasformandosi in pirite, il minerale detto “oro degli sciocchi” per il suo aspetto invitante e ingannevole» spiega Farrier. «L’alluminio e il titanio si proteggeranno a lungo dagli insulti del tempo formando ossido sulla superficie». L’acciaio inossidabile potrebbe durare abbastanza da lasciare tracce riconoscibili di padelle e pentole nei sedimenti delle città costiere ricoperte dal fango, o comunque nei luoghi dove ha più possibilità di preservarsi perché si trova sottoterra. «Quando il sedimento che riempirà ciò che sta nel sottosuolo (come i tunnel e le stazioni della metropolitana) si indurirà sotto la pressione del terreno soprastante, nella roccia rimarranno oggetti della quotidianità, come carte di credito, distributori automatici, penne...». Di palazzi, ponti e strutture di superficie, ciò che supererà i millenni – ma che in centomila anni sarà ridotto a uno strato assai sottile – saranno le fondamenta, anche queste protette dalla terra.
«Le strutture in calcestruzzo (ne abbiamo già prodotte per oltre trentamila miliardi di tonnellate) saranno le prime a disgregarsi. Il granito invece sarà la pietra che durerà di più, perché è uno dei minerali più densi del Pianeta» dice Alan Weisman, giornalista e autore de Il mondo senza di noi (Einaudi, 2017). «Gli oggetti che abbiamo realizzato con i materiali più resistenti che abbiamo inventato, come il titanio, la fibra di carbonio e la ceramica, possono durare intatti decine di migliaia di anni». Invece le riviste di carta, composte per lo più di cellulosa, potrebbero fossilizzarsi. «Ma solo se resisteranno abbastanza da imprimere nel fango la loro forma, che verrà mineralizzata. Chiaramente si perderà tutto il contenuto».
D’altronde i testi scritti oggi sarebbero assai ostici per i posteri: «Le lingue invecchiano: uno studio stima che l’inglese che si parlerà tra diecimila anni avrà in comune con l’inglese di oggi non più del 12 per cento dei vocaboli» dice Farrier. «E questo è un guaio, per esempio, per il futuro delle scorie nucleari, pericolose per almeno 20-30 mila anni. Nel Waste Isolation Pilot Plant, nel Nuovo Messico, verranno interrate fino al 2030 e poi il deposito resterà sigillato per almeno diecimila anni. Si sta pensando a come segnalare agli eventuali visitatori del futuro la pericolosità del luogo nel modo più chiaro possibile: un’idea è quella di mettere il volto dell’Urlo di Munch su pareti e superdurevoli dischi di ceramica da piazzare intorno al deposito».
Nel deposito nucleare finlandese di Onkalo (il nome significa “tana”), sull’isola di Olkiluoto, si vuol fare invece in tutt’altro modo: qui verranno riposti i rifiuti nucleari dei prossimi 120 anni, al sicuro sotto 450 metri di roccia. Poi Onkalo sarà chiuso e sepolto senza lasciare tracce. Così da evitare il rischio che gli uomini del futuro siano incuriositi da segnali strani e incomprensibili e indotti a scavare anziché a tenersi alla larga.
Il lascito più duraturo ai posteri, però, non sarà sulla Terra: «Il nostro museo perfetto sarà la Luna» conclude Zalasiewicz. «I resti delle missioni Apollo e i moduli mandati lassù potranno durare miliardi di anni, molto più di qualsiasi oggetto terrestre e anche più dei satelliti, che nei secoli rischiano collisioni con le centinaia di migliaia di frammenti di relitti spaziali che girano attorno alla Terra». Insomma, quel piccolo passo di Neil Armstrong nel ‘69 ha lasciato un’impronta duratura in tutti i sensi.
Sul Venerdì del 10 aprile 2020