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Roma, 2 aprile 2020 (Getty Images) 

Il virus delle ipocrisie

I mielosi tiggì pieni di "nonnine" e le case di riposo zeppe di bare. le telefonate pettegole con le amiche e quelle che ti fanno giusto per capire se sei ancora viva. Una grande giornalista racconta la pandemia vista dall'alto dei novant'anni
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Lì per lì mi sembrò la solita scemenza televisiva che, con mormorii di circostanza, signorine e giovanotti addetti a leggere notizie senza controllarle comunicavano alle masse già arrabbiate per conto loro: muoiono più vecchi che giovani! Era la notizia strabiliante che a me sembrava antipatica ma anche ovvia. E, pur ritenendola opera del diavolo, anche giusta. Si trattava questa volta non del fato e delle leggi della natura, ma del nuovo morbo che secondo i più informati era l'ennesima vendetta divina contro gli omosessuali, talvolta distratta al punto di colpire anche signore più o meno innocenti e famosi seduttori di femmine. E non solo i divorziati e i comunisti, ma persino un paio di baciatori di rosari e di picchiatori fascisti, si veniva informati da telegiornali e talk show nei brevi momenti tra un proclama e l'altro delle star indiscusse della nostra politica - adorate dai conduttori anche di sedicente sinistra, e si sa…
Lì per lì mi sembrò la solita scemenza televisiva che, con mormorii di circostanza, signorine e giovanotti addetti a leggere notizie senza controllarle comunicavano alle masse già arrabbiate per conto loro: muoiono più vecchi che giovani! Era la notizia strabiliante che a me sembrava antipatica ma anche ovvia. E, pur ritenendola opera del diavolo, anche giusta. Si trattava questa volta non del fato e delle leggi della natura, ma del nuovo morbo che secondo i più informati era l'ennesima vendetta divina contro gli omosessuali, talvolta distratta al punto di colpire anche signore più o meno innocenti e famosi seduttori di femmine. E non solo i divorziati e i comunisti, ma persino un paio di baciatori di rosari e di picchiatori fascisti, si veniva informati da telegiornali e talk show nei brevi momenti tra un proclama e l'altro delle star indiscusse della nostra politica - adorate dai conduttori anche di sedicente sinistra, e si sa chi sono, un lui e una lei tipo Gianni e Pinotto.

È così che noi vecchi siamo diventati di gran moda: la nostra dipartita più folta del solito, l'avvertimento che se ci ammaliamo peggio per noi perché, dovendo scegliere chi salvare, e a me sembrava del tutto riprovevole ma anche inevitabile, toccava a un non vecchio: unica consolazione tra noi amiche dagli 80-90 in su, tutte vedove, è che il virus preferisce, pare, i maschi.

A proposito dello scegliere, ricordo che da bambina mi aveva molto impressionato il fatto che, se durante un parto pericoloso si doveva scegliere se tenere in vita la madre o il bambino, a deciderlo fosse il marito, che naturalmente sceglieva quasi sempre il bambino perché tanto di giovani donne e quindi di mogli ce ne erano una gran quantità.

Agli inizi i burioni e i gallera suggerirono e poi imposero di non uscire di casa dai 65 anni in su in quanto già decrepiti; presto toccò a tutti, compresi i neonati, del resto indisponibili a farlo di persona. L'ultima volta in cui sono uscita è stato sabato 22 febbraio, la mattina per la spesa, la sera per la prima del Turco in Italia alla Scala. Meravigliosa, diretta da Diego Fasolis, regia spiritosa di Roberto Andò, un Rossini grandioso, il solito pubblico scaligero, molte persone in età, di quelle che sono belle anche vecchie, forse proprio perché gli piace la musica. Parevano tutti in gran forma, anche quelli sul palcoscenico, dietro le quinte o nella fossa dell'orchestra; ma la domenica, all'improvviso, il teatro come gli altri veniva chiuso, e qualcuno che la sera prima aveva gioito della musica e degli applausi, già misteriosamente infettato, non sapeva che la febbriciattola, i brividini, sarebbero stati mortali.

Per me stare in casa non è stato il trauma di chi sta dando i numeri anche se pure prima passava le serate inciabattato a stordirsi di talk show. Io da anni ci sto molto, è la mia vita, anche se adesso mi mancano sia l'intenso piacere di frequentare i meravigliosi negozietti di alimentari della mia zona (i supermercati mi terrorizzano e talvolta puzzano) che le serate con certi amici più giovani portati alle opere di carità e con cui mi diverto: non so loro, ma pazienza. Insomma, vivo serenamente reclusa, appassionata di silenzio, sola ombra umana una simpatica signora ucraina che provvede alla mia quotidianità con l'orecchio stabilmente su WhatsApp, o guardando fiction russe sul cellulare o, se per caso spolvera, ascoltando Shostakovich.

Non ci fosse il telefono sarei più contenta: evidentemente la clausura aguzza il pensiero, obbliga a sentire almeno le voci altrui, e soprattutto a far sentire la propria agli altri. Mi chiamano persone che non vedo da vent'anni, e qui sospetto che sia solo per sapere se sono ancora viva, e soprattutto persone più o meno amiche, di solito giustamente sbrigative, che adesso mi raccontano le loro pene e quella di tutti i loro congiunti vicini e lontani in questi giorni strani, ovviamente senza voler saper nulla di me, per fortuna: così metto il vivavoce, tengo il telefono sul tavolo e vado avanti a fare le cose mie, ogni tanto mormorando "ma davvero?" oppure "giusto!". Ho imparato anche come comportarmi con chi mi chiama con voce funerea, pronto a dividere con me le nequizie dei tempi; gli rispondo gioiosa "sto benissimo!", ed è tale la delusione che chiudono subito.

Però capitano anche le telefonate rincuoranti: proprio adesso, mentre sto scrivendo di vecchiaia, la valanga Andrée Shammah mi chiama indignata per l'uso morboso televisivo dei vecchi: mai che ricordino la passione della gente, l'adorazione per i Grandi Vecchi del teatro, le platee esaurite per onorare un ultimo Eduardo, o Albertazzi, e adesso, a teatri chiusi - 1.230 teatri italiani chiusi - la gente aspetta ansiosa di applaudire ancora la Rosalina Neri e la Giulia Lazzarini,  la Asti, la Valeri, e poi l'Orsini, il Soleri e naturalmente il regista Crivelli, 90 anni molto creativi! Lo scriva, lo scriva! Ecco fatto, anche perché è vero, il vecchio televisivo, in tempi non pestilenziali, è un omino sdentato seduto solo su una panchina con un sacchettino di plastica con dentro i suoi averi in attesa di una misera pensione, o un gruppo di signore in carrozzella che attorno a un tavolo giocano a rubamazzetto (neanche il burraco!), anche loro prive di denti ma ben pettinate.Adesso poi la televisione non la si guarda soprattutto per il giubilo con cui fa un uso ipocrita, crudele, anche politico, di noi vecchi, non in quanto persone, ma come nonni e bisnonni. Cioè la nostra esistenza o la nostra malattia o la nostra sofferenza e morte contano non tanto per noi, quanto per l'eventuale dolore, o sollievo, dei nostri cari. Diciamo la verità, la vecchiaia è orribile anche senza la peste bubbonica, ma è comunque solo nostra, nel bene e nel male: siamo in molti a essere circondati da affetto vero, da parenti che sinceramente tengono a noi e temono per noi e ci aiutano in ogni modo. Ma noi sappiamo che la vita di chi ne ha ancora una davanti è un'altra cosa dalla nostra. Per quanto amati, siamo soli perché la vecchiaia è comunque distacco dagli altri, e a questo invisibile isolamento bisogna adattarsi in solitudine mentale, viverlo limitandone il dolore dentro di noi. È per questo che abbiamo il vantaggio di non aver paura, anche se io preferirei una cosa meno traumatica del virus e naturalmente non proprio adesso.

Prima che il Covid-19 ci rendesse necessari all'informazione ormai stremata dalla sua insulsaggine, facesse di noi protagonisti inzuccherati da proteggere, militi ignoti dell'epidemia, non è che ci venerassero: diventati trasparenti, se non schizzavi veloce per lasciare il passo ai giovani, venivi colpita duramente da uno zainetto o urtata dalle scarpone di moda; se scendevi da un taxi con lentezza signorile arrancando col bastone, subito le automobili dietro a strombazzare e il taxista premuroso a urlare "non vede che sta scendendo la vecchia?". Però il bastone è una grande risorsa, non solo perché ti dà la patente di bisognosa di aiuto di cui puoi approfittare, ma anche come vera e propria arma di offesa: capita che certi tontoloni in età mi sgridino per strada perché do un euro al ragazzetto nero bello e sorridente, e subito io lo agito sotto il loro naso e l'unica reazione è la fuga.  

Dobbiamo al virus di aver svelato del tutto l'ipocrisia che ci circonda e di cui tanti sono vittime: l'affare Trivulzio e altre case di riposo, con una gestione mercantile e spietata indifferente alla vita e alla morte, che ha dimostrato quanto poco alcune di queste istituzioni proteggano i loro ospiti e il loro personale. Il problema è che viviamo davvero troppo e inutilmente, e a un certo punto diventiamo un ingombro per la famiglia, per le istituzioni, e per noi stessi, e quindi questi luoghi di separazione e carcerazione sono necessari. È ovvio che bisognerà cercare la verità su questa vergogna, ma i parenti sanno, perché ne hanno provato il senso di colpa che, anche nella più lussuosa costosa briosa di queste comunità di soli vecchi reclusi tra vecchi, la vita non è vita.  

Sarà una forma di consolazione ricordarsi che questa non è la prima apocalisse, che ogni tanto il Pianeta o addirittura il sistema solare decidono di fare piazza pulita con qualche terremoto maremoto diluvio eruzione vulcanica tsunami; e se non basta, per sicurezza ci aggiunge la peste semplice, la peste nera e la peste bubbonica, la spagnola e l'asiatica, il vaiolo, il tifo, il colera, l'Aids, l'influenza aviaria e la suina. Tra amiche, una volta profumate e truccate come se dovessimo andare alla Rinascente o a una mostra, nella solita telefonata mattutina dopo aver esaurito le più raffinate maldicenze (nulla ti tiene in vita come il pettegolezzo cattivo), e dopo aver letto sui giornali l'elenco delle persone che vorremmo ammazzare personalmente (una quantità impressionante) ci siamo date il compito di ricordarci dei romanzi letti con epidemia anche simbolica, impolverati nel nostro disordine irrimediabile (data l'età siamo tutte appassionate lettrici, oggi un po' guastate da Netflix); sempre gli stessi, Camus e Saramago, Defoe e Bufalino, per chi ha un passato di insegnante anche Manzoni e Boccaccio.

Io sono andata a rileggere queste righe: "Però si sapeva per certo che la malattia era estremamente contagiosa e poteva venir trasmessa attraverso la mera vicinanza fisica con chi era infetto... Ci diffidarono dall'usare i bagni pubblici, dal bere alle fontane, dal dare un sorso alla bibita del compagno, dal prendere freddo, dal giocare con estranei, dal procurarci libri in biblioteca, dal parlare ai telefoni pubblici, dal comprare cibo per strada e dal mangiare senza prima esserci lavate a fondo le mani con acqua e sapone... dovevamo tenerci a distanza...". Dieci anni fa questo romanzo di Philip Roth, Nemesi, mi aveva straziato; raccontava di una delle tante epidemie di polio che ogni tanto colpivano il mondo, anche l'Italia ovvio, uccidendo e storpiando per sempre soprattutto bambini e ragazzi (il presidente F. D. Roosevelt a 39 anni). È ambientato durante la guerra, nell'estate torrida del 1944, nei quartieri sovrappopolati da italiani ed ebrei a Newark, nel New Jersey, dove lo scrittore era nato nel 1933. Solo nel 1954 fu messo a punto il primo dei vaccini che a poco a poco hanno quasi, ma non del tutto, estinto la drammatica malattia; che in minima parte c'è tuttora. Arriveranno anche i vaccini del Covid-19, certo, ma non subito conclusivi, come non lo sono stati per la polio.
Io anche dopo non uscirò e mi fa un certo effetto leggere - dopo che i più credibili pensatori hanno decretato che da questa tragedia usciremo se non migliori, almeno diversi - che nel primo giorno di riapertura dei negozi a Guangzhou, il solo marchio Hermès nel suo negozio ha venduto merce per quasi tre milioni di dollari Usa, compresa una Himalayan Birkin, una borsa di coccodrillo incrostata di diamanti, bruttissima, che costa 295 mila dollari Usa.

Sul Venerdì del 24 aprile 2020