E adesso come cambierà il modello Milano?
Il Venerdì , Marco Bracconi , di MARCO BRACCONIConnessioni, scambi, movimenti. Finiti. Abbiamo chiesto ad alcuni protagonisti della global city se per caso hanno qualche idea alternativa
MILANO. Essere vicino all'Europa, come cantava Lucio Dalla, stavolta non è stato un vantaggio. Dal punto di vista di un virus più sei collegato e meglio è. E allora il picco sale e lui ti accorcia il fiato. Sperando che non ti tagli le gambe quando devi ripartire. La città-hub non solo è sotto shock, è finita sotto nemesi. Vittima di quel sistema di connessioni tra reti, mercati e culture attorno al quale aveva organizzato la sua leadership. La prima a saltare, ironia della sorte, è stata la Digital week. Poi le sfilate della Fashion week, Food City, il Miart. Infine il colpo al cuore: il Salone del Mobile. Intere filiere che frenano, si accorciano, interrompono. Il comparto moda che corre contro il tempo. Si prova a mettere una toppa in streaming, da remoto, con l'e-learning. Vorrebbe essere resistenza, diventa quasi subito testimonianza. Senza l'andirivieni del mondo il modello-Milano è un brand svuotato di contenut…
MILANO. Essere vicino all'Europa, come cantava Lucio Dalla, stavolta non è stato un vantaggio. Dal punto di vista di un virus più sei collegato e meglio è. E allora il picco sale e lui ti accorcia il fiato. Sperando che non ti tagli le gambe quando devi ripartire. La città-hub non solo è sotto shock, è finita sotto nemesi. Vittima di quel sistema di connessioni tra reti, mercati e culture attorno al quale aveva organizzato la sua leadership. La prima a saltare, ironia della sorte, è stata la Digital week. Poi le sfilate della Fashion week, Food City, il Miart. Infine il colpo al cuore: il Salone del Mobile. Intere filiere che frenano, si accorciano, interrompono. Il comparto moda che corre contro il tempo. Si prova a mettere una toppa in streaming, da remoto, con l'e-learning. Vorrebbe essere resistenza, diventa quasi subito testimonianza. Senza l'andirivieni del mondo il modello-Milano è un brand svuotato di contenuti. Nulla si azzera, ma tutto torna in discussione: il melting pot negli atenei e il sistema degli eventi; la prevalenza del design e i nuovi progetti urbanistici. Ora che l'effetto Expo è finito sotto uno schiacciasassi e le Olimpiadi sono ancora lontane urge un piano B. Per la città e per il Paese. Come nel Dopoguerra la resurrezione passa da qui.
"Sarà essenziale riconnettere il tessuto sociale", ci dice l'ex sindaco Giuliano Pisapia. "Ricordo quando i black bloc minacciavano l'Expo e io chiamai i milanesi alla reazione. Ci serve ritrovare l'orgoglio di quella grande manifestazione. Dobbiamo chiamare a noi la cittadinanza e intraprendere un cammino di scelte partecipate".Con la città ancora blindata nessuno si azzarda a fare previsioni tranne una: la crisi sarà profonda. Soprattutto se misurata con i dati di prima dell'emergenza. Negli ultimi cinque anni Milano era cresciuta il doppio del resto del Paese: +9,7 per cento. Il manifatturiero della moda e del design trainava l'export nazionale. Ante Covid-19 il turismo era un affare da 10 milioni di visitatori l'anno. Con la disoccupazione nazionale sopra il 10 per cento, Milano si fermava al 6,4 per cento.
Scricchiolii ce n'erano anche prima, eccome. Da brava metropoli globalizzata la città ha visto crescere le diseguaglianze. Gli studi della Cgil dicono che da quando tutto si è fermato nell'area milanese in trecentomila hanno perso il lavoro, molti di questi non lo ritroveranno. "Ma l'aiuto ai più bisognosi è il paracadute, non può essere la strategia", dice don Marco Borghi. I suoi parrocchiani in via Solari hanno creato un circolo di economia solidale cedendo i punti della Esselunga a chi non ce la fa:"Nei prossimi mesi la vera solidarietà sarà il lavoro, ruotando l'asse dall'efficientismo produttivo alla centralità della persona".Si torna sempre lì, al piano inclinato che fa scivolare il ceto medio verso il basso.
"Milano dovrà affrontare subito un tema che si pone per tutte le global city", riflette l'economista della Bocconi Marco Percoco. È l'allargamento dello iato tra ricchi e poveri: "Va in crisi l'equilibrio tra due estremi, quello tra le professioni a basso valore aggiunto (e salari medio-bassi) e le professioni ad altissimo valore aggiunto. Teniamo conto che le prime si caricheranno sulle spalle anche il rischio sanitario: un conto è un manager che lavora in remoto, un altro fare i parrucchieri o i camerieri".
La ripresa, se ci sarà, aiuterebbe tutti. Ma in una città come Milano bisogna fare i conti più che altrove con la globalizzazione. Resistere alla contrazione della domanda mondiale. E provare a salvarsi cogliendo l'attimo fuggente: "In questo modello economico che importa materie prime ed esporta semilavorati molto dipende da quello che succede negli altri Paesi. Siamo in una rete" continua Percoco. È la tempesta perfetta alla quale si può reagire azzeccando il timing, settore per settore, e intanto pensando ad un piano di comunicazione. Supportato dai fatti, però. "Milano aveva conquistato l'immagine di una città vivibile e stimolante. La chance è ripartire da questo. Investire su qualità delle scuole, efficienza dei trasporti, ambiente, digitale, offerta culturale". Nel chiaroscuro della crisi che incombe ci si chiede che fine faranno i rendering avveniristici dei nuovi quartieri, ma ci si attende un calo dei prezzi nel mercato immobiliare. "E se sapremo far dimenticare il brand negativo che ci ha appiccicato addosso il coronavirus questo può essere un bene" prevede l'economista della Bocconi.
Di certo la Milano che non era più da bere ma comunque da sorseggiare si ritrova con un surplus di ristoranti, bar, locali, alberghi da mettersi le mani nei capelli. Se la città hub diventa uno scalo locale l'effervescenza di prima diventa ridondanza. I grandi marchi pagheranno il Pil mondiale sotto le suole, ma un abito online si continuerà a vendere lo stesso. Sarà invece il turista straniero che a Milano dormiva, mangiava o visitava una mostra a mordere il portafoglio di chi vive di stipendio. Eppure i giochi non sono fatti. Qui ci sono energie, denaro e una caparbietà d'animo che non permettono di arrendersi in partenza. Il valore aggiunto del Made in Italy non se lo porta via un Covid-19 qualsiasi. La sfida sui saperi e il saper fare nemmeno. Ma anche quando si parla di scienza, tecnologia e cultura il nodo resta la società.
"Qui ci sono tutti i saperi necessari. Sanità, ricerca, terzo settore" ricorda Fiorenzo Galli, direttore del Museo della Scienza e Tecnologia. "La città può diventare un polo di ricerca che non serva solo al rilancio economico, bensì abbia finalità globali. Rimettendo al centro l'elemento umano". Per Galli il link tra cultura e cittadinanza dovrà essere plateale: "Va riconvertito il ciclo produzione-fruizione culturale in senso '"antropologico". La ricerca di senso, d'ora in poi, assume un'altra posizione". Il suo Museo riaprirà a settembre. Solo il 30 per cento dei finanziamenti arriva dal pubblico, il resto è biglietteria ed eventi. "Cambieranno le forme, ci sarà più digitale. Ma non siamo fermi, abbiamo molti progetti in lavorazione, come quello su Marte".
Distanziamento e digitale, formula magica ma non troppo. Il presidente di Triennale, Stefano Boeri, vede i rischi della dispersione: "Gli spazi aperti saranno un antidoto. Dobbiamo immaginare come tradurre l'interno in esterno, nelle strade e nelle piazze, anche in inverno. Per intenderci: in una situazione di attesa l'unico investimento che noi stiamo facendo è sul giardino. Spero a giugno di avere un programma di eventi che vada dalla riflessione culturale all'intrattenimento". Milano è densa e piccola, e per questo l'architetto del Bosco Verticale la considera una città pilota per lo stile di vita che ci aspetta. Il suo pallino è da sempre il green, ma la lista di priorità si aggiorna. "Bisogna riattivare un settore decisivo come l'edilizia con un fine sociale alto: per esempio le scuole. E poi gettare il cuore oltre gli ostacoli, immaginare un settembre di festival e iniziative. Non è sempre questione di risorse. Quando ero assessore alla Cultura abbiamo fatto Piano City e Book City con pochissimi soldi".
A proposito di book, anche la città dell'editoria è in apnea e rischia di restarci. Magari il rallentamento aprirà spazi di tempo per leggere un po' di più, briciole in confronto allo stop and go di medio periodo che attende la filiera di eventi, kermesse e presentazioni che facevano da volano al settore. Elisabetta Sgarbi, editrice di La nave di Teseo e anima della Milanesiana, vuole rovesciare il pessimismo della ragione in ottimismo della volontà. "Questa esperienza ci riconsegnerà la voglia di stare assieme. Però la creatività ci deve supportare nel trovare un nuovo modo di farlo. Di certo la domanda di cultura aumenterà. La conoscenza è l'arma migliore contro l'incertezza". Vale anche per l'arte, soprattutto se sei nella città delle grandi mostre, della sperimentazione e delle tendenze.
"Durante il lockdown ciascuno di noi ha vissuto la condizione di solitudine che vive l'artista, dice Emilio Isgrò, Ambrogino d'Oro 2019. "Abbiamo anche l'occasione per riportare l'arte al suo posto, vale a dire meno nei listini di Borsa e più laddove è risorsa per la costruzione di una forma del vivere aperta. Facciamolo". Comunità, creatività e partecipazione, la strada insomma è segnata. Se viene meno uno di questi tre fattori in relazione, Milano è spacciata. Ma sembra saperlo. Tornare vicino all'Europa si può. A patto di stare vicino alle persone.
Sul Venerdì del 24 aprile 2020
"Sarà essenziale riconnettere il tessuto sociale", ci dice l'ex sindaco Giuliano Pisapia. "Ricordo quando i black bloc minacciavano l'Expo e io chiamai i milanesi alla reazione. Ci serve ritrovare l'orgoglio di quella grande manifestazione. Dobbiamo chiamare a noi la cittadinanza e intraprendere un cammino di scelte partecipate".Con la città ancora blindata nessuno si azzarda a fare previsioni tranne una: la crisi sarà profonda. Soprattutto se misurata con i dati di prima dell'emergenza. Negli ultimi cinque anni Milano era cresciuta il doppio del resto del Paese: +9,7 per cento. Il manifatturiero della moda e del design trainava l'export nazionale. Ante Covid-19 il turismo era un affare da 10 milioni di visitatori l'anno. Con la disoccupazione nazionale sopra il 10 per cento, Milano si fermava al 6,4 per cento.
Scricchiolii ce n'erano anche prima, eccome. Da brava metropoli globalizzata la città ha visto crescere le diseguaglianze. Gli studi della Cgil dicono che da quando tutto si è fermato nell'area milanese in trecentomila hanno perso il lavoro, molti di questi non lo ritroveranno. "Ma l'aiuto ai più bisognosi è il paracadute, non può essere la strategia", dice don Marco Borghi. I suoi parrocchiani in via Solari hanno creato un circolo di economia solidale cedendo i punti della Esselunga a chi non ce la fa:"Nei prossimi mesi la vera solidarietà sarà il lavoro, ruotando l'asse dall'efficientismo produttivo alla centralità della persona".Si torna sempre lì, al piano inclinato che fa scivolare il ceto medio verso il basso.
"Milano dovrà affrontare subito un tema che si pone per tutte le global city", riflette l'economista della Bocconi Marco Percoco. È l'allargamento dello iato tra ricchi e poveri: "Va in crisi l'equilibrio tra due estremi, quello tra le professioni a basso valore aggiunto (e salari medio-bassi) e le professioni ad altissimo valore aggiunto. Teniamo conto che le prime si caricheranno sulle spalle anche il rischio sanitario: un conto è un manager che lavora in remoto, un altro fare i parrucchieri o i camerieri".
La ripresa, se ci sarà, aiuterebbe tutti. Ma in una città come Milano bisogna fare i conti più che altrove con la globalizzazione. Resistere alla contrazione della domanda mondiale. E provare a salvarsi cogliendo l'attimo fuggente: "In questo modello economico che importa materie prime ed esporta semilavorati molto dipende da quello che succede negli altri Paesi. Siamo in una rete" continua Percoco. È la tempesta perfetta alla quale si può reagire azzeccando il timing, settore per settore, e intanto pensando ad un piano di comunicazione. Supportato dai fatti, però. "Milano aveva conquistato l'immagine di una città vivibile e stimolante. La chance è ripartire da questo. Investire su qualità delle scuole, efficienza dei trasporti, ambiente, digitale, offerta culturale". Nel chiaroscuro della crisi che incombe ci si chiede che fine faranno i rendering avveniristici dei nuovi quartieri, ma ci si attende un calo dei prezzi nel mercato immobiliare. "E se sapremo far dimenticare il brand negativo che ci ha appiccicato addosso il coronavirus questo può essere un bene" prevede l'economista della Bocconi.
Di certo la Milano che non era più da bere ma comunque da sorseggiare si ritrova con un surplus di ristoranti, bar, locali, alberghi da mettersi le mani nei capelli. Se la città hub diventa uno scalo locale l'effervescenza di prima diventa ridondanza. I grandi marchi pagheranno il Pil mondiale sotto le suole, ma un abito online si continuerà a vendere lo stesso. Sarà invece il turista straniero che a Milano dormiva, mangiava o visitava una mostra a mordere il portafoglio di chi vive di stipendio. Eppure i giochi non sono fatti. Qui ci sono energie, denaro e una caparbietà d'animo che non permettono di arrendersi in partenza. Il valore aggiunto del Made in Italy non se lo porta via un Covid-19 qualsiasi. La sfida sui saperi e il saper fare nemmeno. Ma anche quando si parla di scienza, tecnologia e cultura il nodo resta la società.
"Qui ci sono tutti i saperi necessari. Sanità, ricerca, terzo settore" ricorda Fiorenzo Galli, direttore del Museo della Scienza e Tecnologia. "La città può diventare un polo di ricerca che non serva solo al rilancio economico, bensì abbia finalità globali. Rimettendo al centro l'elemento umano". Per Galli il link tra cultura e cittadinanza dovrà essere plateale: "Va riconvertito il ciclo produzione-fruizione culturale in senso '"antropologico". La ricerca di senso, d'ora in poi, assume un'altra posizione". Il suo Museo riaprirà a settembre. Solo il 30 per cento dei finanziamenti arriva dal pubblico, il resto è biglietteria ed eventi. "Cambieranno le forme, ci sarà più digitale. Ma non siamo fermi, abbiamo molti progetti in lavorazione, come quello su Marte".
Distanziamento e digitale, formula magica ma non troppo. Il presidente di Triennale, Stefano Boeri, vede i rischi della dispersione: "Gli spazi aperti saranno un antidoto. Dobbiamo immaginare come tradurre l'interno in esterno, nelle strade e nelle piazze, anche in inverno. Per intenderci: in una situazione di attesa l'unico investimento che noi stiamo facendo è sul giardino. Spero a giugno di avere un programma di eventi che vada dalla riflessione culturale all'intrattenimento". Milano è densa e piccola, e per questo l'architetto del Bosco Verticale la considera una città pilota per lo stile di vita che ci aspetta. Il suo pallino è da sempre il green, ma la lista di priorità si aggiorna. "Bisogna riattivare un settore decisivo come l'edilizia con un fine sociale alto: per esempio le scuole. E poi gettare il cuore oltre gli ostacoli, immaginare un settembre di festival e iniziative. Non è sempre questione di risorse. Quando ero assessore alla Cultura abbiamo fatto Piano City e Book City con pochissimi soldi".
A proposito di book, anche la città dell'editoria è in apnea e rischia di restarci. Magari il rallentamento aprirà spazi di tempo per leggere un po' di più, briciole in confronto allo stop and go di medio periodo che attende la filiera di eventi, kermesse e presentazioni che facevano da volano al settore. Elisabetta Sgarbi, editrice di La nave di Teseo e anima della Milanesiana, vuole rovesciare il pessimismo della ragione in ottimismo della volontà. "Questa esperienza ci riconsegnerà la voglia di stare assieme. Però la creatività ci deve supportare nel trovare un nuovo modo di farlo. Di certo la domanda di cultura aumenterà. La conoscenza è l'arma migliore contro l'incertezza". Vale anche per l'arte, soprattutto se sei nella città delle grandi mostre, della sperimentazione e delle tendenze.
"Durante il lockdown ciascuno di noi ha vissuto la condizione di solitudine che vive l'artista, dice Emilio Isgrò, Ambrogino d'Oro 2019. "Abbiamo anche l'occasione per riportare l'arte al suo posto, vale a dire meno nei listini di Borsa e più laddove è risorsa per la costruzione di una forma del vivere aperta. Facciamolo". Comunità, creatività e partecipazione, la strada insomma è segnata. Se viene meno uno di questi tre fattori in relazione, Milano è spacciata. Ma sembra saperlo. Tornare vicino all'Europa si può. A patto di stare vicino alle persone.
Sul Venerdì del 24 aprile 2020