1980: quando il calcio italiano fu salvato dagli stranieri
Angelo Carotenuto , di ANGELO CAROTENUTOIl primo ad arrivare fu Prohaska. Poi sbarcò Falcão. E poi divenne una valanga. Così, nel maggio di quarant'anni fa, cambiò radicalmente (e tornò a emozionare) uno sport che se la passava parecchio male. Un po' come oggi
L'ultima volta che il calcio italiano ebbe bisogno di salvarsi, non era come oggi un'industria da 4,7 miliardi di fatturato, non aveva 300 mila persone che gli ruotavano attorno con un lavoro, non garantiva un miliardo 200 milioni di gettito fiscale allo Stato. Ma aveva 21 calciatori a processo, di cui 11 con almeno una partita in Nazionale e 13 arrestati di domenica pomeriggio dentro gli stadi, con l'accusa di aver promesso di truccare le partite e aver truffato gli scommettitori, che per questo avevano denunciato e stavano riempiendo di verbali i quotidiani e le riviste in quel meraviglioso maggio 1980.
Mentre oggi il calcio si chiede quale strada imboccare per venir fuori dalla crisi post virus, quarant'anni fa la Serie A fu salvata da un'idea. Riaprire le frontiere agli stranieri. Non si potevano più comprare dagli anni 60 perché la Nazionale era un disastro e si pensava che la colpa fosse loro, più o meno come oggi. Ma da qualche parte un…
Mentre oggi il calcio si chiede quale strada imboccare per venir fuori dalla crisi post virus, quarant'anni fa la Serie A fu salvata da un'idea. Riaprire le frontiere agli stranieri. Non si potevano più comprare dagli anni 60 perché la Nazionale era un disastro e si pensava che la colpa fosse loro, più o meno come oggi. Ma da qualche parte un…
L'ultima volta che il calcio italiano ebbe bisogno di salvarsi, non era come oggi un'industria da 4,7 miliardi di fatturato, non aveva 300 mila persone che gli ruotavano attorno con un lavoro, non garantiva un miliardo 200 milioni di gettito fiscale allo Stato. Ma aveva 21 calciatori a processo, di cui 11 con almeno una partita in Nazionale e 13 arrestati di domenica pomeriggio dentro gli stadi, con l'accusa di aver promesso di truccare le partite e aver truffato gli scommettitori, che per questo avevano denunciato e stavano riempiendo di verbali i quotidiani e le riviste in quel meraviglioso maggio 1980.
Mentre oggi il calcio si chiede quale strada imboccare per venir fuori dalla crisi post virus, quarant'anni fa la Serie A fu salvata da un'idea. Riaprire le frontiere agli stranieri. Non si potevano più comprare dagli anni 60 perché la Nazionale era un disastro e si pensava che la colpa fosse loro, più o meno come oggi. Ma da qualche parte un po' di entusiasmo e di coraggio andavano cercati. Il 9 maggio la Federcalcio ratificò finalmente una faccenda che andava avanti da un mese e passa. L'ultimo rinvio c'era stato la settimana prima perché il presidente Artemio Franchi era dovuto correre in ospedale per delle coliche renali, mentre l'Inter aveva già fatto arrivare a Milano il suo bel centrocampista austriaco, Herbert Prohaska, il primo a varcare il confine con la forza di un contratto da 198 milioni di lire d'ingaggio che il ragazzo volle farsi pagare in scellini, tanto si fidava. Il pilota del jet che accompagnava in Italia il primo straniero della nuova Serie A era Niki Lauda.
IL NUOVO CAPITALISMO
Francesco De Gregori si trovava in tour con Viva l'Italia, uscito a novembre del '79, e come scrive Enrico Deaglio in Patria (Il Saggiatore) "un nuovo scrittore di 25 anni nato a Correggio, Pier Vittorio Tondelli, parla in maniera nuova per l'Italia di gioventù e di omosessualità". In quei primi cinque mesi del 1980 la mafia aveva ucciso Piersanti Mattarella, Prima Linea ammazzato il giudice Guido Galli e le Brigate Rosse Vittorio Bachelet. Altro sarebbe accaduto: l'omicidio Tobagi, l'arresto di Sindona, Ustica, la strage alla stazione di Bologna, la marcia dei 40 mila impiegati della Fiat. "Il capitalismo italiano stava cambiando pelle, in linea con le tendenze prevalenti nell'economia mondiale", scrive Paul Ginsborg in L'Italia del tempo presente (Einaudi). Arrivava l'elettronica con la sua applicazione nel mondo delle comunicazioni "e decimò i ranghi compatti della classe operaia industriale". La bilancia dell'Italia era in passivo: -2,2 per cento del Pil. Al decimo anno di legge sul divorzio, gli italiani si erano stancati pure di quello, toccando nel 1980 il numero più basso delle coppie rotte. Ma diamine, nel calcio avevamo gli stranieri.
SBARCA L'OTTAVO RE DI ROMA
Non tutte le squadre. Cinque ne fecero a meno ma le più ricche dopo un quarto d'ora già spingevano per averne un secondo. I mediatori internazionali offrivano gli stessi nomi a tutti. Prima di atterrare a Fiumicino da Rio con un DC10 Alitalia, volo AZ569, alle 9.35 di domenica 10 agosto, Paulo Roberto Falcão era stato offerto al Milan e al Napoli. Invece sarebbe stato l'ennesimo Ottavo Re di Roma. Oggi al telefono dalla sua casa di Porto Alegre dice: "La cosa che capii immediatamente è che i tremila tifosi della Roma in aeroporto non aspettavano me, ma una speranza. Che cosa sapevano di me? Non era il calcio globalizzato di oggi. Un video di azioni mie girava solo tra le società ed era anche fuorviante. Si vedevano un mucchio di gol, io non ne segnavo tanti. Io dell'Italia sapevo quello che avevo visto sei anni prima, in tournée con l'Internacional Porto Alegre, mi pare a Benevento e a Olbia".
COME FARSI CAPIRE
Nasceva una febbre. Lino Banfi si sarebbe inventato un film (L'allenatore nel pallone) con il malinconico brasiliano Aristoteles. Nasceva il mito dello straniero che deve ambientarsi. "A Como, alla prima partita, giocai come sapevo. Un tocco, due e mi buttavo verso la porta. L'allenatore Liedholm mi prese in disparte e disse: Paulo, qui facciamo in un altro modo per non subire un contropiede". Capire, farsi capire. Bel problema. "A ottobre" racconta Falcão "andammo a giocare a Jena in Coppa delle Coppe. All'andata 3-0 per noi. Scoprii la Germania Est. Avevamo dato una lista di venticinque nomi per passare la dogana, ma ci tennero due ore e mezza bloccati perché eravamo ventiquattro. Ventiquattro, capisci, non ventisei. Benetti era a casa infortunato e loro chiedevano: perché, perché, perché. Un incubo. Io non riuscivo ancora a parlare bene l'italiano. Mi avevano invitato a condurre una trasmissione in una tv locale e avevo accettato proprio perché così sarei stato costretto a imparare, a leggere i giornali. In campo chiamavo Carletto Ancelotti e gli gridavo: aperta aperta. E lui si apriva, si allargava. Io allora più forte: no, Carlo, aperta, aperta. Finché mi chiese: ma che significa aperta. In portoghese vuol dire: stringi. Gli stavo dicendo di fare pressing. Perdemmo 4-0. Mi misi a studiare l'italiano davanti alla tv. I film di Sordi e Manfredi. Iniziai a sentire tanta musica italiana. Ero arrivato dal Brasile che conoscevo solo due canzoni. Una era A chi di Fausto Leali, era la sigla di una telenovela. L'altra Champagne di Peppino Di Capri. Ma non ne capivo le parole. Un giorno nello spogliatoio sempre Carletto mi guarda e si mette a cantare Eh... Meu amigo Charlie Brown. Allora gli dico: ma che fai? E lui: canto un pezzo brasiliano. Sì, ma è vecchissimo, gli rispondo. Capii che era quella l'immagine del Brasile da voi. Che per anni non c'era stato nessun dialogo e nessuno scambio".
IL CLICHÉ DEL COLPO DI TACCO
Lo straniero salvava il calcio ma si portava dietro i cliché. "Questa cosa aveva un riflesso su di me in campo, perché io non ero il brasiliano che faceva il colpo di tacco. Se dopo 40 anni tu mi chiedessi qual è stato il mio lavoro in Italia, io ti direi che era dentro lo spogliatoio. Era far credere a qualcuno di essere più bravo di quanto fosse. Oggi sento di aver fatto soprattutto questo. Aver aiutato chi prendeva in pagella sei e mezzo a prendere sette. Si parlava solo di quello. Le pagelle. Radio Dimensione Suono voleva fare un programma con me il lunedì, accettai a patto che si parlasse per l'80 per cento di musica e che potessi scegliere io i pezzi. C'era un conduttore che aveva lavorato in Alitalia e aveva tremila dischi brasiliani. Alternavo un classico a uno sconosciuto. Era un modo di avvicinare i due Paesi. Nella mia testa mi sentivo uno che doveva favorire l'arrivo di altri brasiliani in Serie A".
FENOMENI O FREGATURE?
Ne arrivarono altri tre nello stesso anno: al Bologna Eneas, che aveva 3 partite in nazionale, all'Avellino Juary, che danzava intorno alla bandierina dopo ogni gol, alla Pistoiese tale Luis Silvio ("non lo conoscevo bene" dice oggi con garbo Falcão), sei partite appena, rimasto nell'immaginario collettivo come il simbolo della fregatura che ti tirano i mercanti al calciomercato. Lo straniero era un re, come ben ricorda Rudy Krol, accolto a Napoli da una generosa che gli mostrò la scritta benvenuto tra i bottoni aperti della camicetta. Falcão è stato uno degli uomini più desiderati di Roma negli anni 80 anche se oggi dice "era facile per me proteggere la privacy nella città della Dolce vita perché io la sera non uscivo mai".
TRATTATI COME DEI
Daniel Bertoni, due anni prima campione del mondo con l'Argentina, fu il signore di Firenze. "Eravate la quinta economia del mondo. Sapevo tutto del vostro Paese perché mio nonno era di un paesino vicino Varese, Samarate", che Bertoni pronuncia quasi con una Z, "anche se in tutti quegli anni non sono mai riuscito a vedere come fosse fatto. All'epoca pareva che là avessi ancora un parente prete, ma sai come va: allenamento, partite, ritiro, non c'era tempo". Bertoni si è portato addosso la maledizione dello scudetto. Arriva alla Fiorentina e lo perde all'ultima giornata contro la Juventus per un gol che annullano a loro e un rigore che danno agli altri. Sta per accordarsi con la Roma, la Fiorentina lo trattiene, e lo vince la Roma. Lo corteggia il Verona, lui preferisce il Napoli dove sta arrivando Maradona, e lo vince il Verona. Va via da Napoli, e lo vince il Napoli. "Eravamo trattati come degli dèi, adesso ne avete troppi e vi hanno cambiato lo stile di gioco. La legge Bosman ha aiutato gli stipendi dei giocatori ma ha rovinato la vostra cultura. Mentre viaggiavo verso l'Italia, pensavo che sarei arrivato nel Paese con le donne più belle - Sophia Loren, Claudia Cardinale, Ornella Muti - e nel campionato del catenaccio. Quando la domenica mi trovavo addosso mastini come Bruscolotti, Gentile, Vierchowod era un motivo di orgoglio, mi faceva sentire importante. Perché buttare via questa tradizione? Era un altro calcio. La lingua l'ho migliorata andando al cinema, come si faceva ogni sabato pomeriggio, mescolati alla gente. Non mi nascondevo in collina. Eppure stavano arrivando le pubblicità sulle maglie e stava cominciando il boom delle televisioni".
IL DOTTOR FREUD VA IN TV
Il nuovo interesse intorno al campionato spinse Domenica In a mandare in sovrimpressione la strisciolina con l'aggiornamento dei risultati. Ma soprattutto: Rai 3 si inventò il Processo del lunedì. Beniamino Placido su Repubblica ne parlava così: "In questa popolare trasmissione accade un fenomeno di inversione che dovrebbe interessare molto gli allievi e i seguaci del Dottor Freud. Il quale sosteneva - come è ben noto - che laddove c'è l'"Es" dovrebbe arrivare - e regnare - l'"Io". Che laddove ribollono gli istinti dovrebbe arrivare - e governare - la razionalità. Al Processo del lunedì accade esattamente l'opposto. Questa trasmissione ha un "Io" debole e compiacente, anche se all'apparenza imponente, nella persona del suo conduttore Aldo Biscardi, che invece di tenere a freno l'"Es" lo eccita. Che scatena gli istinti peggiori dei suoi ospiti. Il Processo del lunedì è in termini psicoanalitici una regressione collettiva. Lo si vede subito - come al solito - dal linguaggio, che regredisce a livelli infantili".
LA COMMEDIA DELL'ARTE
Quarant'anni dopo ci ragiona Marino Bartoletti, protagonista di quella stagione tv, sia alla Domenica sportiva sia al Processo. "Diventò una specie di commedia dell'arte in cui ognuno si riconosceva nelle maschere che erano le grandi firme dell'epoca, divenute volti - Gazzaniga, De Cesari, Melidoni - stavano nascendo gli opinionisti. Non so se Biscardi volesse inventare una formula o se fu tutto preterintenzionale, forse gli stranieri portarono fame di una nuova creatività. Il vero patrimonio culturale della mia generazione è avere avuto il privilegio di vivere quella stagione in cui li potevi intervistare da uomo a uomo, certe volte in accappatoio negli spogliatoi. Chiamavo al telefono Maradona e ti diceva: vieni domani a casa mia. È cambiata l'Italia, è cambiato lo sport". Ora chi lo salva il calcio?
Sul Venerdì dell'8 maggio 2020
Mentre oggi il calcio si chiede quale strada imboccare per venir fuori dalla crisi post virus, quarant'anni fa la Serie A fu salvata da un'idea. Riaprire le frontiere agli stranieri. Non si potevano più comprare dagli anni 60 perché la Nazionale era un disastro e si pensava che la colpa fosse loro, più o meno come oggi. Ma da qualche parte un po' di entusiasmo e di coraggio andavano cercati. Il 9 maggio la Federcalcio ratificò finalmente una faccenda che andava avanti da un mese e passa. L'ultimo rinvio c'era stato la settimana prima perché il presidente Artemio Franchi era dovuto correre in ospedale per delle coliche renali, mentre l'Inter aveva già fatto arrivare a Milano il suo bel centrocampista austriaco, Herbert Prohaska, il primo a varcare il confine con la forza di un contratto da 198 milioni di lire d'ingaggio che il ragazzo volle farsi pagare in scellini, tanto si fidava. Il pilota del jet che accompagnava in Italia il primo straniero della nuova Serie A era Niki Lauda.
IL NUOVO CAPITALISMO
Francesco De Gregori si trovava in tour con Viva l'Italia, uscito a novembre del '79, e come scrive Enrico Deaglio in Patria (Il Saggiatore) "un nuovo scrittore di 25 anni nato a Correggio, Pier Vittorio Tondelli, parla in maniera nuova per l'Italia di gioventù e di omosessualità". In quei primi cinque mesi del 1980 la mafia aveva ucciso Piersanti Mattarella, Prima Linea ammazzato il giudice Guido Galli e le Brigate Rosse Vittorio Bachelet. Altro sarebbe accaduto: l'omicidio Tobagi, l'arresto di Sindona, Ustica, la strage alla stazione di Bologna, la marcia dei 40 mila impiegati della Fiat. "Il capitalismo italiano stava cambiando pelle, in linea con le tendenze prevalenti nell'economia mondiale", scrive Paul Ginsborg in L'Italia del tempo presente (Einaudi). Arrivava l'elettronica con la sua applicazione nel mondo delle comunicazioni "e decimò i ranghi compatti della classe operaia industriale". La bilancia dell'Italia era in passivo: -2,2 per cento del Pil. Al decimo anno di legge sul divorzio, gli italiani si erano stancati pure di quello, toccando nel 1980 il numero più basso delle coppie rotte. Ma diamine, nel calcio avevamo gli stranieri.
SBARCA L'OTTAVO RE DI ROMA
Non tutte le squadre. Cinque ne fecero a meno ma le più ricche dopo un quarto d'ora già spingevano per averne un secondo. I mediatori internazionali offrivano gli stessi nomi a tutti. Prima di atterrare a Fiumicino da Rio con un DC10 Alitalia, volo AZ569, alle 9.35 di domenica 10 agosto, Paulo Roberto Falcão era stato offerto al Milan e al Napoli. Invece sarebbe stato l'ennesimo Ottavo Re di Roma. Oggi al telefono dalla sua casa di Porto Alegre dice: "La cosa che capii immediatamente è che i tremila tifosi della Roma in aeroporto non aspettavano me, ma una speranza. Che cosa sapevano di me? Non era il calcio globalizzato di oggi. Un video di azioni mie girava solo tra le società ed era anche fuorviante. Si vedevano un mucchio di gol, io non ne segnavo tanti. Io dell'Italia sapevo quello che avevo visto sei anni prima, in tournée con l'Internacional Porto Alegre, mi pare a Benevento e a Olbia".
COME FARSI CAPIRE
Nasceva una febbre. Lino Banfi si sarebbe inventato un film (L'allenatore nel pallone) con il malinconico brasiliano Aristoteles. Nasceva il mito dello straniero che deve ambientarsi. "A Como, alla prima partita, giocai come sapevo. Un tocco, due e mi buttavo verso la porta. L'allenatore Liedholm mi prese in disparte e disse: Paulo, qui facciamo in un altro modo per non subire un contropiede". Capire, farsi capire. Bel problema. "A ottobre" racconta Falcão "andammo a giocare a Jena in Coppa delle Coppe. All'andata 3-0 per noi. Scoprii la Germania Est. Avevamo dato una lista di venticinque nomi per passare la dogana, ma ci tennero due ore e mezza bloccati perché eravamo ventiquattro. Ventiquattro, capisci, non ventisei. Benetti era a casa infortunato e loro chiedevano: perché, perché, perché. Un incubo. Io non riuscivo ancora a parlare bene l'italiano. Mi avevano invitato a condurre una trasmissione in una tv locale e avevo accettato proprio perché così sarei stato costretto a imparare, a leggere i giornali. In campo chiamavo Carletto Ancelotti e gli gridavo: aperta aperta. E lui si apriva, si allargava. Io allora più forte: no, Carlo, aperta, aperta. Finché mi chiese: ma che significa aperta. In portoghese vuol dire: stringi. Gli stavo dicendo di fare pressing. Perdemmo 4-0. Mi misi a studiare l'italiano davanti alla tv. I film di Sordi e Manfredi. Iniziai a sentire tanta musica italiana. Ero arrivato dal Brasile che conoscevo solo due canzoni. Una era A chi di Fausto Leali, era la sigla di una telenovela. L'altra Champagne di Peppino Di Capri. Ma non ne capivo le parole. Un giorno nello spogliatoio sempre Carletto mi guarda e si mette a cantare Eh... Meu amigo Charlie Brown. Allora gli dico: ma che fai? E lui: canto un pezzo brasiliano. Sì, ma è vecchissimo, gli rispondo. Capii che era quella l'immagine del Brasile da voi. Che per anni non c'era stato nessun dialogo e nessuno scambio".
IL CLICHÉ DEL COLPO DI TACCO
Lo straniero salvava il calcio ma si portava dietro i cliché. "Questa cosa aveva un riflesso su di me in campo, perché io non ero il brasiliano che faceva il colpo di tacco. Se dopo 40 anni tu mi chiedessi qual è stato il mio lavoro in Italia, io ti direi che era dentro lo spogliatoio. Era far credere a qualcuno di essere più bravo di quanto fosse. Oggi sento di aver fatto soprattutto questo. Aver aiutato chi prendeva in pagella sei e mezzo a prendere sette. Si parlava solo di quello. Le pagelle. Radio Dimensione Suono voleva fare un programma con me il lunedì, accettai a patto che si parlasse per l'80 per cento di musica e che potessi scegliere io i pezzi. C'era un conduttore che aveva lavorato in Alitalia e aveva tremila dischi brasiliani. Alternavo un classico a uno sconosciuto. Era un modo di avvicinare i due Paesi. Nella mia testa mi sentivo uno che doveva favorire l'arrivo di altri brasiliani in Serie A".
FENOMENI O FREGATURE?
Ne arrivarono altri tre nello stesso anno: al Bologna Eneas, che aveva 3 partite in nazionale, all'Avellino Juary, che danzava intorno alla bandierina dopo ogni gol, alla Pistoiese tale Luis Silvio ("non lo conoscevo bene" dice oggi con garbo Falcão), sei partite appena, rimasto nell'immaginario collettivo come il simbolo della fregatura che ti tirano i mercanti al calciomercato. Lo straniero era un re, come ben ricorda Rudy Krol, accolto a Napoli da una generosa che gli mostrò la scritta benvenuto tra i bottoni aperti della camicetta. Falcão è stato uno degli uomini più desiderati di Roma negli anni 80 anche se oggi dice "era facile per me proteggere la privacy nella città della Dolce vita perché io la sera non uscivo mai".
TRATTATI COME DEI
Daniel Bertoni, due anni prima campione del mondo con l'Argentina, fu il signore di Firenze. "Eravate la quinta economia del mondo. Sapevo tutto del vostro Paese perché mio nonno era di un paesino vicino Varese, Samarate", che Bertoni pronuncia quasi con una Z, "anche se in tutti quegli anni non sono mai riuscito a vedere come fosse fatto. All'epoca pareva che là avessi ancora un parente prete, ma sai come va: allenamento, partite, ritiro, non c'era tempo". Bertoni si è portato addosso la maledizione dello scudetto. Arriva alla Fiorentina e lo perde all'ultima giornata contro la Juventus per un gol che annullano a loro e un rigore che danno agli altri. Sta per accordarsi con la Roma, la Fiorentina lo trattiene, e lo vince la Roma. Lo corteggia il Verona, lui preferisce il Napoli dove sta arrivando Maradona, e lo vince il Verona. Va via da Napoli, e lo vince il Napoli. "Eravamo trattati come degli dèi, adesso ne avete troppi e vi hanno cambiato lo stile di gioco. La legge Bosman ha aiutato gli stipendi dei giocatori ma ha rovinato la vostra cultura. Mentre viaggiavo verso l'Italia, pensavo che sarei arrivato nel Paese con le donne più belle - Sophia Loren, Claudia Cardinale, Ornella Muti - e nel campionato del catenaccio. Quando la domenica mi trovavo addosso mastini come Bruscolotti, Gentile, Vierchowod era un motivo di orgoglio, mi faceva sentire importante. Perché buttare via questa tradizione? Era un altro calcio. La lingua l'ho migliorata andando al cinema, come si faceva ogni sabato pomeriggio, mescolati alla gente. Non mi nascondevo in collina. Eppure stavano arrivando le pubblicità sulle maglie e stava cominciando il boom delle televisioni".
IL DOTTOR FREUD VA IN TV
Il nuovo interesse intorno al campionato spinse Domenica In a mandare in sovrimpressione la strisciolina con l'aggiornamento dei risultati. Ma soprattutto: Rai 3 si inventò il Processo del lunedì. Beniamino Placido su Repubblica ne parlava così: "In questa popolare trasmissione accade un fenomeno di inversione che dovrebbe interessare molto gli allievi e i seguaci del Dottor Freud. Il quale sosteneva - come è ben noto - che laddove c'è l'"Es" dovrebbe arrivare - e regnare - l'"Io". Che laddove ribollono gli istinti dovrebbe arrivare - e governare - la razionalità. Al Processo del lunedì accade esattamente l'opposto. Questa trasmissione ha un "Io" debole e compiacente, anche se all'apparenza imponente, nella persona del suo conduttore Aldo Biscardi, che invece di tenere a freno l'"Es" lo eccita. Che scatena gli istinti peggiori dei suoi ospiti. Il Processo del lunedì è in termini psicoanalitici una regressione collettiva. Lo si vede subito - come al solito - dal linguaggio, che regredisce a livelli infantili".
LA COMMEDIA DELL'ARTE
Quarant'anni dopo ci ragiona Marino Bartoletti, protagonista di quella stagione tv, sia alla Domenica sportiva sia al Processo. "Diventò una specie di commedia dell'arte in cui ognuno si riconosceva nelle maschere che erano le grandi firme dell'epoca, divenute volti - Gazzaniga, De Cesari, Melidoni - stavano nascendo gli opinionisti. Non so se Biscardi volesse inventare una formula o se fu tutto preterintenzionale, forse gli stranieri portarono fame di una nuova creatività. Il vero patrimonio culturale della mia generazione è avere avuto il privilegio di vivere quella stagione in cui li potevi intervistare da uomo a uomo, certe volte in accappatoio negli spogliatoi. Chiamavo al telefono Maradona e ti diceva: vieni domani a casa mia. È cambiata l'Italia, è cambiato lo sport". Ora chi lo salva il calcio?
Sul Venerdì dell'8 maggio 2020