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(Illustrazione di Ale + Ale) 

Tropico del cancro: un libro da Miller e una notte

Per i censori era "un pozzo nero di depravazione". Ma, al di là delle scene erotiche, il romanzo parigino dello scrittore americano è un inno alla felicità di vivere e scrivere. Anche senza un soldo in tasca
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Il libro in una stanza: ogni settimana un autore racconta sul Venerdì cosa legge o rilegge in questi giorni di emergenza

"Non ho soldi, né risorse, né speranze. Sono l'uomo più felice del mondo". Basterebbe questo per farmi rileggere Tropico del Cancro, il romanzo maledetto con cui Henry Miller rivelò il suo talento. Leggerlo in tempi in cui molti si ritrovano senza soldi, risorse, speranze, può dare un pizzico di ottimismo in più per affrontare la pandemia che ha travolto le nostre esistenze. Ma non è l'unica buona ragione per immergersi nel capolavoro dello scrittore americano scomparso a 88 anni nel 1980.

La ragione più importante la spiegava meglio di tutti George Orwell nell'introduzione al romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1934 e quindi sottoposto a numerose censure: "Leggetelo per cinque pagine, dieci pagine, e sentirete il peculiare sollievo che proviene non tanto dal capire ma…
Il libro in una stanza: ogni settimana un autore racconta sul Venerdì cosa legge o rilegge in questi giorni di emergenza

"Non ho soldi, né risorse, né speranze. Sono l'uomo più felice del mondo". Basterebbe questo per farmi rileggere Tropico del Cancro, il romanzo maledetto con cui Henry Miller rivelò il suo talento. Leggerlo in tempi in cui molti si ritrovano senza soldi, risorse, speranze, può dare un pizzico di ottimismo in più per affrontare la pandemia che ha travolto le nostre esistenze. Ma non è l'unica buona ragione per immergersi nel capolavoro dello scrittore americano scomparso a 88 anni nel 1980.

La ragione più importante la spiegava meglio di tutti George Orwell nell'introduzione al romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1934 e quindi sottoposto a numerose censure: "Leggetelo per cinque pagine, dieci pagine, e sentirete il peculiare sollievo che proviene non tanto dal capire ma dall'essere capiti. Quest'uomo sa tutto di me, penserete, ha scritto questo apposta per me". Samuel Beckett lo definì "un grandioso evento nella storia delle lettere moderne". Michael Musmanno, presidente della Corte Suprema della Pennsylvania, dopo uno dei tanti processi per oscenità, diede un giudizio leggermente differente: "Non è un libro. È un pozzo nero, una fogna a cielo aperto, una pozza di putrefazione. Un viscido insieme di tutto ciò che è marcio nella spazzatura della depravazione umana".

Bisogna ammettere che Tropico del Cancro non è un romanzo tradizionale. Lo suggerisce la stessa epigrafe scelta dall'autore, presa da Ralph Waldo Emerson: "E poi, a poco a poco, i romanzi cederanno il passo ai diari, alle autobiografie; libri avvincenti, purché chi li scrive sappia scegliere fra ciò egli chiama le sue esperienze, quella che davvero è esperienza e il modo per raccontare veramente la verità". Miller lo scrisse nel 1933, quando aveva quarantadue anni e viveva a Parigi. È la storia, o meglio la non-storia, di un gruppetto di espatriati americani e di altre nazionalità, una combriccola di falliti, sognatori, pazzoidi, interessati all'arte in tutte le sue forme e al sesso pure in tutte le sue forme, perennemente squattrinati, alla ricerca di un posto in cui dormire e di un pasto da scroccare. Eppure, o proprio per questo, è un inno alla vita, un gioioso, ribaldo, spregiudicato giro di giostra fra prostitute, principesse decadute, ubriaconi. Ed è la lezione che per scrivere non serve avere intorno critici, editori, salotti letterari: basta volerlo fare e farlo.

A lungo messo al bando negli Stati Uniti come pornografico, in realtà Tropico del Cancro non è nemmeno il romanzo di un erotomane. Le sue pagine più belle non raccontano incontri sessuali ma passeggiate parigine: "Cielo d'indaco sgombro di filacciose nubi, scarni alberi a distesa infinita, sbracciando rami neri come sonnambuli, con tronchi pallidi come cenere di sigaro. Silenzio supremo e perfettamente europeo. Imposte chiuse, botteghe serrate. Un lume rosso, qua e là, segnale d'appuntamenti". Celebrare "la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici", per dirla con la celebre espressione di Hemingway, naturalmente è diventato un cliché, come ironizza Woody Allen nel suo delizioso film sull'argomento. Ma Festa mobile era una rievocazione filtrata dalla memoria di uno scrittore che sapeva di avere vinto il Nobel. Il flusso di coscienza di Miller è un'autobiografia in diretta, il diario intimo di un outsider che resterà a lungo ai margini e soltanto da vecchio otterrà riconoscimenti, denaro, successo. La dimostrazione che si può essere vitali e felici, come afferma la suddetta citazione, anche quando si ha poco o niente.

Henry Miller ha scritto molto altro: Tropico del Capricorno, Sexus, Plexus e Nexus (la trilogia della crocifissione rosa), Primavera nera, Incubo ad aria condizionata, per ricordare le opere più famose della sua ricca produzione. Tornato in patria e stabilitosi a Big Sur, in California, fu precursore della Beat Generation e ispiratore dei ribelli delle generazioni successive. "Avrebbero dovuto dare il Nobel a lui, non a me" rispose Isaac Bashevis Singer quando gli domandai cosa pensasse del suo contemporaneo Miller. Molti anni dopo, non sono più d'accordo. Non solo perché oggi gli preferisco di gran lunga Singer. Certe parti del Tropico, in cui Miller filosofeggia come un guru orientale, riflettendo sul "cancro" del tempo che ci divora (da cui il titolo), sono invecchiate male. Ma le parti migliori valgono l'intero volume. Che in fondo - come l'Ulisse di Joyce - si può leggere anche in ordine sparso, senza andare dall'inizio alla fine, saltellando di pagina in pagina.

Rimane, per me, il libro che ti cambia la vita. Letto a vent'anni fu una folgorazione. Mi spinse ad andare a Parigi (in autostop) per respirare la sua stessa aria e visitare il museo degli Impressionisti a stomaco vuoto, come aveva fatto lui: perché solo così, sosteneva, se ne comprende la grandezza. Quindi mi portò a cercare Parigi a New York, compiendo il viaggio inverso, dall'Europa all'America, dove tentai anche d'incontrarlo, nell'estate del 1979, un anno prima della sua scomparsa, quando viveva a Pacific Palisades, quartiere residenziale di Los Angeles. "È troppo vecchio e stanco, lascia perdere" dissero i vicini di casa. Finii per incontrare invece Charles Bukowski e per parlare di Miller con lui. Più tardi Bukowski mi avrebbe portato a scoprire Chiedi alla polvere di John Fante. Tutti e tre rappresentano la mia idea romantica di scrittore: un uomo solo, chiuso in una stanza, che batte sui tasti, indifferente al resto. Se scrivere ti rende felice, di cos'altro hai bisogno? È questa in fondo la lezione di Henry Miller. Leggetelo e alla fine potrete dire anche voi, con una battuta che sembra hemingwayana, ma è detta nel finale di Casablanca da Humphrey Bogart a Ingrid Bergman: "Avremo sempre Parigi". La Parigi di Tropico del Cancro.

Sul Venerdì dell'8 maggio 2020