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Negli Stati Uniti si produce quasi il doppio del latte del 1950 con meno della metà delle mucche (Getty Images)
  

Il Pianeta sta meglio grazie alle mucche e agli smartphone

Oggi le nuove tecnologie permettono di risparmiare l'ambiente usando meno materiali, meno terreno e meno animali per produrre più che in passato. Lo sostiene Andrew McAfee, economista controcorrente
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Greta può cominciare a tirare un sospiro di sollievo, l'Occidente, almeno sul fronte del consumo delle risorse, procede nella direzione giusta. E il nostro impatto sul Pianeta sta diventando più lieve: è vero che produciamo sempre di più ma, in quasi tutte le nazioni benestanti dell'Occidente, lo facciamo con minor uso di risorse naturali rispetto al passato. A sostenerlo è l'analisi del tutto controcorrente proposta nel saggio Di più con meno (Egea) da Andrew McAfee, docente alla Mit Sloan School of Management, dove codirige la Initiative on the Digital Economy. La tesi è suffragata da alcuni esempi: nel 1950 negli Stati Uniti servivano 22 milioni di mucche per produrre 53 miliardi di litri di latte, mentre oggi la produzione annuale è di oltre 94 miliardi di litri, e la si ottiene da soli 9 milioni di mucche: un balzo di produttività del 330 per cento. Stesso discorso vale per il grano: gli agricoltori oggi n…
Greta può cominciare a tirare un sospiro di sollievo, l'Occidente, almeno sul fronte del consumo delle risorse, procede nella direzione giusta. E il nostro impatto sul Pianeta sta diventando più lieve: è vero che produciamo sempre di più ma, in quasi tutte le nazioni benestanti dell'Occidente, lo facciamo con minor uso di risorse naturali rispetto al passato. A sostenerlo è l'analisi del tutto controcorrente proposta nel saggio Di più con meno (Egea) da Andrew McAfee, docente alla Mit Sloan School of Management, dove codirige la Initiative on the Digital Economy. La tesi è suffragata da alcuni esempi: nel 1950 negli Stati Uniti servivano 22 milioni di mucche per produrre 53 miliardi di litri di latte, mentre oggi la produzione annuale è di oltre 94 miliardi di litri, e la si ottiene da soli 9 milioni di mucche: un balzo di produttività del 330 per cento. Stesso discorso vale per il grano: gli agricoltori oggi ne producono una quantità quintupla rispetto al 1940, usando meno terra.

In un momento in cui si fa sempre più forte l'allarme per lo stato di salute del nostro Pianeta, non le sembra di essere un po' ottimista?
"Non importa quali risorse del Pianeta si considerino, troveremo sempre lo stesso fenomeno, ovvero che riusciamo a produrre di più con meno. Le quantità di acqua, terra e fertilizzanti richieste dall'agricoltura sono in calo da anni, mentre la produzione continua a crescere. La quantità di carta, legno e di molti metalli e minerali utilizzati o è rimasta stabile nel tempo o è in calo. Un tempo c'era un rapporto diretto tra crescita economica e aumento del consumo d'energia, che è una cosa sensata perché per alimentare l'economia serve energia. Eppure da circa dieci anni questo rapporto non è più valido: per esempio negli Stati Uniti il consumo totale di energia è rimasto piatto, pur con l'economia in continua crescita. Vale lo stesso per molti altri Paesi dell'Occidente".

E le nazioni in via di sviluppo, invece?
"Non è che gli americani o gli europei siano più illuminati di chi vive in Bangladesh o in Laos. È soltanto che, grazie alla prosperità delle nostre economie, possiamo permetterci di dedicare attenzioni all'ambiente. Se le altre nazioni diventeranno prospere, anche lì si inizierà ad avere maggior attenzione per l'ambiente. Indira Gandhi diceva: "La povertà e il bisogno sono i maggiori inquinanti". Penso che tanti abbiano dimenticato quella lezione: per avere cura del Pianeta serve la prosperità, non la povertà".

Evidentemente lei non è un fautore della decrescita felice di Serge Latouche?
"Infatti. Io penso che la decrescita felice sia una cattiva idea. Significa andare verso meno prosperità, e quindi più povertà, e quindi verso una salute peggiore per i cittadini. Le nazioni più ricche oggi ci insegnano che puoi avere allo stesso tempo crescita e cura per l'ambiente. Dovremmo aiutare il resto del mondo a ottenere questo benessere il prima possibile. Con lo sviluppo, non con la decrescita".

Come siamo riusciti, in Europa e in America, a ottenere di più con meno?
"Il fatto è che le molecole costano. Le aziende sono in continua competizione tra loro per ridurre i costi, soprattutto la spesa per le materie prime. Quindi si sforzano di usare meno molecole. Un esempio lampante sono le classiche lattine d'alluminio per le bibite con cui ci dissetiamo d'estate: quando sono apparse sul mercato, nel 1959, pesavano 85 grammi. Nel 1972, 21 grammi. Oggi ne pesano solo 13. In altri casi poi le aziende rimpiazzano le molecole con i bit, che costano molto di meno. È quella che definisco la dematerializzazione dell'economia, spinta dalle esigenze del mercato e resa possibile dalla tecnologia".

In che modo la tecnologia aiuta a usare meno risorse?
"L'agricoltura di precisione, dove ogni metro quadrato di un campo è mappato al computer, permette di fare grande economia di semi, acqua e fertilizzanti. Più in generale, a farci ridurre lo spreco di materiali è la grande quantità di informazioni in tempo reale che riusciamo a gestire oggi. Prendiamo i vagoni ferroviari: un amico che ha lavorato per la Chicago and North Western Railway mi ha spiegato che alla fine degli anni 60 ogni giorno le compagnie ferroviarie spostavano solo il 5 per cento dei loro vagoni. Non perché il 95 per cento dovesse riposare, ma perché spesso i proprietari dei vagoni non  sapevano bene dove fossero parcheggiati. Era chiaro già allora che se si fosse potuta alzare quella percentuale anche solo al 10 per cento, sarebbe servita solo la metà dei vagoni (riducendo sia i costi che l'impatto sul Pianeta). Grazie all'informatica, oggi, la situazione è completamente diversa: tutti i vagoni possono segnalare la loro posizione quasi in ogni istante".

Qual è, secondo lei, il migliore esempio della dematerializzazione?
"Ce l'ha in tasca: è lo smartphone. Una volta per sentire la radio le serviva un apparecchio radio, lo stesso per la tv. Per riascoltare la sua voce le serviva un registratore. Per scattare una foto doveva equipaggiarsi di macchina fotografica e per girare video le serviva una videocamera, per svegliarsi usava una radiosveglia, come segreteria telefonica aveva un apparecchio separato, per orientarsi usava mappe cartacee. Oggi può fare a meno di tutti questi oggetti - e quindi non c'è più bisogno di costruirli sfruttando le risorse del Pianeta né di smaltirli a fine uso - perché ha tutte queste funzioni nel suo smartphone".

Proprio non ci sono eccezioni al paradigma "di più con meno" che lei ha individuato?
"L'unica grande eccezione, oggi, è la plastica. Ne usiamo ogni anno di più. Ma anche qui c'è una buona notizia: in passato il consumo di plastica cresceva più rapidamente di quanto crescesse l'economia. Oggi invece cresce più lentamente rispetto all'economia. In un futuro prossimo raggiungeremo il picco. E poi finalmente ci sarà una discesa".  

Sul Venerdì dell'8 maggio 2020