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Uno scorcio della tenuta di Donnini (Firenze) dove ha sede la Santa Maddalena Foundation 

Fondazione Santa Maddalena: nel bosco incantato senza scrittori

Oggi chiusa per virus, la villa in Toscana ha ospitato i maggiori autori internazionali. Abbiamo letto le lettere nelle quali le rendono omaggio
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Adesso che è impossibile da raggiungere, il suo profilo è ancora più netto: una torre scura che si staglia sulla collina come il pennone di una nave. Tutto intorno boschi e ulivi, ondate di verde bruciate dai papaveri. Basta socchiudere gli occhi per vedere il viaggiatore che si avvicina, lo zaino pesante, il taccuino Moleskine in mano. Bruce Chatwin di ritorno dal mondo, il passo veloce di chi cerca un rifugio per liberare la mente. Scompare dietro la porta di legno, il fuoco acceso sotto la vecchia griglia e poi nella torre medievale, fino all’ultimo piano, in quella stanza che subito diventa «un mare di libri e carte e letti sfatti e indumenti gettati qua e là». Ecco Santa Maddalena, un’antica casa di pietra ricoperta dai rampicanti nella campagna tra Firenze e Pontassieve, che fu residenza del grande scrittore apolide Gregor von Rezzori e che dopo Chatwin ha ospitato decine di autori: Michael Cunningham, Colm Tóib&iac…
Adesso che è impossibile da raggiungere, il suo profilo è ancora più netto: una torre scura che si staglia sulla collina come il pennone di una nave. Tutto intorno boschi e ulivi, ondate di verde bruciate dai papaveri. Basta socchiudere gli occhi per vedere il viaggiatore che si avvicina, lo zaino pesante, il taccuino Moleskine in mano. Bruce Chatwin di ritorno dal mondo, il passo veloce di chi cerca un rifugio per liberare la mente. Scompare dietro la porta di legno, il fuoco acceso sotto la vecchia griglia e poi nella torre medievale, fino all’ultimo piano, in quella stanza che subito diventa «un mare di libri e carte e letti sfatti e indumenti gettati qua e là». Ecco Santa Maddalena, un’antica casa di pietra ricoperta dai rampicanti nella campagna tra Firenze e Pontassieve, che fu residenza del grande scrittore apolide Gregor von Rezzori e che dopo Chatwin ha ospitato decine di autori: Michael Cunningham, Colm Tóibín, Zadie Smith, Hisham Matar, Michael Ondaatje, Emmanuel Carrère, Maylis De Kerangal, Margaret Atwood...

La tenuta è chiusa. Nessuna residenza letteraria ai tempi del virus. Eppure Beatrice Monti della Corte, vedova di von Rezzori, ha deciso di non isolarla. Non del tutto almeno. Che in questi strani giorni pieni di incertezza il mondo si ricordi di lei e della bellezza che vi è stata coltivata. Per farlo apre gli archivi della Fondazione Santa Maddalena, da lei creata dopo la morte del marito perché la casa continuasse a vivere come sempre aveva fatto, ospitando artisti e scrittori. Le parole escono a torrenti. Parole vecchie e nuove, ricordi di un tempo in cui era normale prendere l’aereo e viaggiare, incontrarsi e sedersi attorno allo stesso tavolo e parlare due, tre o anche quattro lingue, bere vino e mangiare pane con l’olio e poi rinchiudersi nelle proprie stanze per cercare il silenzio e appuntare i pensieri su un taccuino.

Colm Tóibín arriva a Santa Maddalena nel marzo del 2000 e vi resta per sei settimane. Scrive un racconto ambientato nell’Irlanda provinciale del 1967 e le prime pagine del suo libro più ambizioso, una biografia romanzata di Henry James. Nella lettera alla Fondazione scrive: «L’Italia per James era essenziale, gli dava quella che suo padre chiamava “un’educazione sensuale”. La mia educazione sensuale è stata sporadica, per non dire altro. Avevo bisogno di uno stile completamente diverso, uno stile che non avevo mai usato prima, con frasi più lunghe e cadenze più elaborate. Avevo anche bisogno di un senso di opulenza: colori sensuali, case con domestici, nozioni di vecchie famiglie e vecchi soldi, un senso di una vecchia Europa che mancava sia alla mia Irlanda che a Henry James». Nasce così il primo capitolo di The Master, ritratto ambivalente che esalta il talento del romanziere e condanna la fragilità dell’uomo, indagine psicologica sull’omosessualità repressa, sulle paure che condannano James all’infelicità.

Zadie Smith arriva qui l’estate successiva. Non è un bel periodo: «Non scrivevo bene da un anno, non leggevo, avevo smesso di pensare. Nonostante un certo successo e un sacco di incoraggiamento, pensavo davvero di aver finito. Io e le parole non andavamo d’accordo. A 25 anni, e con un solo romanzo al mio attivo, non riuscivo a scriverne un altro». Quello che prima era soltanto un hobby è diventato un lavoro. «Londra, la città che consideravo il mio villaggio, la mia piccola casa perfetta, era diventata enorme e impossibile. Con uno strano processo che non riesco a spiegare, più grande è il posto in cui vivo, più mi sento schiacciata in un angolo, terrorizzata e incapace di respirare. Ho avvertito una paranoia da capogiro: la mia forza era la città e ora che la città e io eravamo cadute (chi era stata crudele con chi per prima? Non ricordo), anche le parole erano finite».

Beatrice Monti della Corte le offre una stanza, una grande scrivania e solitudine. Lei accetta subito: il blocco dello scrittore è infinitamente più sopportabile se vissuto sulle colline toscane, in una storica dimora immersa nel verde, piuttosto che in un buio ufficio londinese. Nella lettera Smith rendiconta la sua produzione con meticolosa precisione: 62 giorni di ritiro, 121 pagine, 32 mila e 271 parole, una media di 527 al giorno. L’inizio di una nuova storia. Per lei e anche per chi, si scopre dalle lettere, non era così entusiasta dell’invito.

John Banville nel 2003 guarda con diffidenza le residenze letterarie. Ci ha già provato una volta e non è andata bene: «Quando ero giovane invidiavo persone come Lawrence Durrell che sembravano poter scrivere in ogni circostanza e ambiente, persino in una villa sul Mediterraneo o in un uliveto in Grecia». Santa Maddalena lo sorprende: «Nelle mie tre settimane nella Torre, con un viaggio di quattro giorni a Parigi nel mezzo, sono stato in grado di finire un libro su Praga, scrivere due terzi di un dramma televisivo di tre ore e una trasmissione radiofonica per la Bbc».

Maggie O’Farrell, che vi arriva incinta di sei mesi, confusa e stressata, parla di un dono inestimabile in un momento cruciale: «Avevo la scadenza imminente e inamovibile del parto e mi trovavo in quella fase finale, precaria, con un romanzo di cui hai in mano l’intera struttura, dove la minima interruzione può essere come un punto caduto a maglia. Ho finito il romanzo sull’enorme scrivania di legno di Grisha (così tutti chiamavano von Rezzori, ndr)».

Che sia stato il soffio di un fantasma, come scrive Héctor Abad in una lettera del 2011? E se a dirlo è lui che in L’oblio che saremo ha inseguito il fantasma del padre, ucciso dagli squadroni della morte colombiani, e quello di Borges, qualcosa di vero deve pur esserci. Del resto anche Gary Shteyngart, per sua ammissione pessimista e agnostico, dovendo decidere come raccontare la storia della sanguinosa disintegrazione di un paese post-sovietico in un romanzo satirico – l’acclamato Absurdistan – si mette in ascolto. Rileggere von Rezzori è una salvezza: «I suoi pensieri sul secolo più disastroso della storia europea (in termini di vite perse, ideali frantumati) erano presentati con tanta facilità, intelligenza e sì, umorismo, che mi ritrovai a perfezionare la voce del mio narratore fino a quando non trovai il mio equilibrio».  

Kamila Shamsie, abituata a scrivere sulla costa orientale dell’America, con il rumore della pioggia a Londra o con un cane sdraiato ai suoi piedi a Karachi, pensa che sia solo una questione di silenzio. Eppure, prima di scrivere a Beatrice, sente il bisogno di riguardare una foto scattata nello studio di Grisha: «C’era qualcos’altro a Santa Maddalena che faceva sembrare criminale scrivere una frase pigra. Era il punto di vista, o la pace, o la sensazione che così tanti altri scrittori avessero scritto frasi incredibili seduti dove ero seduta?». Difficile rispondere. Ci prova Michael Cunningham, descrivendo il casolare come un santuario: «Non sono uno di quegli inarrestabili demoni della produttività che scrivono furiosamente in ogni momento libero, nelle sale degli aeroporti o in fila alla cassa, su laptop o tovaglioli o sul dorso delle mani. Mi piacerebbe essere quel tipo di scrittore. Sono, tuttavia, piuttosto delicato e languido, incline al rituale e alla regolarità, facilmente distratto». Inizialmente si preoccupa, poi si siede e si alza quattro settimane dopo con l’ultimo terzo del suo romanzo, Giorni memorabili, completato.

Olga Tokarczuk racconta di avere apprezzato la mancanza di connessione con il mondo: «Non guardavo la tv, non ascoltavo la radio né la musica. Non ho fatto proprio niente. Giorno dopo giorno ho iniziato a sentire che il mio ego stava diventando sempre più grande e che stava tornando alla sua forma normale dopo che era stato piccolo come una palla di carta stropicciata». Le parole della Nobel sfumano nell’eco dei passi di Chatwin: «La Torre è un posto dove ho sempre lavorato bene e con la testa sgombra, d’inverno e d’estate, di giorno e di notte e i posti dove lavori bene sono quelli che ami di più».

Sul Venerdì dell'8 maggio 2020