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Un dispositivo per televisite a distanza Intouch di AB Medical nel Pronto soccorso dell’ospedale di Abbiategrasso e Magenta (Mirko Cecchi/ Parallelo Zero)
  

Hi-tech versus Covid-19

Televisite, robot, termocamere, stampa 3D... Un fotografo ha documentato l’innovazione in campo contro il virus. Ne parliamo con Giorgio Metta, direttore dell'Iit di Genova
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Dove sono i robot quando abbiamo bisogno di loro? Dovrebbero essere le reginette del nuovo, goffo ballo chiamato distanziamento sociale, eppure non si vedono. Li abbiamo evocati, temuto le loro conseguenze sull’occupazione e ora che neppure i più combattivi scettici avrebbero niente da ridire se affollassero i reparti infettivi al posto di medici e infermieri, loro latitano. Parte da questa mesta constatazione una chiacchierata con Giorgio Metta, padre del robot iCub sviluppato dall’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova, di cui è direttore scientifico, per provare a fare il punto su come la tecnologia stia rispondendo all’emergenza coronavirus.

Sarebbe il grande momento delle macchine, e invece...
«Obiezione legittima ma, per mettere un robot in ospedale oggi, avremmo dovuto lavorarci anni fa. Le macchine sono bravissime a fare una cosa, ma solo quella per cui sono programmate. C’era stato un progetto flagship, ovvero da un miliar…
Dove sono i robot quando abbiamo bisogno di loro? Dovrebbero essere le reginette del nuovo, goffo ballo chiamato distanziamento sociale, eppure non si vedono. Li abbiamo evocati, temuto le loro conseguenze sull’occupazione e ora che neppure i più combattivi scettici avrebbero niente da ridire se affollassero i reparti infettivi al posto di medici e infermieri, loro latitano. Parte da questa mesta constatazione una chiacchierata con Giorgio Metta, padre del robot iCub sviluppato dall’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova, di cui è direttore scientifico, per provare a fare il punto su come la tecnologia stia rispondendo all’emergenza coronavirus.

Sarebbe il grande momento delle macchine, e invece...
«Obiezione legittima ma, per mettere un robot in ospedale oggi, avremmo dovuto lavorarci anni fa. Le macchine sono bravissime a fare una cosa, ma solo quella per cui sono programmate. C’era stato un progetto flagship, ovvero da un miliardo di euro e con un orizzonte temporale lungo, dell’Unione europea per costruire robot configurabili in maniera flessibile. Ma è arrivato terzo e sono stati finanziati solo i primi due, sulla mappatura del cervello e sul grafene».

Non si poteva prendere un iCub e modificarlo?
«Tutto si può fare, ma tra i vari ostacoli c’era il ripensarlo per ottenere le certificazioni per introdurlo in ospedale. Non parlo di burocrazia, ma delle specifiche che facciano sì, per esempio, che non prenda fuoco. È una cosa più delicata che realizzare una macchina che intervenga in una centrale nucleare, come a Fukushima, o sulle macerie di un terremoto. Ciò che abbiamo fatto molto alla svelta, invece, è stato modificare un robot-aspirapolvere montandoci sopra un tablet per farlo andare nelle stanze dei malati e consentire loro di fare delle videoconferenze con i familiari. Una cosa semplice, che però è stata apprezzata. Altri ospedali ci hanno detto che sarebbero utili robot per portare medicine e fare controlli sui pazienti in modo da ridurre la presenza umana nei reparti infettivi».

Siete voi che decidete su cosa lavorare o ve le chiedono?
«Ci siamo messi a disposizione. Un ospedale aveva bisogno di valvole per sdoppiare la capacità dei respiratori e in pochi giorni le abbiamo fatte. Anche le aziende vengono da noi con idee di cui noi realizziamo prototipi. Stiamo ragionando di un progetto grosso che dovremmo finalizzare in questi giorni per costruire respiratori di nuova generazione. Magari serviranno per la prossima epidemia».

Tecnologia pronta per la fase due, invece?
«Abbiamo sviluppato bracciali che suonano se non si rispettano le distanze di sicurezza. Si discute tanto di come riaprire la stagione balneare. Se gli stabilimenti li distribuissero ai clienti sarebbe una maniera efficace per mantenere il distanziamento. Le app di tracciamento di cui si discute per calcolare le distanze usano il bluetooth, che però è un metodo poco affidabile. E il cellulare non te lo puoi portare in acqua. Noi perciò abbiamo modificato il protocollo bluetooth, mantenendo lo stesso segnale radio ma cambiandone le caratteristiche (speriamo l’abbiano fatto anche per l’app Immuni, ma su questo Metta diplomaticamente glissa ndr). E il nostro braccialetto è anche in grado di rilevare un aumento della temperatura corporea, classico indicatore di rischio Covid. Il prototipo costa nell’ordine delle decine di euro ma, se l’azienda che ci ha contattati procederà con la produzione, i prezzi andranno giù».

Che differenza c’è tra la termocamera che avete sviluppato e quelle che esistevano già per prendere a distanza la temperatura?
«Rispetto alle tradizionali colonnine le nostre si prestano a un controllo più esteso. Quello che ci interessa è offrire le specifiche che qualcuno possa aggiungere alla propria infrastruttura. Chi produce tornelli potrebbe prendere la nostra tecnologia e integrare al loro interno questo tipo di controllo ed eventuale allarme».

Qualche soluzione tecnologica interessante che ha visto in giro?
«Un settore centrale è quello del calcolo, la capacità computazionale per fare modelli di quasi tutto. Va forte l’idea dei digital twins, i “gemelli digitali”, per cui si costruiscono delle repliche matematiche, dalla società nel suo complesso ad ambiti molto circoscritti. Ad esempio, se ci fossero stati gemelli digitali dei vari ospedali sarebbe stato facile modellizzare cosa sarebbe cambiato modificando la loro suddivisione interna, i flussi tra pazienti Covid e non. Ora stiamo simulando come le diverse molecole antivirali certificate dalla Fda si comportino rispetto alle proteine del coronavirus. Così facendo capiamo quali hanno migliori chance di essere efficaci, scartando le altre. Risparmiare tempo significa risparmiare morti».

Se fosse il ministro dell’Innovazione quali sarebbero le sue priorità?
«Investire sui supercomputer, che servono per i modelli citati. Colmare la valle della morte tra i tanti prototipi e i pochi prodotti realizzati. Soprattutto sulla robotica dove, quanto a produzione scientifica siamo, a seconda degli indicatori scelti, primi o secondi al mondo».

Che mondo immagina, post virus?
«Spero che, al di là delle chiacchiere, avvenga un cambiamento radicale rispetto all’emergenza climatica. Sogno di tornare a girare in città su auto che non fanno rumore. Elettriche, da energie rinnovabili. Sarebbe il miglior modo di mostrare di non aver sprecato una crisi. Quanto al mondo del lavoro, scoperta la fattibilità dello smart working, nelle fabbriche operatori a distanza potranno controllare macchine da casa come si fa con i droni militari. In sicurezza. E senza ricadute occupazionali».

Sul Venerdì del 22 maggio 2020