Cesare Pavese e il mestiere di scrivere
di DOMENICO STARNONE«Per me è stato indispensabile»: così Domenico Starnone parla di Il mestiere di vivere, il diario di Cesare Pavese, nell'introduzione alla nuova edizione Einaudi, in uscita il 26 maggio. Ne anticipiamo un brano
Da ragazzo ho letto almeno un paio di volte Il mestiere di vivere. Mi commuoveva che Pavese, dopo aver ragionato parecchio di scrittura e un po' meno di amori infelici, concludesse il suo diario con "non scriverò più" e pochi giorni dopo si ammazzasse. Ero giovane e mi piaceva chiunque prendesse seriamente la smania di scrivere e le pene d'amore. Sono sicuro di aver imparato moltissimo, più che da Lavorare stanca e dai romanzi, meno che dai Dialoghi con Leucò, libro anomalo, inimitabile, che pure amo ancora. Cosa però ho imparato non me lo ricordo più. Come ogni vero apprendimento, dev'essere diventato così parte di me che mi pare mio da sempre.
Prendiamo la prima pagina, mi coinvolse subito. E ogni volta che mi è capitato, negli anni, di estrarre il libro dallo scaffale, le ho sempre prestato molta attenzione, forse troppa. È datata 6 ottobre 1935, ma non sembra l'inizio occasionale di un diario…
Prendiamo la prima pagina, mi coinvolse subito. E ogni volta che mi è capitato, negli anni, di estrarre il libro dallo scaffale, le ho sempre prestato molta attenzione, forse troppa. È datata 6 ottobre 1935, ma non sembra l'inizio occasionale di un diario…
Da ragazzo ho letto almeno un paio di volte Il mestiere di vivere. Mi commuoveva che Pavese, dopo aver ragionato parecchio di scrittura e un po' meno di amori infelici, concludesse il suo diario con "non scriverò più" e pochi giorni dopo si ammazzasse. Ero giovane e mi piaceva chiunque prendesse seriamente la smania di scrivere e le pene d'amore. Sono sicuro di aver imparato moltissimo, più che da Lavorare stanca e dai romanzi, meno che dai Dialoghi con Leucò, libro anomalo, inimitabile, che pure amo ancora. Cosa però ho imparato non me lo ricordo più. Come ogni vero apprendimento, dev'essere diventato così parte di me che mi pare mio da sempre.
Prendiamo la prima pagina, mi coinvolse subito. E ogni volta che mi è capitato, negli anni, di estrarre il libro dallo scaffale, le ho sempre prestato molta attenzione, forse troppa. È datata 6 ottobre 1935, ma non sembra l'inizio occasionale di un diario. Le prime righe ("Che qualcuna delle ultime poesie sia convincente, non toglie importanza al fatto che le compongo con sempre maggiore indifferenza e riluttanza") hanno l'andamento e l'intensità di un incipit folgorante. Non un incipit di quelli che il Pavese poeta-narratore inventerà in seguito: in queste righe - adesso mi sembra, ma chissà quante volte ci ho pensato - c'è un altro possibile scrittore che non combacia né con l'autore di versi, né col romanziere che utilizzerà una prosa poetante, e men che mai con colui che scriverà lettere (di lavoro e non) vagamente istrioniche, allegramente franche, di gradevolissima lettura.
Il racconto possibile, annunciato da quelle prime righe, è inconsueto e tuttavia con una sua tradizione che, volendo, si potrebbe puntualmente rintracciare. Pare che stia per cominciare la storia di un poeta autoriflessivo che si prepara a individuare con una prosa complessa, non liricizzante, una sua crisi creativa che più ci scavi più si complica, annettendo materiali diversi. Non si tratta di inaridimento. Il poeta non ha perso il suo genio, è ancora capace di poesia. Ma i risultati convincenti che pure ottiene urtano da qualche tempo contro un far versi indifferente-riluttante che non promette futuro. Il personaggio Cesare Pavese non nega nelle righe seguenti di provare ancora, poetando, una gioia inventiva che in qualche caso è molto acuta. Tuttavia deve ammettere che è finito il tempo in cui foggiava nuove forme cavandole da esperienze informi. L'"ammasso vitale" si è ormai tutto mutato in "opera" e ciò che pare lavoro ben fatto è soltanto disinvoltura metrica acquisita, consapevole tecnica dello stato d'animo, poesia-gioco.
Deve essermi sembrato un inizio in cui uno dice: guardate come sono stato bravo, a tratti lo sono ancora, ma la situazione è pessima, rischio che proprio perché sono bravo non combino più niente. Questa sapienza poetica che gira a vuoto scopro che ancora oggi mi sembra un bel tema. Per svilupparlo l'autore Pavese non dovrebbe fare altro che mostrare come prende dolorosamente la decisione di abbandonare la poesia in versi, tentare altri generi, cercare nuove vie. Ma subentra un ulteriore inceppo, di gran lunga più allarmante e quindi più interessante del primo. La bella stagione creativa appena trascorsa non è stata solo felice, ha originato anche un brutto guaio. Quando il materiale informe ha trovato felicemente una forma, quella forma ha avviato la costruzione di un Cesare Pavese che non potrà mai più essere scientemente sostituito con altri possibili Cesare Pavese. Il buon risultato ha consolidato una cultura, un sentimento, un'abitudine della testa da cui non gli riesce più di uscire. L'opera è diventata la pietra angolare di una "persona spirituale" in costruzione che da quella pietra non saprà più prescindere. Insomma Pavese sta dicendo a se stesso che i buoni frutti del suo poetare sono contemporaneamente una fortuna e una trappola, un'illuminazione e un peccato. Da ragazzo, credo, questo spietato rovesciare, nel giro di non troppe righe, il traguardo di Lavorare stanca in una angosciosa limitazione mi colpì. Mi colpisce anche adesso.
Quanto la prima opera condizioni il suo autore, e come lo definisca al punto da non permettergli mai più di prescinderne, è stato efficacemente messo a punto da Italo Calvino nella prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno, e non solo. Ma Calvino sottolineava lo sciupio della "libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita", la definizione precoce di sé in quanto autore, lo sperpero frettoloso di esperienza e di memoria in un momento storico in cui c'era tanto da raccontare. E così facendo pareva pensare, con una tonalità malinconica, non tanto allo scrivere come gesto intimo di autodefinizione, quanto al primo libro in sé, alla sua pubblicazione, un evento che appunto, pubblicamente, ti segna servendosi dei tuoi stessi segni.
Pavese muoveva da tutt'altra sensibilità. Nelle sue righe non parla di libro, non parla di Lavorare stanca, del resto ancora in bozze, ma dei Mari del Sud, di un unico componimento, di pochi versi ancora inediti. È il gesto "reciso e assoluto" dello scrivere, che lo esalta e subito lo deprime. Quel gesto segna un punto di partenza che è sempre a rischio di essere punto d'arrivo; disegna un profilo spirituale che elimina per sempre altri possibili profili.
In questo senso la riflessione di Pavese si colloca prima di ogni pubblicità della scrittura. Ciò che per lui conta è l'edificazione della sua "persona spirituale", non della sua persona pubblica. In un appunto dell'8-9 gennaio 1940 dirà esplicitamente, per esempio, del suo assoluto disinteresse per la politica. Può infiammarsi, certo, in tempi di crisi totalitaria, ma solo per realizzare presto le condizioni in cui potrà vivere ignorando la politica e dedicarsi al libro, al libresco, alla libera individuazione per iscritto di "nuclei ritmici". Le cose che stanno veramente a cuore al poeta ventottenne, alla fine del 1935 - quando il fascismo lo ha mandato al confino in un paese che si chiama Brancaleone Calabro e lui dà inizio al diario - sono appunto "i nuclei ritmici", "le informi situazioni suggestive" da cui nasce, nella sua esperienza, la versificazione. Il fascismo, la galera, il confino hanno altri tipi di scrittura (lettere, note sparse), funzionali agli accidenti, alle ansie, alle noie, ai sotterfugi umilianti della vita quotidiana.
Siamo lontani da personalità altrettanto inventive come Leone Ginzburg a Pizzoli, come Carlo Levi a Grassano, per dire solo di quasi coetanei di Pavese. Loro si nutrono di una divorante passione politica che li spinge con naturalezza verso ciò che è altro. In Pavese quella passione non c'è e il carcere, il confino sono irredimibili. Essi restano una noia, una disavventura, un intralcio, un obbligo formale. Alla sorella scrive: "È ridicolo star qui tre anni per una sciocchezza che non ha nome". [...]
Non si tratta solo dell'esperienza del confino. Per esplorare almeno un poco questa divergenza tra pubblico e sfera intima, tra politica e letteratura, bisogna andare da quel 6 ottobre 1935 fino alla data che chiude Il mestiere di vivere - 18 agosto 1950 - , fino all'ultimo rigo dell'ultima pagina: "Non parole. Un gesto. Non scriverò più".
L'atteggiamento resterà in sostanza sempre lo stesso. Il fascismo, la guerra, la caduta del fascismo, la Repubblica di Salò e la Resistenza, la Liberazione, il lavoro editoriale, l'iscrizione al Pci, o non figureranno affatto, nel diario, o riceveranno poche righe. E lì dove hanno un loro piccolo spazio, come la guerra ad esempio, saranno presi in considerazione essenzialmente come oggetti-stimolo coerenti o incoerenti con la propria autoedificazione poetico-letteraria. Ciò che conta sul serio, per lui, è solo la persona spirituale costruita dalle opere. Pigrizia, vigliaccheria - peccati della vita pratica, comportamenti disdicevoli quando viene il momento di scegliere e partecipare - nel Mestiere di vivere figurano soprattutto come insufficienze estetiche. Sono considerati cedimenti, per quieto vivere, alla ripetizione di ciò che si è imparato, sono un sottrarsi alla necessità di sovvertire il proprio ordine poetico ormai risaputo.
Devo ammettere che nei primi anni Sessanta, dopo aver fatto e rifatto Pavese per imparare, dopo aver scritto a mia volta, per qualche mese, frasi pensose sul mestiere di vivere e di scrivere, scoprii la passione politica, e l'interesse per lo scrittore piemontese, vita e opere, si affievolì. Negli anni persi per strada quasi tutti i romanzi, quasi tutti i racconti. Scoprii, a un certo punto, il suo stile epistolare e mi piacque molto, pensai che avrebbe dovuto scrivere a quel modo anche quando vestiva l'abito del narratore. Ma per il resto me ne dimenticai. Seguitai a considerare indispensabile soltanto Il mestiere di vivere, ne ho una grande considerazione ancora oggi.
Sul Venerdì del 22 maggio 2020
Prendiamo la prima pagina, mi coinvolse subito. E ogni volta che mi è capitato, negli anni, di estrarre il libro dallo scaffale, le ho sempre prestato molta attenzione, forse troppa. È datata 6 ottobre 1935, ma non sembra l'inizio occasionale di un diario. Le prime righe ("Che qualcuna delle ultime poesie sia convincente, non toglie importanza al fatto che le compongo con sempre maggiore indifferenza e riluttanza") hanno l'andamento e l'intensità di un incipit folgorante. Non un incipit di quelli che il Pavese poeta-narratore inventerà in seguito: in queste righe - adesso mi sembra, ma chissà quante volte ci ho pensato - c'è un altro possibile scrittore che non combacia né con l'autore di versi, né col romanziere che utilizzerà una prosa poetante, e men che mai con colui che scriverà lettere (di lavoro e non) vagamente istrioniche, allegramente franche, di gradevolissima lettura.
Il racconto possibile, annunciato da quelle prime righe, è inconsueto e tuttavia con una sua tradizione che, volendo, si potrebbe puntualmente rintracciare. Pare che stia per cominciare la storia di un poeta autoriflessivo che si prepara a individuare con una prosa complessa, non liricizzante, una sua crisi creativa che più ci scavi più si complica, annettendo materiali diversi. Non si tratta di inaridimento. Il poeta non ha perso il suo genio, è ancora capace di poesia. Ma i risultati convincenti che pure ottiene urtano da qualche tempo contro un far versi indifferente-riluttante che non promette futuro. Il personaggio Cesare Pavese non nega nelle righe seguenti di provare ancora, poetando, una gioia inventiva che in qualche caso è molto acuta. Tuttavia deve ammettere che è finito il tempo in cui foggiava nuove forme cavandole da esperienze informi. L'"ammasso vitale" si è ormai tutto mutato in "opera" e ciò che pare lavoro ben fatto è soltanto disinvoltura metrica acquisita, consapevole tecnica dello stato d'animo, poesia-gioco.
Deve essermi sembrato un inizio in cui uno dice: guardate come sono stato bravo, a tratti lo sono ancora, ma la situazione è pessima, rischio che proprio perché sono bravo non combino più niente. Questa sapienza poetica che gira a vuoto scopro che ancora oggi mi sembra un bel tema. Per svilupparlo l'autore Pavese non dovrebbe fare altro che mostrare come prende dolorosamente la decisione di abbandonare la poesia in versi, tentare altri generi, cercare nuove vie. Ma subentra un ulteriore inceppo, di gran lunga più allarmante e quindi più interessante del primo. La bella stagione creativa appena trascorsa non è stata solo felice, ha originato anche un brutto guaio. Quando il materiale informe ha trovato felicemente una forma, quella forma ha avviato la costruzione di un Cesare Pavese che non potrà mai più essere scientemente sostituito con altri possibili Cesare Pavese. Il buon risultato ha consolidato una cultura, un sentimento, un'abitudine della testa da cui non gli riesce più di uscire. L'opera è diventata la pietra angolare di una "persona spirituale" in costruzione che da quella pietra non saprà più prescindere. Insomma Pavese sta dicendo a se stesso che i buoni frutti del suo poetare sono contemporaneamente una fortuna e una trappola, un'illuminazione e un peccato. Da ragazzo, credo, questo spietato rovesciare, nel giro di non troppe righe, il traguardo di Lavorare stanca in una angosciosa limitazione mi colpì. Mi colpisce anche adesso.
Quanto la prima opera condizioni il suo autore, e come lo definisca al punto da non permettergli mai più di prescinderne, è stato efficacemente messo a punto da Italo Calvino nella prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno, e non solo. Ma Calvino sottolineava lo sciupio della "libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita", la definizione precoce di sé in quanto autore, lo sperpero frettoloso di esperienza e di memoria in un momento storico in cui c'era tanto da raccontare. E così facendo pareva pensare, con una tonalità malinconica, non tanto allo scrivere come gesto intimo di autodefinizione, quanto al primo libro in sé, alla sua pubblicazione, un evento che appunto, pubblicamente, ti segna servendosi dei tuoi stessi segni.
Pavese muoveva da tutt'altra sensibilità. Nelle sue righe non parla di libro, non parla di Lavorare stanca, del resto ancora in bozze, ma dei Mari del Sud, di un unico componimento, di pochi versi ancora inediti. È il gesto "reciso e assoluto" dello scrivere, che lo esalta e subito lo deprime. Quel gesto segna un punto di partenza che è sempre a rischio di essere punto d'arrivo; disegna un profilo spirituale che elimina per sempre altri possibili profili.
In questo senso la riflessione di Pavese si colloca prima di ogni pubblicità della scrittura. Ciò che per lui conta è l'edificazione della sua "persona spirituale", non della sua persona pubblica. In un appunto dell'8-9 gennaio 1940 dirà esplicitamente, per esempio, del suo assoluto disinteresse per la politica. Può infiammarsi, certo, in tempi di crisi totalitaria, ma solo per realizzare presto le condizioni in cui potrà vivere ignorando la politica e dedicarsi al libro, al libresco, alla libera individuazione per iscritto di "nuclei ritmici". Le cose che stanno veramente a cuore al poeta ventottenne, alla fine del 1935 - quando il fascismo lo ha mandato al confino in un paese che si chiama Brancaleone Calabro e lui dà inizio al diario - sono appunto "i nuclei ritmici", "le informi situazioni suggestive" da cui nasce, nella sua esperienza, la versificazione. Il fascismo, la galera, il confino hanno altri tipi di scrittura (lettere, note sparse), funzionali agli accidenti, alle ansie, alle noie, ai sotterfugi umilianti della vita quotidiana.
Siamo lontani da personalità altrettanto inventive come Leone Ginzburg a Pizzoli, come Carlo Levi a Grassano, per dire solo di quasi coetanei di Pavese. Loro si nutrono di una divorante passione politica che li spinge con naturalezza verso ciò che è altro. In Pavese quella passione non c'è e il carcere, il confino sono irredimibili. Essi restano una noia, una disavventura, un intralcio, un obbligo formale. Alla sorella scrive: "È ridicolo star qui tre anni per una sciocchezza che non ha nome". [...]
Non si tratta solo dell'esperienza del confino. Per esplorare almeno un poco questa divergenza tra pubblico e sfera intima, tra politica e letteratura, bisogna andare da quel 6 ottobre 1935 fino alla data che chiude Il mestiere di vivere - 18 agosto 1950 - , fino all'ultimo rigo dell'ultima pagina: "Non parole. Un gesto. Non scriverò più".
L'atteggiamento resterà in sostanza sempre lo stesso. Il fascismo, la guerra, la caduta del fascismo, la Repubblica di Salò e la Resistenza, la Liberazione, il lavoro editoriale, l'iscrizione al Pci, o non figureranno affatto, nel diario, o riceveranno poche righe. E lì dove hanno un loro piccolo spazio, come la guerra ad esempio, saranno presi in considerazione essenzialmente come oggetti-stimolo coerenti o incoerenti con la propria autoedificazione poetico-letteraria. Ciò che conta sul serio, per lui, è solo la persona spirituale costruita dalle opere. Pigrizia, vigliaccheria - peccati della vita pratica, comportamenti disdicevoli quando viene il momento di scegliere e partecipare - nel Mestiere di vivere figurano soprattutto come insufficienze estetiche. Sono considerati cedimenti, per quieto vivere, alla ripetizione di ciò che si è imparato, sono un sottrarsi alla necessità di sovvertire il proprio ordine poetico ormai risaputo.
Devo ammettere che nei primi anni Sessanta, dopo aver fatto e rifatto Pavese per imparare, dopo aver scritto a mia volta, per qualche mese, frasi pensose sul mestiere di vivere e di scrivere, scoprii la passione politica, e l'interesse per lo scrittore piemontese, vita e opere, si affievolì. Negli anni persi per strada quasi tutti i romanzi, quasi tutti i racconti. Scoprii, a un certo punto, il suo stile epistolare e mi piacque molto, pensai che avrebbe dovuto scrivere a quel modo anche quando vestiva l'abito del narratore. Ma per il resto me ne dimenticai. Seguitai a considerare indispensabile soltanto Il mestiere di vivere, ne ho una grande considerazione ancora oggi.
Sul Venerdì del 22 maggio 2020