Coronavirus e burocrazia: com'è difficile essere semplici
Michele Ainis , di MICHELE AINISIl "decreto Rilancio" ha 464 pagine e 256 articoli tra rinvii ad altre leggi e a futuri regolamenti. La mancanza di chiarezza delle regole è un vecchio vizio italiano. Contro il quale combattiamo dal 1918
Ogni crisi ci impartisce una serie di lezioni. Sempre che ci rimanga in corpo l'energia per ascoltarle, la voglia d'imparare. Scegliamone una, fra le tante messe in fila da questa crisi sanitaria: l'importanza della semplicità. È una lezione, per l'appunto, semplice, evidente; ma la sua evidenza risalta per contrasto con l'esperienza che ci è toccata in sorte. Difatti la rappresentazione del falso - diceva John Stuart Mill, il grande teorico del pensiero liberale - determina "la visione più chiara e l'impressione più nitida della verità, provocata dal suo contrasto con l'errore". Nel nostro caso si tratta d'un errore di Stato, delle cattive scelte dei nostri governanti. Magari in buona fede, ma l'omicidio colposo è pur sempre un reato.
La semplicità è anzitutto un'economia di segni nel linguaggio. Anche, o forse soprattutto, nel linguaggio delle leggi, che si rivolgono a t…
La semplicità è anzitutto un'economia di segni nel linguaggio. Anche, o forse soprattutto, nel linguaggio delle leggi, che si rivolgono a t…
Ogni crisi ci impartisce una serie di lezioni. Sempre che ci rimanga in corpo l'energia per ascoltarle, la voglia d'imparare. Scegliamone una, fra le tante messe in fila da questa crisi sanitaria: l'importanza della semplicità. È una lezione, per l'appunto, semplice, evidente; ma la sua evidenza risalta per contrasto con l'esperienza che ci è toccata in sorte. Difatti la rappresentazione del falso - diceva John Stuart Mill, il grande teorico del pensiero liberale - determina "la visione più chiara e l'impressione più nitida della verità, provocata dal suo contrasto con l'errore". Nel nostro caso si tratta d'un errore di Stato, delle cattive scelte dei nostri governanti. Magari in buona fede, ma l'omicidio colposo è pur sempre un reato.
La semplicità è anzitutto un'economia di segni nel linguaggio. Anche, o forse soprattutto, nel linguaggio delle leggi, che si rivolgono a tutti i cittadini, non soltanto a chi ha tre lauree in tasca. E che devono essere poche, per poter essere osservate. Non oltre la capienza dei muri cittadini su cui verranno affisse, si diceva nel secolo dei Lumi. D'altronde questa rivendicazione ha attraversato tutto il Settecento perché rifletteva il motivo tipicamente illuministico dello stato di natura, della naturale spontaneità dei rapporti umani che il legislatore non deve complicare né alterare. Il milione di decreti sul coronavirus, al contrario, ha disciplinato pure i nostri affetti, gli amori, gli amici, i congiunti e i disgiunti. E l'ha fatto con un milione di parole, con una raffica di ordinanze e di decreti, fra i quali spicca per esempio il decreto legge "Rilancio": 464 pagine, 256 articoli, una giostra infernale di rinvii a leggi precedenti e a futuri regolamenti d'attuazione.
Sarà per questo, per un moto di pietà verso gli italiani, che in ultimo il governo ha annunciato un decreto per la semplificazione. L'idea non è nuova di zecca, dato che la prima Commissione per la semplificazione burocratica venne istituita nel febbraio 1918, mentre nel 1921 il governo Bonomi battezzò la prima legge di semplificazione. Durante questo secolo di esperienze e di tormenti, la legge di semplificazione è diventata "annuale" (nel 1997, però l'impegno è stato rispettato soltanto quattro volte). Ci siamo inventati i ministri per la Semplificazione burocratica (il primo fu Petrilli, nel 1950; fra i suoi numerosi epigoni, resta memorabile la performance di Calderoli, che nel 2010 accese un lanciafiamme contro una pila di Gazzette ufficiali). Abbiamo semplificato un po' di tutto, dall'intelligence (nel 2015) alla S.c.i.a. (sostituita, nel 2014, dalla super S.c.i.a.). Infine ci siamo dedicati a scrivere e riscrivere il codice degli appalti (l'ultima volta nel 2016, con 181 errori in 220 articoli).
Insomma, alle nostre latitudini la semplificazione è sempre stata alquanto complicata. Ci avevamo fatto il callo, ci eravamo rassegnati ai labirinti burocratici. Finché con l'emergenza sanitaria, sommata alla crisi economica, abbiamo scoperto che di troppa burocrazia si può pure morire. Quando non trovi in farmacia le mascherine che ti salvano la vita, quando la cassa integrazione arriva con mesi di ritardo, t'accorgi che non ne puoi più, che vuoi uno Stato semplice, sfrondato come un albero d'inverno. Del resto vale per il diritto la regola che vale in natura; giacché una buona legge fisica dev'essere semplice, immediata. Dopotutto, a Einstein bastarono una ventina di pagine per esporre la teoria della relatività ristretta, nella sua celebre memoria del 1905 che sconvolse le concezioni della fisica classica.
Senza dire dei rapporti fra Stato e Regioni, un ginepraio di competenze. Ne abbiamo fatto le spese proprio adesso, soprattutto adesso. Giacché al primo spetta decidere sulla profilassi internazionale, alle seconde sulla sanità; e vattelappesca dove sta il confine tra queste due materie. L'unica certezza è che in Italia ogni pubblico ufficiale è armato del potere d'ordinanza, e infatti ce ne hanno sparate addosso centinaia. Un fuoco incrociato, come quello fra i sindaci di Ancona e Falconara, nel cui territorio s'allunga una spiaggia: l'uno ha vietato i bagni, l'altro li ha permessi. E a maggio un runner, colpevole d'avere oltrepassato quell'invisibile confine, si è beccato 400 euro di multa. Eppure la libertà è una cosa semplice, un concetto elementare. Come del resto sono semplici le parole usate dalla Costituzione per garantirne l'esercizio. Libertà di movimento, di riunione, di culto, d'istruzione, d'iniziativa economica: le capisce anche un bambino. O comunque le ha comprese adesso, mentre il lockdown ci rinchiudeva dentro casa.
Le libertà - diceva Calamandrei - sono come l'aria: ti rendi conto di quanto siano essenziali quando le hai perdute. Forse nei mesi scorsi questa lezione ci è giunta alle orecchie, ed era ora. Perché è sempre molto complicato offrire in dote un patrimonio di libertà alle generazioni successive; in Italia c'è voluta una guerra civile. Ma cancellarle è semplice, basta un tratto di penna in un decreto. Auguriamoci che in futuro non si trovi più l'inchiostro.
Sul Venerdì del 29 maggio 2020
La semplicità è anzitutto un'economia di segni nel linguaggio. Anche, o forse soprattutto, nel linguaggio delle leggi, che si rivolgono a tutti i cittadini, non soltanto a chi ha tre lauree in tasca. E che devono essere poche, per poter essere osservate. Non oltre la capienza dei muri cittadini su cui verranno affisse, si diceva nel secolo dei Lumi. D'altronde questa rivendicazione ha attraversato tutto il Settecento perché rifletteva il motivo tipicamente illuministico dello stato di natura, della naturale spontaneità dei rapporti umani che il legislatore non deve complicare né alterare. Il milione di decreti sul coronavirus, al contrario, ha disciplinato pure i nostri affetti, gli amori, gli amici, i congiunti e i disgiunti. E l'ha fatto con un milione di parole, con una raffica di ordinanze e di decreti, fra i quali spicca per esempio il decreto legge "Rilancio": 464 pagine, 256 articoli, una giostra infernale di rinvii a leggi precedenti e a futuri regolamenti d'attuazione.
Sarà per questo, per un moto di pietà verso gli italiani, che in ultimo il governo ha annunciato un decreto per la semplificazione. L'idea non è nuova di zecca, dato che la prima Commissione per la semplificazione burocratica venne istituita nel febbraio 1918, mentre nel 1921 il governo Bonomi battezzò la prima legge di semplificazione. Durante questo secolo di esperienze e di tormenti, la legge di semplificazione è diventata "annuale" (nel 1997, però l'impegno è stato rispettato soltanto quattro volte). Ci siamo inventati i ministri per la Semplificazione burocratica (il primo fu Petrilli, nel 1950; fra i suoi numerosi epigoni, resta memorabile la performance di Calderoli, che nel 2010 accese un lanciafiamme contro una pila di Gazzette ufficiali). Abbiamo semplificato un po' di tutto, dall'intelligence (nel 2015) alla S.c.i.a. (sostituita, nel 2014, dalla super S.c.i.a.). Infine ci siamo dedicati a scrivere e riscrivere il codice degli appalti (l'ultima volta nel 2016, con 181 errori in 220 articoli).
Insomma, alle nostre latitudini la semplificazione è sempre stata alquanto complicata. Ci avevamo fatto il callo, ci eravamo rassegnati ai labirinti burocratici. Finché con l'emergenza sanitaria, sommata alla crisi economica, abbiamo scoperto che di troppa burocrazia si può pure morire. Quando non trovi in farmacia le mascherine che ti salvano la vita, quando la cassa integrazione arriva con mesi di ritardo, t'accorgi che non ne puoi più, che vuoi uno Stato semplice, sfrondato come un albero d'inverno. Del resto vale per il diritto la regola che vale in natura; giacché una buona legge fisica dev'essere semplice, immediata. Dopotutto, a Einstein bastarono una ventina di pagine per esporre la teoria della relatività ristretta, nella sua celebre memoria del 1905 che sconvolse le concezioni della fisica classica.
Senza dire dei rapporti fra Stato e Regioni, un ginepraio di competenze. Ne abbiamo fatto le spese proprio adesso, soprattutto adesso. Giacché al primo spetta decidere sulla profilassi internazionale, alle seconde sulla sanità; e vattelappesca dove sta il confine tra queste due materie. L'unica certezza è che in Italia ogni pubblico ufficiale è armato del potere d'ordinanza, e infatti ce ne hanno sparate addosso centinaia. Un fuoco incrociato, come quello fra i sindaci di Ancona e Falconara, nel cui territorio s'allunga una spiaggia: l'uno ha vietato i bagni, l'altro li ha permessi. E a maggio un runner, colpevole d'avere oltrepassato quell'invisibile confine, si è beccato 400 euro di multa. Eppure la libertà è una cosa semplice, un concetto elementare. Come del resto sono semplici le parole usate dalla Costituzione per garantirne l'esercizio. Libertà di movimento, di riunione, di culto, d'istruzione, d'iniziativa economica: le capisce anche un bambino. O comunque le ha comprese adesso, mentre il lockdown ci rinchiudeva dentro casa.
Le libertà - diceva Calamandrei - sono come l'aria: ti rendi conto di quanto siano essenziali quando le hai perdute. Forse nei mesi scorsi questa lezione ci è giunta alle orecchie, ed era ora. Perché è sempre molto complicato offrire in dote un patrimonio di libertà alle generazioni successive; in Italia c'è voluta una guerra civile. Ma cancellarle è semplice, basta un tratto di penna in un decreto. Auguriamoci che in futuro non si trovi più l'inchiostro.
Sul Venerdì del 29 maggio 2020