Nel regno ipnotico di Carrère
Gabriele Romagnoli , di GABRIELE ROMAGNOLIIL LIBRO IN UNA STANZA Riletture d'autore
Un argomento che spaventa: il Cristianesimo, le sue origini, il suo senso. Avvicinarsi durante la pandemia all'opera più singolare dello scrittore francese e scoprire un testo suggestivo. Che non dà risposte
Ho amato tutto di Emmanuel Carrère: dal primo suo libro che lessi (I baffi) a quello che mi ha insegnato un metodo (L'avversario) a quello che nessun altro avrebbe potuto scrivere (Limonov). Quando il supplemento letterario Robinson mi ha chiesto di intervistarlo ho avuto il timore che si prova nel conoscere qualcuno che stimi: l'agguato della possibile delusione. Sventato, per merito suo. Cominciando a chiacchierare nello studio del suo luminoso appartamento di Parigi gli ho detto di aver letto tutto di lui, compresi due inediti italiani (rimasti tali fino a che l'editore lesse l'intervista). Mentivo. Non avevo mai letto Il Regno. Avevo sempre rimandato il suo momento. Mi preoccupavano: l'argomento (il Cristianesimo, le sue origini, il suo senso), i giudizi degli amici fidati (si andava da "Dio, che fatica" a "troppo intima la prima parte, troppo ambiziosa la seconda"), l'inizio del risvolto di copertina ("In un certo peri…
Ho amato tutto di Emmanuel Carrère: dal primo suo libro che lessi (I baffi) a quello che mi ha insegnato un metodo (L'avversario) a quello che nessun altro avrebbe potuto scrivere (Limonov). Quando il supplemento letterario Robinson mi ha chiesto di intervistarlo ho avuto il timore che si prova nel conoscere qualcuno che stimi: l'agguato della possibile delusione. Sventato, per merito suo. Cominciando a chiacchierare nello studio del suo luminoso appartamento di Parigi gli ho detto di aver letto tutto di lui, compresi due inediti italiani (rimasti tali fino a che l'editore lesse l'intervista). Mentivo. Non avevo mai letto Il Regno. Avevo sempre rimandato il suo momento. Mi preoccupavano: l'argomento (il Cristianesimo, le sue origini, il suo senso), i giudizi degli amici fidati (si andava da "Dio, che fatica" a "troppo intima la prima parte, troppo ambiziosa la seconda"), l'inizio del risvolto di copertina ("In un certo periodo della mia vita sono stato cristiano. Lo sono stato per tre anni. Non lo sono più"). Mi sovveniva la professoressa di filosofia del liceo quando spiegò, con parole sue, il rapporto tra Hegel e la religione: "Fortunatamente la contrasse come una malattia giovanile, poi non ci pensò più".
Perché allora darsi pena per i ripensamenti di Carrère? Per fiducia nei suoi confronti. Perché leggere alcuni scrittori è come ascoltare un amico, anche quando ti racconta un amore sbagliato. E perché fuori infuriava la pandemia, un male sconosciuto per natura e ferocia, che uccideva migliaia di persone ogni giorno ovunque nel mondo. Molti tendono a convertirsi o a considerarne la possibilità nell'imminenza della propria morte. Come antidoto all'ombra del quotidiano massacro ho considerato Il Regno (dicendomi: se non ora, quando?). Non mi ha curato. Non mi ha dato risposte. Ma non lo voleva. È un libro che termina, lo sappiate, con la frase "Non lo so". Che alla possibilità di ri-credersi risponde: "No". Ma che propone anche molti sì: all'interesse e alla pietà, all'intelligenza e allo smarrimento. Mal che vada vi fornirà meravigliosi aneddoti da buttare sul tavolo come lucenti biglie a noiose cene. Sentite queste: "I greci, scoprì Paolo, avevano un altare al dio ignoto, per essere sicuri di non offendere la divinità a cui nessuno aveva pensato", "su una tomba romana c'era questa iscrizione: non esistevo, sono esistito, non esisto più, che cosa importa?", "dopo la resurrezione nessuno riconosce Gesù: al cimitero è il giardiniere, per strada un viandante, sulla spiaggia un tizio che chiede ai pescatori, gli apostoli: abboccano? Non è lui, ma per questo lo riconoscono. È il primo che passa e l'ultimo dei mendicanti. È quello che ha sempre descritto come il volto nascosto di dio".
La prima parte, quella intima, può mettere a disagio, ma stringe un patto di sangue con il lettore: ti dirò tutta la verità, niente altro che la verità. Ho sempre avuto qualche difficoltà con quella che viene definita autofiction. La tendenza alla riservatezza mi imbarazza quando varco il confine altrui, sebbene invitato. Temo ci si aspetti qualche forma di reciprocità e che qualche lettore abbia pure dato seguito (Carrère stesso racconta di ricevere molta corrispondenza). Superata la soglia, subisco l'effetto ipnotico, ma Il Regno alza la posta. Avverte l'autore: "Credere veramente che duemila anni fa un ebreo è nato da una vergine, risorto tre giorni dopo essere stato crocifisso e che tornerà per giudicare i vivi e i morti. Non c'è dubbio, è strano". Eppure, racconta: per tre anni della sua esistenza ci ha creduto. Ha fatto di questo il centro della propria vita. Ha condotto un'esistenza monastica tra studio, casa e chiesa, ricevuto i sacramenti, pregato, seppur non ininterrottamente come avrebbe voluto. Ha ceduto all'aspirazione irresistibile di abbandonarsi. Chi non la prova, prima o poi? Chi non si lascia andare e spera di essere raccolto: da un'idea e da chi la professa, da un amore e da chi lo ricambia, da un invisibile filo a sostegno?
La suprema forma di abbandono, che Carrère e molti altri hanno perseguito, è quella che si lascia andare al desiderio di essere portati dove non si vuole. Sembra folle, ma non è difficile da comprendere: le nostre vite ci hanno condotto spesso a un punto, se non morto, fermo. Un lavoro, il bisogno di essere riconosciuti, una famiglia vissuta come impegno, una ricerca di soddisfazioni che più non soddisfano. Quando tutto quel che abbiamo creduto ci ha portato lì, che cosa resta per credere ancora se non quel che è "strano", che non possiamo concepire e men che meno immaginare? Un'idea alla quale (avrebbe detto un altro, più sdegnoso, scrittore francese: Michel Houellebecq) sottomettersi. E se questo significa "diminuirsi", come intuisce, allora Carrère lo fa: umiliandosi nel racconto a posteriori di quei tre anni, parlando quel se stesso come un'altra possibilità, che ha avuto la sua occasione, non esisteva, è esistita, non esiste più. Ma importa.
Difficile cantare un amore dal punto di vista del disamore e senza il risentimento che fece urlare a Riccardo Cocciante: bella senz'anima... Eppure Carrère ci riesce, con un piccolo aiuto da parte dei suoi amici: Philip Dick, una ragazza bruna che ha un doppio orgasmo, Paolo sperduto in Grecia e Seneca antesignano dei comunisti col Rolex. È il suo Regno: può metterci chi vuole. Al lettore amarlo o disamarlo. A volte occorre uno slancio di fede.
Sul Venerdì del 29 maggio 2020
Perché allora darsi pena per i ripensamenti di Carrère? Per fiducia nei suoi confronti. Perché leggere alcuni scrittori è come ascoltare un amico, anche quando ti racconta un amore sbagliato. E perché fuori infuriava la pandemia, un male sconosciuto per natura e ferocia, che uccideva migliaia di persone ogni giorno ovunque nel mondo. Molti tendono a convertirsi o a considerarne la possibilità nell'imminenza della propria morte. Come antidoto all'ombra del quotidiano massacro ho considerato Il Regno (dicendomi: se non ora, quando?). Non mi ha curato. Non mi ha dato risposte. Ma non lo voleva. È un libro che termina, lo sappiate, con la frase "Non lo so". Che alla possibilità di ri-credersi risponde: "No". Ma che propone anche molti sì: all'interesse e alla pietà, all'intelligenza e allo smarrimento. Mal che vada vi fornirà meravigliosi aneddoti da buttare sul tavolo come lucenti biglie a noiose cene. Sentite queste: "I greci, scoprì Paolo, avevano un altare al dio ignoto, per essere sicuri di non offendere la divinità a cui nessuno aveva pensato", "su una tomba romana c'era questa iscrizione: non esistevo, sono esistito, non esisto più, che cosa importa?", "dopo la resurrezione nessuno riconosce Gesù: al cimitero è il giardiniere, per strada un viandante, sulla spiaggia un tizio che chiede ai pescatori, gli apostoli: abboccano? Non è lui, ma per questo lo riconoscono. È il primo che passa e l'ultimo dei mendicanti. È quello che ha sempre descritto come il volto nascosto di dio".
La prima parte, quella intima, può mettere a disagio, ma stringe un patto di sangue con il lettore: ti dirò tutta la verità, niente altro che la verità. Ho sempre avuto qualche difficoltà con quella che viene definita autofiction. La tendenza alla riservatezza mi imbarazza quando varco il confine altrui, sebbene invitato. Temo ci si aspetti qualche forma di reciprocità e che qualche lettore abbia pure dato seguito (Carrère stesso racconta di ricevere molta corrispondenza). Superata la soglia, subisco l'effetto ipnotico, ma Il Regno alza la posta. Avverte l'autore: "Credere veramente che duemila anni fa un ebreo è nato da una vergine, risorto tre giorni dopo essere stato crocifisso e che tornerà per giudicare i vivi e i morti. Non c'è dubbio, è strano". Eppure, racconta: per tre anni della sua esistenza ci ha creduto. Ha fatto di questo il centro della propria vita. Ha condotto un'esistenza monastica tra studio, casa e chiesa, ricevuto i sacramenti, pregato, seppur non ininterrottamente come avrebbe voluto. Ha ceduto all'aspirazione irresistibile di abbandonarsi. Chi non la prova, prima o poi? Chi non si lascia andare e spera di essere raccolto: da un'idea e da chi la professa, da un amore e da chi lo ricambia, da un invisibile filo a sostegno?
La suprema forma di abbandono, che Carrère e molti altri hanno perseguito, è quella che si lascia andare al desiderio di essere portati dove non si vuole. Sembra folle, ma non è difficile da comprendere: le nostre vite ci hanno condotto spesso a un punto, se non morto, fermo. Un lavoro, il bisogno di essere riconosciuti, una famiglia vissuta come impegno, una ricerca di soddisfazioni che più non soddisfano. Quando tutto quel che abbiamo creduto ci ha portato lì, che cosa resta per credere ancora se non quel che è "strano", che non possiamo concepire e men che meno immaginare? Un'idea alla quale (avrebbe detto un altro, più sdegnoso, scrittore francese: Michel Houellebecq) sottomettersi. E se questo significa "diminuirsi", come intuisce, allora Carrère lo fa: umiliandosi nel racconto a posteriori di quei tre anni, parlando quel se stesso come un'altra possibilità, che ha avuto la sua occasione, non esisteva, è esistita, non esiste più. Ma importa.
Difficile cantare un amore dal punto di vista del disamore e senza il risentimento che fece urlare a Riccardo Cocciante: bella senz'anima... Eppure Carrère ci riesce, con un piccolo aiuto da parte dei suoi amici: Philip Dick, una ragazza bruna che ha un doppio orgasmo, Paolo sperduto in Grecia e Seneca antesignano dei comunisti col Rolex. È il suo Regno: può metterci chi vuole. Al lettore amarlo o disamarlo. A volte occorre uno slancio di fede.
Sul Venerdì del 29 maggio 2020