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Ivan Bossa con la moglie Elisa Rovetto e il piccolo Gabriel nel giardino di casa che si affaccia sul nuovo ponte (Fabio Bussalino) 

Noi che abbiamo visto il Ponte

È una casa speciale quella in cui abita da quattro generazioni la famiglia Bossa. Si trova a pochi metri dal viadotto crollato due anni fa. Di lui sanno tutto. Nascita, morte e ricostruzione
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GENOVA. Il bambino e il ponte stanno crescendo insieme, uno vicino all'altro. Il bambino si chiama Gabriel, il ponte non ha ancora un nome. Gabriel vive nella casa rosa a dieci metri dall'uscita della galleria, dove comincia il cantiere del ponte. Non ha mai visto il Morandi e non sa che è crollato: è nato il 31 marzo, aveva meno di un mese quando il nuovo ponte è apparso tutto intero da una parte all'altra della valle, un unico tratto di acciaio che comincia a venti passi dalla casa del bambino, così vicino che sembra di starci sopra, al volante di un camion. Il bisnonno di Gabriel faceva il camionista. Con un ribaltabile da 440 quintali Giovanni Bossa di Genova Cornigliano, classe 1925, portava quassù la sabbia per costruire l'autostrada. Il ponte non c'era ancora, la casa rosa sì: aveva due piani e il tetto piatto, serviva agli operai della Condotte che fabbricarono il ponte. Giovanni fu tra i primi a salire sul Morandi …
GENOVA. Il bambino e il ponte stanno crescendo insieme, uno vicino all'altro. Il bambino si chiama Gabriel, il ponte non ha ancora un nome. Gabriel vive nella casa rosa a dieci metri dall'uscita della galleria, dove comincia il cantiere del ponte. Non ha mai visto il Morandi e non sa che è crollato: è nato il 31 marzo, aveva meno di un mese quando il nuovo ponte è apparso tutto intero da una parte all'altra della valle, un unico tratto di acciaio che comincia a venti passi dalla casa del bambino, così vicino che sembra di starci sopra, al volante di un camion. Il bisnonno di Gabriel faceva il camionista. Con un ribaltabile da 440 quintali Giovanni Bossa di Genova Cornigliano, classe 1925, portava quassù la sabbia per costruire l'autostrada. Il ponte non c'era ancora, la casa rosa sì: aveva due piani e il tetto piatto, serviva agli operai della Condotte che fabbricarono il ponte. Giovanni fu tra i primi a salire sul Morandi per collaudarlo con il suo camion a pieno carico. Era il 1967. Da allora il viadotto Polcevera è diventato un amico di famiglia.

Siamo entrati nella casa dei Bossa per farci raccontare la vita al confine del ponte di Genova. Quattro generazioni sono cresciute sulla sponda di questo fiume d'asfalto, hanno ascoltato la sua voce e il suo silenzio, l'hanno visto nascere, morire e risorgere. Non c'è altra abitazione così vicina al piano stradale del viadotto. Nessuna che sia stata risparmiata. La casa dei Bossa è l'alfa e l'omega di tutta la storia.

Ci si arriva da corso Perrone attraverso il boschetto di Villa Picasso lungo una stradina in salita dissestata dai lavori. In cima, una transenna leggera ti separa dalla galleria Coronata e dalla curva dell'A10. Siamo all'estremità ovest del cantiere, lato Savona per capirci, sulle pendici ancora stranamente verdi della collina dominata dal Santuario di Nostra Signora Incoronata. Operai in tute arancioni e caschi gialli lavorano sull'impalcato del ponte, una pista accidentata di placche di acciaio e predalles, le lastre in calcestruzzo armato che ora stanno ricoprendo con un getto di cemento. Poi verranno l'asfalto, le ringhiere, le griglie calpestabili, le barriere di vetro contro il vento e il rumore, i pannelli solari, i guardrail, la segnaletica, i pali della luce alti 28 metri...

La casa è subito a sinistra, la sovrasta una gigantesca gru verde che incombe con il gancio come se volesse sollevarla per il comignolo. Apre il cancello il nonno di Gabriel, Giuseppe. Aveva dieci anni quando il Morandi venne inaugurato, e il suo gioco preferito era accompagnare papà Giovanni sul camion. Ha finito per fare lo stesso mestiere, una vita sulla strada con i ribaltabili e i frigoriferi, poi vent'anni nel sindacato dell'autotrasporto. Ci mostra la casa, che ora ha un piano solo e il tetto a falde. Fu suo fratello Luigi ad acquistarla venticinque anni fa, quando era ridotta a un rudere. La liberò dai rovi e la ristrutturò. Oggi il giardino sorvegliato dall'occhio profondo e mansueto di Book, un pastore del Lagorai, è un piccolo paradiso di ciliegi e melograni, aranci, limoni, meli, peri, albicocchi, duroni, mandarini, peschi e cachi. Le acacie sono in fiore. Crescono sulla terra degli scavi autostradali. Giuseppe raccoglie una pietra: "Questo è un pezzo di roccia del tunnel". E il muro che delimita il giardino è la parete della galleria.

A 39 anni Ivan, il padre di Gabriel, è il primo dei Bossa a non aver mai visto la valle prima del Morandi, che ricorda con nostalgia. "A me piaceva molto, era diverso da tutti gli altri. È bello anche questo, molto semplice e lineare, l'hanno tirato su in tempi record, senza tanti fronzoli o effetti speciali, ma il Morandi era il Morandi. Era il nostro ponte di Brooklyn". Ivan non ha seguito il padre e il nonno nell'autotrasporto, è supervisore tecnico della De Wave, un'azienda che lavora per la Fincantieri, partner della Salini Impregilo (ora Webuild) nella costruzione del nuovo viadotto. Non guida camion, ma gli piacciono le moto. Incontra Elisa al raduno della Madonnina dei centauri ad Alessandria nel 2014. Lei è di Brescia, corre su una Honda CBR 600. Si sposano due anni dopo e vanno ad abitare nella casa rosa sul ponte, che Ivan aveva comprato dallo zio una decina di anni prima. "Vivere accanto a un ponte autostradale non mi faceva né caldo né freddo", dice lei. Basta far crescere una siepe per attutire il rumore del traffico, un tu-tum continuo, sordo, quasi familiare. "Alla fine ci si abitua".

Il 14 agosto 2018 Elisa è sola in casa. "Sento un tuono che fa tremare i vetri, ma non ci faccio caso". Poi le telefona Ivan dall'ufficio: "Guarda che è crollato il Brooklyn". Lei si volta verso un quadro appeso in soggiorno, un disegno del ponte sull'East River, a New York. "Mi dispiace per loro, era così bello" dice. Solo un attimo dopo capisce che il ponte crollato è quello fuori dalla finestra. I sopravvissuti stanno scappando nella galleria accanto alla casa, le auto abbandonate restano in coda dietro il camioncino verde con l'insegna della Basko.

Per qualche notte il silenzio non li fa dormire. "Era un silenzio totale, non si sentiva un rumore, niente. Ti sembrava di essere in mezzo a una montagna". Il fantasma del ponte è ancora lì, con il dolore dei 43 morti, intatto nella parte accanto alla casa, vuoto e inutile, irreale. I Bossa non vengono sfollati, vanno al lavoro con il lasciapassare da residenti. Elisa impiega tre quarti d'ora per raggiungere la ditta in quel palazzo rosso che si vede sull'altra sponda della valle. Prima bastavano sette minuti. A febbraio 2019 comincia la demolizione. Ivan non dimentica: "Non hanno avuto un minimo di coscienza nei nostri confronti. Alla domenica iniziavano a martellare alle 6 del mattino e sparivano a mezzogiorno. Rispetto il lavoro di tutti, ma questo era menefreghismo totale. Hanno distrutto la strada. Mi hanno tagliato il cavo della luce. Quando protestavo mi rispondevano cose assurde: non si erano accorti che la casa fosse abitata. Anzi, non l'avevano nemmeno vista". Impossibile dormire in camera da letto, che si affaccia sul cantiere. La coppia si trasferisce in sala, dalla parte opposta, dove ora c'è un grande divano bianco a elle lungo le pareti, ma allora no. "Per una settimana abbiamo dormito sui materassini gonfiabili".

È a questo punto che Ivan getta la spugna e contatta la struttura commissariale del nuovo ponte per cedere la casa. "Me ne sarei andato volentieri, non era più possibile convivere con quell'inferno". Un altro edificio a destra della galleria è già stato abbattuto per costruire la palazzina dei servizi tecnologici, si parla di un indennizzo di 450mila euro. Ma il cantiere non è interessato a espropriare la casa rosa dei Bossa, che si rassegnano a stringere i denti e riescono almeno a ottenere il contributo concesso a chi abita accanto all'area dei lavori. Poi la demolizione finisce e i costruttori dimostrano maggiore delicatezza e comprensione. "Il rumore è cambiato, ora è più lontano, si respira".

Gabriel nasce in un giorno di vento forte, così forte che si fatica a montare un carter laterale sul pezzo di ponte più vicino alla casa. Come se non bastasse, cinquanta operai sono in quarantena per un caso di coronavirus. Ma la vita continua: il ponte procede, il bambino cresce. Un giorno giocherà nel nuovo parco progettato da Stefano Boeri laggiù sul Polcevera, se ci saranno i soldi per realizzarlo.

Il ponte ideato da Renzo Piano è leggero come una favola, con il caldo e il freddo si stira e si rannicchia di 40 centimetri per parte, scorrendo sulle mensole delle 18 pile. Non parla ancora, ma fra luglio e agosto il traffico ricomincerà a fare tu-tum oltre la siepe e anche Gabriel dovrà abituarsi. Ora dorme beato nel suo passeggino, accanto a una vetrina piena di foto, coppe e ricordi di viaggio dei suoi genitori. Di notte lo culla il ronzio dei gruppi elettrogeni che illuminano il ponte, come un frinire di grilli.

Sul Venerdì del 29 maggio 2020