Le montagne disincantate di Thomas Bernhard
di MARINO FRESCHIEsce una raccolta di tre racconti – due inediti in italia – dello scrittore austriaco. Che ambienta tra i paesaggi alpini le sue storie di decadenza, disperazione e amarissima ironia
Thomas Bernhard avrebbe trovato divertente che tre suoi racconti, tra i più inquietanti e grotteschi, dovessero essere pubblicati per rimanere, almeno per un po', nei magazzini. Ha dovuto attendere la "fase due" Midland a Stilfs. Tre racconti, curato da Giovanna Agabio (bravissima traduttrice) per Adelphi; oltre al racconto del titolo, pubblicato da noi per la prima volta, il volume presenta Il mantello di Loden e Sull'Ortles. Notizie da Gomagoi.
Midland esce nel 1971 sulla scia della prima fase, quella più creativa dell'autore, che nel '63 si era affermato con Gelo, confermato l'anno successivo da Amras e nel 1967 da Perturbamento - per molti il suo capolavoro - seguito nel 1970 da La fornace. In questi racconti troviamo tutti gli ingredienti della sua scrittura, estremamente concentrata fino a un punto di non ritorno, come avviene nelle ultime pagine di Sull'Ortles – anche questo inedito in Italia – tra le più coinv…
Midland esce nel 1971 sulla scia della prima fase, quella più creativa dell'autore, che nel '63 si era affermato con Gelo, confermato l'anno successivo da Amras e nel 1967 da Perturbamento - per molti il suo capolavoro - seguito nel 1970 da La fornace. In questi racconti troviamo tutti gli ingredienti della sua scrittura, estremamente concentrata fino a un punto di non ritorno, come avviene nelle ultime pagine di Sull'Ortles – anche questo inedito in Italia – tra le più coinv…
Thomas Bernhard avrebbe trovato divertente che tre suoi racconti, tra i più inquietanti e grotteschi, dovessero essere pubblicati per rimanere, almeno per un po', nei magazzini. Ha dovuto attendere la "fase due" Midland a Stilfs. Tre racconti, curato da Giovanna Agabio (bravissima traduttrice) per Adelphi; oltre al racconto del titolo, pubblicato da noi per la prima volta, il volume presenta Il mantello di Loden e Sull'Ortles. Notizie da Gomagoi.
Midland esce nel 1971 sulla scia della prima fase, quella più creativa dell'autore, che nel '63 si era affermato con Gelo, confermato l'anno successivo da Amras e nel 1967 da Perturbamento - per molti il suo capolavoro - seguito nel 1970 da La fornace. In questi racconti troviamo tutti gli ingredienti della sua scrittura, estremamente concentrata fino a un punto di non ritorno, come avviene nelle ultime pagine di Sull'Ortles – anche questo inedito in Italia – tra le più coinvolgenti e intense di tutta l'opera dell'autore austriaco. Ortles, Gomagoi, Stilfs (ovvero Stelvio) sono stupendi luoghi alpini di vacanza, ma di trasognata rievocazione di bellezze naturali non c'è traccia nelle pagine di Bernhard; affiora, pur nel distacco del narratore, solo crudeltà, pazzia, squallore, rovine e situazioni grottesche. E questo forzato silenzio sulla tanto decantata natura alpina è già un segnale di critica a quell'Austria idilliaca che Bernhard tanto disprezzava, tanto odiava, tanto disperatamente amava. Un rapporto doloroso e appassionato che corre come un filo rosso per tutta la sua opera, animata da una profonda tensione civile.
Questo intreccio risulta più chiaro per la presenza di un osservatore, che non entra mai in campo. Nel primo racconto è l'"Inglese", Midland appunto, il destinatario di una interlocuzione che si sperde come la voce del narratore che descrive una fattoria immensa con padiglioni e stalle, con mobili raffinati, perfino con quadri preziosi, ma tutto in via di decomposizione, per incuranza, per accidia, tutto destinato alla rovina, ai crolli, abbandonato ai topi, ai parassiti e a uno sfinimento inarrestabile, a una decadenza irreversibile. È tutta una questione di tempo, questione che ormai non ci spaventa più, perché sappiamo che siamo alla fine e che la vita per noi non ha più alcun significato. Questa insignificanza è quella che si colloca all'interno del secolare processo di disintegrazione della Mitteleuropa, quel mondo sospeso tra Germania e Russia, che da più di un secolo ha perso con il suo centro - Vienna - la sua identità sovranazionale, in preda ai vari contrapposti nazionalismi, ancor oggi presenti, sempre sulla soglia di tornare virulenti, come hanno mostrato le non lontane guerre balcaniche.
Bernhard non è certo un estremo aedo del mito asburgico e del rimpianto del "mondo di ieri". Lo scrittore è ben al di là della nostalgia per la decadenza; prova bensì un sentimento ostile contro quelle forze reazionarie, politiche e ideologiche, che avevano instaurato un sistema autoritario prima con il terrore nazista e poi con un cattolicesimo apparentemente incolpevole, innocuo, ma in realtà controriformista, rigido e spietato. Due facce della medesima medaglia che lo scrittore aveva ben conosciuto da ragazzo prima nel convitto nazista a Salisburgo, poi nel medesimo convitto ormai cattolico, dove il ritratto del Führer era stato sostituito da un quadro religioso per coprire la "macchia" sul muro. I ricordi di infanzia riaffiorano sempre in Bernhard, che era nato nel 1931 in Olanda - lui narra in una casa galleggiante - dove la madre era riparata per qualche mese per sfuggire alla vergogna di non essere sposata. Thomas crebbe con i nonni materni, legandosi col nonno, militante socialista, che era stato un vivace scrittore finché nel 1938 con l'Anschluss, l'annessione dell'Austria al Terzo Reich, era completamente ammutolito, trasmettendo però al nipote l'amore per la letteratura e - siamo a Salisburgo - per la musica.
Quello per la letteratura fu un amore ingrato e costante, la scrittura di Bernhard fu sofferenza, ferita e ardimento, una pratica continuamente negata e affermata, interrotta e allo stesso tempo sostenuta paradossalmente da lunghi soggiorni in ospedale, dove s'infettò di tubercolosi, di cui morì precocemente il 12 febbraio 1989. Forse è stato il "principale scrittore europeo" del Novecento, come affermò Calvino; sicuramente è stato il maggiore scrittore austriaco del nostro tempo, nonché il fiero accusatore della compagine criptonazista e cattolica che reggeva dal 1945 il Paese.
Leggere Bernhard è leggere racconti, romanzi, drammi apparentemente impolitici, mentre in verità il nerbo della sua scrittura è l'odio-amore per il suo Paese, che lo spinse a vietare per testamento la pubblicazione delle sue opere e la rappresentazione dei suoi drammi in Austria. Non a caso i suoi racconti narrano sempre la stessa storia, rievocano la medesima atmosfera: la fattoria di Stilfs ricorda, talvolta perfino nei particolari, la villa e il latifondo di Wolfsegg dell'ultimo romanzo Estinzione. Uno sfacelo del 1986: i genitori di Franz-Josef Murau di Estinzione hanno tratti di atroce insensibilità e sadica crudeltà "pedagogica" in comune con quelli dei due fratelli di Sull'Ortles. In questo racconto vi è una meditazione sulla scrittura, che racchiude una contraddizione, poiché non ammette ciò che pur esprime: "Gli scritti, disse, in fondo esistono solo per essere distrutti [...]. L'origine di tutti gli scritti è dubitare del loro argomento, capisci, mettere in dubbio tutto, attraverso l'indagine ripescare tutto dall'oscurità, metterlo in dubbio e distruggerlo. Tutto. Senza eccezione. Gli scritti sono scritti da distruggere". Impressionante, eppure qui c'è il nodo di Bernhard e della cultura intellettuale austriaca. Niente romantici tramonti, niente idillici quadretti, ma la severa disciplina del pensiero, l'inesorabile fatica del pensare che giunge al silenzio, che attinge quel pensiero che è all'origine dei pensieri, fino all'implosione del pensiero corrente, quotidiano (che alimenta la chiacchiera) di fronte alla percezione di un pensiero vivente.
Siamo nella tradizione di Mach, di Musil, di Wittgenstein, e siamo alla radice della grandiosa ironia di Bernhard, che è forse il più umoristico tra gli scrittori europei del nostro tempo. L'ironia è la porta stretta che gli permette di continuare a scrivere sul filo del rasoio tra stupore, amarezza, indignazione e umorismo, come risulta nel racconto Il mantello di Loden, dove la reiterazione continua, estenuante, è l'artificio per invalidare ogni affermazione e al lettore non resta che un sorriso amaro, molto amaro. Sia sufficiente ricordare la rievocazione di I miei premi, il libretto in cui con ironia esilarante Bernhard rievoca i vari premi che gli sono stati conferiti. Si tratta di un capolavoro d'ironia e di critica feroce all'industria culturale che celebra sovente nei premi letterari uno dei suoi riti più insulsi (e non solo in Austria; se ne sa qualcosa pure al di qua delle Alpi). Indimenticabile è la narrazione del conferimento del Premio nazionale austriaco quando il ministro della Cultura, nella sua totale ignoranza, lo apostrofò come "uno straniero nato in Olanda" che "vive già da tempo da noi", ma che ha imparato bene "la nostra lingua". Bernhard infatti era nato in Olanda a causa del conformismo dell'Austria del 1931. Eh, sì, fino alla fine Bernhard è rimasto uno straniero in patria. E forse lo è ancora (chiedere all'attuale cancelliere Kurz).
Sul Venerdì del 5 giugno 2020
Midland esce nel 1971 sulla scia della prima fase, quella più creativa dell'autore, che nel '63 si era affermato con Gelo, confermato l'anno successivo da Amras e nel 1967 da Perturbamento - per molti il suo capolavoro - seguito nel 1970 da La fornace. In questi racconti troviamo tutti gli ingredienti della sua scrittura, estremamente concentrata fino a un punto di non ritorno, come avviene nelle ultime pagine di Sull'Ortles – anche questo inedito in Italia – tra le più coinvolgenti e intense di tutta l'opera dell'autore austriaco. Ortles, Gomagoi, Stilfs (ovvero Stelvio) sono stupendi luoghi alpini di vacanza, ma di trasognata rievocazione di bellezze naturali non c'è traccia nelle pagine di Bernhard; affiora, pur nel distacco del narratore, solo crudeltà, pazzia, squallore, rovine e situazioni grottesche. E questo forzato silenzio sulla tanto decantata natura alpina è già un segnale di critica a quell'Austria idilliaca che Bernhard tanto disprezzava, tanto odiava, tanto disperatamente amava. Un rapporto doloroso e appassionato che corre come un filo rosso per tutta la sua opera, animata da una profonda tensione civile.
Questo intreccio risulta più chiaro per la presenza di un osservatore, che non entra mai in campo. Nel primo racconto è l'"Inglese", Midland appunto, il destinatario di una interlocuzione che si sperde come la voce del narratore che descrive una fattoria immensa con padiglioni e stalle, con mobili raffinati, perfino con quadri preziosi, ma tutto in via di decomposizione, per incuranza, per accidia, tutto destinato alla rovina, ai crolli, abbandonato ai topi, ai parassiti e a uno sfinimento inarrestabile, a una decadenza irreversibile. È tutta una questione di tempo, questione che ormai non ci spaventa più, perché sappiamo che siamo alla fine e che la vita per noi non ha più alcun significato. Questa insignificanza è quella che si colloca all'interno del secolare processo di disintegrazione della Mitteleuropa, quel mondo sospeso tra Germania e Russia, che da più di un secolo ha perso con il suo centro - Vienna - la sua identità sovranazionale, in preda ai vari contrapposti nazionalismi, ancor oggi presenti, sempre sulla soglia di tornare virulenti, come hanno mostrato le non lontane guerre balcaniche.
Bernhard non è certo un estremo aedo del mito asburgico e del rimpianto del "mondo di ieri". Lo scrittore è ben al di là della nostalgia per la decadenza; prova bensì un sentimento ostile contro quelle forze reazionarie, politiche e ideologiche, che avevano instaurato un sistema autoritario prima con il terrore nazista e poi con un cattolicesimo apparentemente incolpevole, innocuo, ma in realtà controriformista, rigido e spietato. Due facce della medesima medaglia che lo scrittore aveva ben conosciuto da ragazzo prima nel convitto nazista a Salisburgo, poi nel medesimo convitto ormai cattolico, dove il ritratto del Führer era stato sostituito da un quadro religioso per coprire la "macchia" sul muro. I ricordi di infanzia riaffiorano sempre in Bernhard, che era nato nel 1931 in Olanda - lui narra in una casa galleggiante - dove la madre era riparata per qualche mese per sfuggire alla vergogna di non essere sposata. Thomas crebbe con i nonni materni, legandosi col nonno, militante socialista, che era stato un vivace scrittore finché nel 1938 con l'Anschluss, l'annessione dell'Austria al Terzo Reich, era completamente ammutolito, trasmettendo però al nipote l'amore per la letteratura e - siamo a Salisburgo - per la musica.
Quello per la letteratura fu un amore ingrato e costante, la scrittura di Bernhard fu sofferenza, ferita e ardimento, una pratica continuamente negata e affermata, interrotta e allo stesso tempo sostenuta paradossalmente da lunghi soggiorni in ospedale, dove s'infettò di tubercolosi, di cui morì precocemente il 12 febbraio 1989. Forse è stato il "principale scrittore europeo" del Novecento, come affermò Calvino; sicuramente è stato il maggiore scrittore austriaco del nostro tempo, nonché il fiero accusatore della compagine criptonazista e cattolica che reggeva dal 1945 il Paese.
Leggere Bernhard è leggere racconti, romanzi, drammi apparentemente impolitici, mentre in verità il nerbo della sua scrittura è l'odio-amore per il suo Paese, che lo spinse a vietare per testamento la pubblicazione delle sue opere e la rappresentazione dei suoi drammi in Austria. Non a caso i suoi racconti narrano sempre la stessa storia, rievocano la medesima atmosfera: la fattoria di Stilfs ricorda, talvolta perfino nei particolari, la villa e il latifondo di Wolfsegg dell'ultimo romanzo Estinzione. Uno sfacelo del 1986: i genitori di Franz-Josef Murau di Estinzione hanno tratti di atroce insensibilità e sadica crudeltà "pedagogica" in comune con quelli dei due fratelli di Sull'Ortles. In questo racconto vi è una meditazione sulla scrittura, che racchiude una contraddizione, poiché non ammette ciò che pur esprime: "Gli scritti, disse, in fondo esistono solo per essere distrutti [...]. L'origine di tutti gli scritti è dubitare del loro argomento, capisci, mettere in dubbio tutto, attraverso l'indagine ripescare tutto dall'oscurità, metterlo in dubbio e distruggerlo. Tutto. Senza eccezione. Gli scritti sono scritti da distruggere". Impressionante, eppure qui c'è il nodo di Bernhard e della cultura intellettuale austriaca. Niente romantici tramonti, niente idillici quadretti, ma la severa disciplina del pensiero, l'inesorabile fatica del pensare che giunge al silenzio, che attinge quel pensiero che è all'origine dei pensieri, fino all'implosione del pensiero corrente, quotidiano (che alimenta la chiacchiera) di fronte alla percezione di un pensiero vivente.
Siamo nella tradizione di Mach, di Musil, di Wittgenstein, e siamo alla radice della grandiosa ironia di Bernhard, che è forse il più umoristico tra gli scrittori europei del nostro tempo. L'ironia è la porta stretta che gli permette di continuare a scrivere sul filo del rasoio tra stupore, amarezza, indignazione e umorismo, come risulta nel racconto Il mantello di Loden, dove la reiterazione continua, estenuante, è l'artificio per invalidare ogni affermazione e al lettore non resta che un sorriso amaro, molto amaro. Sia sufficiente ricordare la rievocazione di I miei premi, il libretto in cui con ironia esilarante Bernhard rievoca i vari premi che gli sono stati conferiti. Si tratta di un capolavoro d'ironia e di critica feroce all'industria culturale che celebra sovente nei premi letterari uno dei suoi riti più insulsi (e non solo in Austria; se ne sa qualcosa pure al di qua delle Alpi). Indimenticabile è la narrazione del conferimento del Premio nazionale austriaco quando il ministro della Cultura, nella sua totale ignoranza, lo apostrofò come "uno straniero nato in Olanda" che "vive già da tempo da noi", ma che ha imparato bene "la nostra lingua". Bernhard infatti era nato in Olanda a causa del conformismo dell'Austria del 1931. Eh, sì, fino alla fine Bernhard è rimasto uno straniero in patria. E forse lo è ancora (chiedere all'attuale cancelliere Kurz).
Sul Venerdì del 5 giugno 2020