Agli architetti serve una linea
Raffaele Oriani , di RAFFAELE ORIANIProprio adesso che le nostre città andrebbero ripensate a prova di virus, l’ordine propone una controriforma
che vorrebbe eliminare urbanisti e paesaggisti. Inchiesta
A fine marzo una scossa polemica ha messo a soqquadro l'Ordine degli architetti italiani. Impossibile percepirla nel pieno del terremoto sanitario che negli stessi giorni dilaniava il Paese, ma la faglia è ancora lì, e merita sondarla. Anche perché in tempi di ricostruzione gli architetti avranno voce in capitolo: dipende anche da loro che piega prenderà un comparto che nel 2019 valeva un decimo del Pil per quasi 1.400.000 addetti. E dipende anche da loro se le nostre città sapranno riprendersi dopo la desertificazione del virus: correremo a perdifiato per recuperare il fatturato perduto? O ci daremo il tempo di qualche scelta per sistemare quello che già non andava? Qualcuno dice: niente sarà più come prima. Meno burocrazia o più consapevolezza?
La proposta di riforma della professione lanciata dal Consiglio nazionale degli Architetti, Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori (Cnappc) nasce prima del virus ma &egrav…
La proposta di riforma della professione lanciata dal Consiglio nazionale degli Architetti, Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori (Cnappc) nasce prima del virus ma &egrav…
A fine marzo una scossa polemica ha messo a soqquadro l'Ordine degli architetti italiani. Impossibile percepirla nel pieno del terremoto sanitario che negli stessi giorni dilaniava il Paese, ma la faglia è ancora lì, e merita sondarla. Anche perché in tempi di ricostruzione gli architetti avranno voce in capitolo: dipende anche da loro che piega prenderà un comparto che nel 2019 valeva un decimo del Pil per quasi 1.400.000 addetti. E dipende anche da loro se le nostre città sapranno riprendersi dopo la desertificazione del virus: correremo a perdifiato per recuperare il fatturato perduto? O ci daremo il tempo di qualche scelta per sistemare quello che già non andava? Qualcuno dice: niente sarà più come prima. Meno burocrazia o più consapevolezza?
La proposta di riforma della professione lanciata dal Consiglio nazionale degli Architetti, Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori (Cnappc) nasce prima del virus ma è radicale come se seguisse il contagio. In pratica, vuole eliminare tre figure su quattro: si torna a parlare di architetti senza altri compagni di viaggio. L'acronimo si accorcia, e dopo vent'anni di apertura a nuovi ruoli e nuove professioni torna a essere Cna, Consiglio nazionale degli architetti. Con buona pace di paesaggio, pianificazione e conservazione.
La sorpresa è stata grande, le reazioni delle associazioni di categoria pressoché unanimi: "La nostra professione ha bisogno di ampliare, non di ridimensionare le competenze legate alla progettazione del paesaggio" dice Maria Cristina Tullio, presidente di Aiapp, la storica associazione dei paesaggisti italiani. "Questa bozza di riforma vede l'architetto essenzialmente come progettista di manufatti" nota Michele Talia, presidente dell'altrettanto storico Istituto nazionale di Urbanistica (Inu). "Ma oggi il nostro compito, più che costruire edifici, è ripensare i tempi e i modi delle città". E nettamente contrari si sono detti anche i paesaggisti della Iasla, che parlano di "intempestività storica", e gli urbanisti della Siu e dell'Assurb, che definiscono la bozza "irricevibile": superato lo sconcerto per la selva di sigle, si capisce che in molti non ci stanno a tornare all'era pre 2001, quando il decreto 328 del presidente della Repubblica registrò formalmente l'emergere di tre nuove professioni legate a paesaggio, pianificazione e beni culturali. Un paesaggista ironizza: "Questa controriforma sembra fatta su misura per chi crede che occuparsi di paesaggio sia costruire "boschi verticali" alla Stefano Boeri". Un urbanista rilancia: "Secondo Massimiliano Fuksas per superare il coronavirus dovremmo abolire tutti gli appartamenti al di sotto dei 60 metri quadri: ecco un'idea che non sarebbe mai venuta in mente a un pianificatore". Se voleva risvegliare lo spirito di corpo, la bozza di riforma ha già centrato l'obiettivo.
In Italia c'è un architetto ogni 400 abitanti, quasi il doppio che in Germania, più del quadruplo della Francia. Sono tanti, e per chi non si sia già rifugiato a Berlino, Parigi o Zurigo sono tanti anche i problemi di reddito, occupazione, ruolo: "Questa riforma vuole fare chiarezza su una professione regolata da un regio decreto del 1925 e da decine di leggi e direttive accumulate negli anni" dice Massimo Crusi, l'architetto a capo del gruppo di lavoro del Cnappc che ha partorito la proposta. I tantissimi professionisti sono in logica competizione tra loro, e c'è chi nella bozza vede il tentativo della maggioranza degli architetti "generici" di riappropriarsi di frange di attività che rischiano di finire appannaggio degli specialisti: "Ma su 154 mila iscritti all'Ordine sono 148 mila gli architetti, solo 1400 i pianificatori e appena 450 i paesaggisti" fa notare Crusi. "Prima delle opinioni, sono i numeri a dire che la riforma del 2001 non ha funzionato come si sperava". Ben venga una correzione di rotta, rispondono i contestatori, ma senza azzerare figure che saranno sempre più indispensabili allo sviluppo dei nostri territori: "Viviamo una fase delicata" ammonisce Michele Talia. "In cui andrà ripensata la stessa densità urbana che è alla base dell'energia economica e culturale delle nostre città". Riforma, controriforma e ritorno. Sembra una diatriba tra loro, potrebbe riguardare noi tutti.
Ma perché non dovremmo farci bastare gli architetti-architetti? Che bisogno c'è dei colleghi paesaggisti? "Prima che estetica, quella dell'integrazione con la natura è una grande questione ambientale e di tutela della salute" riflette Emanuele von Normann, paesaggista e docente di Progettazione di spazi aperti all'Università di Roma Tre. "Annacquare le competenze che legano il progetto al territorio vuol dire mettere a rischio il futuro e il benessere del nostro Paese, e fare un balzo indietro di più di vent'anni". Von Normann fa l'esempio del Nord Europa, dove il tema del paesaggio è da tempo sottratto alla dimensione contemplativa per essere affidato alle cure di architetti paesaggisti in stretta partnership con ingegneri e medici ambientali. E di Danimarca parla anche la presidente dell'Aiapp Maria Cristina Tullio: "Lì il paesaggista sovrintende addirittura al lavoro dell'urbanista, per non dire dell'architetto: la singola casa si inserisce in un piano urbano che a sua volta è pensato a partire dalle caratteristiche naturali dei luoghi".
Ma alla nostra ripartenza servirà tanta attenzione al contesto? "Serviranno competenze ambientali" puntualizza Tullio. "Se a progettare una pista ciclabile è un ingegnere si preoccuperà solo di integrarla nel traffico, se la prende in mano un paesaggista saprà piantare alberi, alimentare falde acquifere, favorire la ventilazione, far crescere siepi di protezione, creare insomma un vero e proprio canale ecologico all'interno della città". Eppure la pandemia sembra covare urgenze dai modi molto più spicci: "L'interazione uomo-natura resta la priorità in tutta Europa: l'Italia può scegliere di essere il fanalino di coda, ma nemmeno questa riforma anacronistica riuscirà a farci tornare indietro".
Massimo Crusi sottolinea che quella presentata è solo una bozza attualmente in lievitazione presso i Consigli regionali dell'Ordine: "Siamo aperti a ogni contributo, ma l'idea di fondo è che solo un architetto senza aggettivi sia in grado di governare le complessità del nostro tempo". In fondo era così anche nel Rinascimento: "Ma non siamo nel Rinascimento!" taglia corto Von Normann. Eppure se tutto va come deve andare, oltre ai paesaggisti spariranno anche i conservatori di beni culturali. Per non parlare degli urbanisti: "Resteranno gli architetti, che ancora nel 2020 si formano al 90 per cento sulla pura progettazione di edifici" dice Mario Cerasoli, urbanista di Roma Tre. "Ma per capire che non sarà l'architettura a salvare le città basta andare nella periferia romana di Tor Tre Teste: la celebre Chiesa di Dio Padre di Richard Meier invece di rivitalizzare il contesto ha finito per subirne e quasi amplificarne i problemi".
Chi contesta la (contro)riforma è convinto che nemmeno da una pandemia si possa uscire senza pianificazione: "L'Italia è piena di piazze perennemente deserte perché progettate bene ma pianificate male" dice il presidente dell'Inu Talia. "Col sapere degli urbanisti andrebbe perso il legame tra progetto, sensibilità ambientale, sviluppo economico e partecipazione diffusa". Non sembra un buon segno che nelle tante task force per il dopo epidemia non ci sia traccia di urbanisti, paesaggisti o conservatori. Ma nemmeno di architetti.
Sul Venerdì del 5 giugno 2020
La proposta di riforma della professione lanciata dal Consiglio nazionale degli Architetti, Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori (Cnappc) nasce prima del virus ma è radicale come se seguisse il contagio. In pratica, vuole eliminare tre figure su quattro: si torna a parlare di architetti senza altri compagni di viaggio. L'acronimo si accorcia, e dopo vent'anni di apertura a nuovi ruoli e nuove professioni torna a essere Cna, Consiglio nazionale degli architetti. Con buona pace di paesaggio, pianificazione e conservazione.
La sorpresa è stata grande, le reazioni delle associazioni di categoria pressoché unanimi: "La nostra professione ha bisogno di ampliare, non di ridimensionare le competenze legate alla progettazione del paesaggio" dice Maria Cristina Tullio, presidente di Aiapp, la storica associazione dei paesaggisti italiani. "Questa bozza di riforma vede l'architetto essenzialmente come progettista di manufatti" nota Michele Talia, presidente dell'altrettanto storico Istituto nazionale di Urbanistica (Inu). "Ma oggi il nostro compito, più che costruire edifici, è ripensare i tempi e i modi delle città". E nettamente contrari si sono detti anche i paesaggisti della Iasla, che parlano di "intempestività storica", e gli urbanisti della Siu e dell'Assurb, che definiscono la bozza "irricevibile": superato lo sconcerto per la selva di sigle, si capisce che in molti non ci stanno a tornare all'era pre 2001, quando il decreto 328 del presidente della Repubblica registrò formalmente l'emergere di tre nuove professioni legate a paesaggio, pianificazione e beni culturali. Un paesaggista ironizza: "Questa controriforma sembra fatta su misura per chi crede che occuparsi di paesaggio sia costruire "boschi verticali" alla Stefano Boeri". Un urbanista rilancia: "Secondo Massimiliano Fuksas per superare il coronavirus dovremmo abolire tutti gli appartamenti al di sotto dei 60 metri quadri: ecco un'idea che non sarebbe mai venuta in mente a un pianificatore". Se voleva risvegliare lo spirito di corpo, la bozza di riforma ha già centrato l'obiettivo.
In Italia c'è un architetto ogni 400 abitanti, quasi il doppio che in Germania, più del quadruplo della Francia. Sono tanti, e per chi non si sia già rifugiato a Berlino, Parigi o Zurigo sono tanti anche i problemi di reddito, occupazione, ruolo: "Questa riforma vuole fare chiarezza su una professione regolata da un regio decreto del 1925 e da decine di leggi e direttive accumulate negli anni" dice Massimo Crusi, l'architetto a capo del gruppo di lavoro del Cnappc che ha partorito la proposta. I tantissimi professionisti sono in logica competizione tra loro, e c'è chi nella bozza vede il tentativo della maggioranza degli architetti "generici" di riappropriarsi di frange di attività che rischiano di finire appannaggio degli specialisti: "Ma su 154 mila iscritti all'Ordine sono 148 mila gli architetti, solo 1400 i pianificatori e appena 450 i paesaggisti" fa notare Crusi. "Prima delle opinioni, sono i numeri a dire che la riforma del 2001 non ha funzionato come si sperava". Ben venga una correzione di rotta, rispondono i contestatori, ma senza azzerare figure che saranno sempre più indispensabili allo sviluppo dei nostri territori: "Viviamo una fase delicata" ammonisce Michele Talia. "In cui andrà ripensata la stessa densità urbana che è alla base dell'energia economica e culturale delle nostre città". Riforma, controriforma e ritorno. Sembra una diatriba tra loro, potrebbe riguardare noi tutti.
Ma perché non dovremmo farci bastare gli architetti-architetti? Che bisogno c'è dei colleghi paesaggisti? "Prima che estetica, quella dell'integrazione con la natura è una grande questione ambientale e di tutela della salute" riflette Emanuele von Normann, paesaggista e docente di Progettazione di spazi aperti all'Università di Roma Tre. "Annacquare le competenze che legano il progetto al territorio vuol dire mettere a rischio il futuro e il benessere del nostro Paese, e fare un balzo indietro di più di vent'anni". Von Normann fa l'esempio del Nord Europa, dove il tema del paesaggio è da tempo sottratto alla dimensione contemplativa per essere affidato alle cure di architetti paesaggisti in stretta partnership con ingegneri e medici ambientali. E di Danimarca parla anche la presidente dell'Aiapp Maria Cristina Tullio: "Lì il paesaggista sovrintende addirittura al lavoro dell'urbanista, per non dire dell'architetto: la singola casa si inserisce in un piano urbano che a sua volta è pensato a partire dalle caratteristiche naturali dei luoghi".
Ma alla nostra ripartenza servirà tanta attenzione al contesto? "Serviranno competenze ambientali" puntualizza Tullio. "Se a progettare una pista ciclabile è un ingegnere si preoccuperà solo di integrarla nel traffico, se la prende in mano un paesaggista saprà piantare alberi, alimentare falde acquifere, favorire la ventilazione, far crescere siepi di protezione, creare insomma un vero e proprio canale ecologico all'interno della città". Eppure la pandemia sembra covare urgenze dai modi molto più spicci: "L'interazione uomo-natura resta la priorità in tutta Europa: l'Italia può scegliere di essere il fanalino di coda, ma nemmeno questa riforma anacronistica riuscirà a farci tornare indietro".
Massimo Crusi sottolinea che quella presentata è solo una bozza attualmente in lievitazione presso i Consigli regionali dell'Ordine: "Siamo aperti a ogni contributo, ma l'idea di fondo è che solo un architetto senza aggettivi sia in grado di governare le complessità del nostro tempo". In fondo era così anche nel Rinascimento: "Ma non siamo nel Rinascimento!" taglia corto Von Normann. Eppure se tutto va come deve andare, oltre ai paesaggisti spariranno anche i conservatori di beni culturali. Per non parlare degli urbanisti: "Resteranno gli architetti, che ancora nel 2020 si formano al 90 per cento sulla pura progettazione di edifici" dice Mario Cerasoli, urbanista di Roma Tre. "Ma per capire che non sarà l'architettura a salvare le città basta andare nella periferia romana di Tor Tre Teste: la celebre Chiesa di Dio Padre di Richard Meier invece di rivitalizzare il contesto ha finito per subirne e quasi amplificarne i problemi".
Chi contesta la (contro)riforma è convinto che nemmeno da una pandemia si possa uscire senza pianificazione: "L'Italia è piena di piazze perennemente deserte perché progettate bene ma pianificate male" dice il presidente dell'Inu Talia. "Col sapere degli urbanisti andrebbe perso il legame tra progetto, sensibilità ambientale, sviluppo economico e partecipazione diffusa". Non sembra un buon segno che nelle tante task force per il dopo epidemia non ci sia traccia di urbanisti, paesaggisti o conservatori. Ma nemmeno di architetti.
Sul Venerdì del 5 giugno 2020