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James Ellroy nel 2019 a una presentazione dell’edizione americana di Questa tempesta (Michael Tullberg/ Getty Images) 

"Questa tempesta": romanzo storico versione noir

Le saghe di James Ellroy, raccontano i grandi eventi attraverso le vicende private di piccoli personaggi. Un po’ come accade nei Promessi sposi. Ma con killer e truffatori per protagonisti
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«Io propongo una Storia segreta. Quello che racconto è fondamentalmente l’incubo privato delle politiche pubbliche. Sappiamo tutti che per ogni grande avvenimento pubblico violento, sporco, devono esserci piccoli tirapiedi che fanno il loro sporco lavoro da formiche. Sono loro i miei uomini». Così dichiarava James Ellroy in un’intervista del 2004, rilasciata dunque nell’intervallo tra il secondo e il terzo capitolo della sua trilogia Underworld USA, inaugurata nel 1995 da American Tabloid.

La volontà di scrivere la Storia segreta del suo Paese è probabilmente la chiave per leggere tutta la produzione recente di questo che è il vero maestro del crime contemporaneo, statunitense e non solo. I suoi ultimi romanzi, assecondando e portando alle conseguenze estreme un processo già avviato nei capolavori della quadrilogia losangelina, da Dalia Nera a L.A. Confidential, si collocano all’intersezione tra privato e p…
«Io propongo una Storia segreta. Quello che racconto è fondamentalmente l’incubo privato delle politiche pubbliche. Sappiamo tutti che per ogni grande avvenimento pubblico violento, sporco, devono esserci piccoli tirapiedi che fanno il loro sporco lavoro da formiche. Sono loro i miei uomini». Così dichiarava James Ellroy in un’intervista del 2004, rilasciata dunque nell’intervallo tra il secondo e il terzo capitolo della sua trilogia Underworld USA, inaugurata nel 1995 da American Tabloid.

La volontà di scrivere la Storia segreta del suo Paese è probabilmente la chiave per leggere tutta la produzione recente di questo che è il vero maestro del crime contemporaneo, statunitense e non solo. I suoi ultimi romanzi, assecondando e portando alle conseguenze estreme un processo già avviato nei capolavori della quadrilogia losangelina, da Dalia Nera a L.A. Confidential, si collocano all’intersezione tra privato e pubblico, tra narrazione e ricostruzione documentale. Sfilavano così in American Tabloid – ambientato tra il 1958 e il 1963 – tutti i protagonisti di una stagione tra le più tragiche e complesse del Novecento americano: dai fratelli Kennedy a Jimmy Hoffa, da J.Edgar Hoover a Howard Hughes. Ma rimanevano in qualche modo sullo sfondo, nelle vesti di grandi burattinai, perché lo sguardo dell’autore era tutto concentrato a illuminare una congerie di personaggi minori, «sbirri corrotti e artisti del ricatto», «intercettatori, soldati di fortuna e cabarettisti froci», nei quali era più facile cogliere l’anima segreta di un Paese che si è sempre dichiarato innocente senza in fondo mai esserlo.

Più che un giallista, Ellroy è divenuto nel corso degli anni un narratore quasi manzoniano nel contrapporre alla “storia ufficiale” quella minore ma tanto più illuminante dei «piccoli tirapiedi»: una variante sporca delle “genti meccaniche e di piccol affare” delle quali, nei Promessi sposi, si celebrava l’umiltà, la resilienza e la fede. Con American Tabloid il noir, genere per definizione ossessivo e paranoico, ha fatto irruzione sulla scena del romanzo storico, inventandone una versione diversa e complementare rispetto a quella dei maestri del postmoderno. Scegliendo di raccontare la saga dei Kennedy e le menzogne che «continuano a vorticare intorno alla sua fiamma eterna», Ellroy, più che con il nuovo crime americano (che ha in Michael Connelly l’esponente forse più illustre), si è ritrovato a dialogare con le formidabili macchine narrative rappresentate da Libra, di Don DeLillo, e da Il racconto di Oswald: un mistero americano di Norman Mailer, gettando al tempo stesso un ponte verso un’altra, meravigliosa rivisitazione dello stesso periodo storico e degli stessi eventi, intima e intrisa di nostalgia, come 22/11/1963 di Stephen King.

Conclusa nel 2009 la trilogia Underworld USA con Il sangue è randagio, e divenuto un modello per tutta la narrativa crime che volesse alzare il tiro e trasformare il genere in uno specchio privilegiato della storia (in ambito italiano, non è un mistero che uno dei titoli di lavoro di Romanzo criminale, il poderoso affresco di Giancarlo De Cataldo incentrato sulla Banda della Magliana, fosse Italian Tabloid), Ellroy si è lanciato in un altro progetto che, per diversi aspetti, rappresenta un anello di congiunzione tra i due precedenti cicli narrativi. È tornato cioè alla Los Angeles celebrata nella quadrilogia inaugurata da Dalia Nera, concentrandosi stavolta su un evento storico sepolto dietro la retorica democratica della Seconda guerra mondiale: l’internamento di circa 110 mila giapponesi-americani che vivevano in larga parte lungo la costa del Pacifico, accompagnato dalla confisca dei loro beni, che scatena l’avidità di una serie di «tirapiedi, piccoli e grandi». I loro nomi non sono ignoti agli appassionati di Ellroy: ricompaiono, più giovani ma già irrimediabilmente corrotti, i protagonisti di capolavori come Il grande nulla, L.A. Confidential, White Jazz. Uno su tutti: Dudley Smith, il detective che incarna l’anima più nera della polizia di Los Angeles, e che nel primo capitolo di questa nuova quadrilogia, Perfidia, dedicato ai giorni di Pearl Harbour, tentava di prendere il controllo del traffico di eroina (e di esseri umani) tra Messico e Stati Uniti.

È ora il turno di Questa tempesta, che riparte esattamente dalla fine di Perfidia e ne ribadisce molte delle caratteristiche, prima fra tutte una fortissima compressione del racconto. Se la trama di Perfidia era concentrata in un solo mese, il dicembre del 1941, Questa tempesta conduce il lettore fino all’aprile del 1942, concentrandosi su un pugno di eventi “minori” tra i quali spiccano la caccia a Tommy Glennon, piccolo criminale e pervertito che Dudley Smith vuole morto per evitare che racconti un episodio “imbarazzante” del suo passato, e il ritrovamento a Griffith Park di un cadavere sepolto dentro una bara quasi dieci anni prima e che potrebbe essere il fratello del detective Elmer Jackson. A indagare sul cold case è Joan Conville, sottotenente di vascello cooptata nella polizia dopo un incidente d’auto nel quale, ubriaca, ha ucciso quattro braccianti messicani, e Hideo Ashida, genio della medicina legale che si è venduto a Dudley Smith per risparmiare l’internamento a se stesso e alla sua famiglia.

Questa tempesta non è una passeggiata, per il lettore: chi ha fatto l’abitudine al giallo, nostrano e non, basato su una singola indagine che si conclude con l’individuazione del colpevole e il ripristino di una forma di ordine, si troverà travolto da una concatenazione di violenze, ambiguità e compromessi etici che non risparmia nessun personaggio. Soprattutto, dovrà fare i conti con una scrittura vorticosa e indiavolata, in cui il quotidiano, frenetico arrabattarsi di piccoli personaggi ci scorre davanti quasi senza pause: un caos apparente al quale l’unico a sottrarsi è Hideo Ashida. La sua capacità di trasformarsi in «Macchina Fotografica Umana», in «obiettivo invertito», e di diventare l’oggetto che sta osservando, ne fa il portavoce dell’autore all’interno del romanzo, l’unica garanzia che la catena di sangue che ci vediamo scorrere davanti possa essere, se non interrotta, quanto meno compresa.

Sul Venerdì del 12 giugno 2020