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Roma, 17 giugno 1970: i tifosi festeggiano in strada la vittoria dell'Italia (Lapresse) 

Italia-Germania 4-3: l'altra Liberazione

El partido del siglo fu la coda agonistica della Resistenza, la resa dei conti con i tedeschi, conclusa vittoriosamente ai supplementari da Rivera, il partigiano Gianni. Poi, per la prima volta, la gente scese in strada e il tifo si trasformò in festa di popolo
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ITALIA-GERMANIA 4-3 è l’unica partita che porta il risultato incastonato nel nome. Perché non è solo un match di football ma appartiene di diritto all’epica, sportiva e non solo. In realtà, lo scontro dell’Azteca è la madre di tutte le battaglie calcistiche. Ma anche la coda agonistica della Resistenza. Era la resa dei conti con i tedeschi, conclusa vittoriosamente ai supplementari da Rivera, il partigiano Gianni, che mise a segno il gol della Liberazione. Oggi una stele posta all’ingresso dello stadio di Città del Messico rende omaggio alle due squadre che il 17 giugno 1970, giocarono “El partido del siglo”, l’incontro del secolo. Nemmeno la vittoria ai mondiali di Spagna nel 1982, sempre a spese dei panzer, con urlo tarzanesco di Tardelli e gesto ai limiti dell’etichetta del Presidente Pertini (quasi un tiè), ebbe lo stesso impatto emotivo. Forse perché i teutonici, infilzati sul …
ITALIA-GERMANIA 4-3 è l’unica partita che porta il risultato incastonato nel nome. Perché non è solo un match di football ma appartiene di diritto all’epica, sportiva e non solo. In realtà, lo scontro dell’Azteca è la madre di tutte le battaglie calcistiche. Ma anche la coda agonistica della Resistenza. Era la resa dei conti con i tedeschi, conclusa vittoriosamente ai supplementari da Rivera, il partigiano Gianni, che mise a segno il gol della Liberazione. Oggi una stele posta all’ingresso dello stadio di Città del Messico rende omaggio alle due squadre che il 17 giugno 1970, giocarono “El partido del siglo”, l’incontro del secolo. Nemmeno la vittoria ai mondiali di Spagna nel 1982, sempre a spese dei panzer, con urlo tarzanesco di Tardelli e gesto ai limiti dell’etichetta del Presidente Pertini (quasi un tiè), ebbe lo stesso impatto emotivo. Forse perché i teutonici, infilzati sul nascere da Paolo Rossi, non entrarono mai veramente in partita. Invece l’altalena di gol messicana fece venire il cardiopalma a venti milioni di italiani. Al fischio finale, Gianni Brera scrisse che quei 120 minuti avrebbero meritato epinici e ditirambi, come le grandi imprese degli antichi atleti a Olimpia, dove lo sport andava oltre sé stesso per diventare rito di appartenenza, transe patriottica.

Non a caso il trionfo degli Azzurri accese una fiammata di orgoglio nazionale. Fu la prima volta che la gente scese in strada e il tifo si trasformò in festa di popolo. Un cerimoniale che da quella notte si ripete a ogni grande vittoria. Anche se con la stessa rapidità, alla prima sconfitta, il patriottismo lascia il posto al disfattismo. È un fatto antropologico prima ancora che calcistico, un riflesso dell’ancestrale inclinazione italica ad accorrere in aiuto dei vincitori. In realtà il tifo per la squadra azzurra è lo specchio del rapporto tra gli italiani e la Nazione. In un Paese municipalista, campanilista, localista come il nostro, solo la squadra del cuore ha diritto a un amore sviscerato e incondizionato, mentre quella che rappresenta l’unità nazionale, l’affetto del pubblico deve conquistarselo partita dopo partita. Sarà a causa di questa “astenia patria” che l’Italia, ancor prima di nascere, ha sempre avuto bisogno di campioni che le tirassero su il morale, che vincessero anche per gli altri. Dai tre Orazi e tre Curiazi ai tredici della disfida di Barletta, dai trecento di Pisacane ai mille di Garibaldi. Fino agli undici dell’Azteca. Ma che undici!

Sul Venerdì del 12 giugno 2020