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Un’immagine degli scontri razziali a Los Angeles nel 1992 (Mark Downey Lucid Images/Corbis via Getty Images) 

James Ellroy: io sto con i poliziotti

"Non parlo di attualità" proclama lo scrittore, mentre gli States sono in fiamme ed esce il suo libro ambientato nella Los Angeles del 1942. Ma come la pensa si capisce benissimo: "Sono egoista. Un vero americano"
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Tra trecento e passa milioni di americani la persona più originale e meno allineata da interpellare sul tema "violenza della polizia" è probabilmente James Ellroy. Se a Ellroy importasse qualcosa del presente. Quando risponde al telefono da Denver, superato un filtro che blocca ogni chiamante sconosciuto, nel centro della città dove abita, centinaia di dimostranti stanno protestando contro la morte di George Floyd, soffocato in slow motion dal ginocchio di un agente. "Non parlo dell'America di oggi" chiarisce ultimativo, dopo un paio di domande di avvicinamento alla notizia del giorno. A niente vale ricordargli quanto aveva sostenuto in un caso simile, quello del pestaggio di Rodney King, altro afroamericano, durante un arresto che portò poi a scontri, devastazioni e sessantatré morti nella Los Angeles del '92. "Se guardate ai tre minuti di tutto il video sembra un'interdizione da manuale di un sospetto violento&q…
Tra trecento e passa milioni di americani la persona più originale e meno allineata da interpellare sul tema "violenza della polizia" è probabilmente James Ellroy. Se a Ellroy importasse qualcosa del presente. Quando risponde al telefono da Denver, superato un filtro che blocca ogni chiamante sconosciuto, nel centro della città dove abita, centinaia di dimostranti stanno protestando contro la morte di George Floyd, soffocato in slow motion dal ginocchio di un agente. "Non parlo dell'America di oggi" chiarisce ultimativo, dopo un paio di domande di avvicinamento alla notizia del giorno. A niente vale ricordargli quanto aveva sostenuto in un caso simile, quello del pestaggio di Rodney King, altro afroamericano, durante un arresto che portò poi a scontri, devastazioni e sessantatré morti nella Los Angeles del '92. "Se guardate ai tre minuti di tutto il video sembra un'interdizione da manuale di un sospetto violento" aveva commentato sulla New York Review of Books "mentre se vi limitate ai 56 secondi scelti e mandati in loop in tv, allora sembra qualcosa di totalmente diverso". Oggi dice soltanto: "Non parlo dell'attualità". Né di vecchie dichiarazioni. Punto.

Il video amatoriale, fu poi appurato, durava in totale 81 secondi, quindi il tempo restante, quello che avrebbe dovuto ridimensionare l'agghiacciante violenza in uniforme, era stato partorito dall'immaginazione dell'autore di L.A. Confidential. A conferma di un amore senza riserve, quello per la polizia, che mise radici inestirpabili il giorno tragico di sessantadue anni fa, quando il bambino James torna a casa e la trova cordonata da auto con lampeggianti. "Molto semplicemente ho dato il mio cuore agli uomini del Lapd, il Dipartimento di polizia di Los Angeles, in occasione dell'omicidio di mia madre" confesserà più tardi. Non importa se sono violenti, omofobi, razzisti, occasionalmente antisemiti. Perché costituiscono ormai la sua famiglia adottiva. E sono i protagonisti dei suoi romanzi. "Diciannove libri, tutti capolavori che precedono i miei capolavori futuri. Libri che vi lasceranno scorciati, lavati e stirati", "libri per tutta la fottuta famiglia, se di cognome fate Manson" secondo il monologo con cui da anni apre le sue presentazioni dal vivo, dopo il tradizionale saluto a "guardoni, malintenzionati, pederasti, sniffatori di mutandine, teppisti e magnaccia. Sono James Ellroy, il cagnaccio infernale con la verga da verro, il gufo cattivo che fa il ringhio della morte, il cavaliere bianco della destra estrema e l'astuto imbroglione con il cazzo di un asino". "C'è o ci fa?" è dunque il martellante interrogativo sotto i cui minacciosi auspici inizia un'intervista agevole come l'estrazione di un molare inferiore intorno alla sua ultima, torrenziale impresa da 855 pagine: Questa tempesta, in uscita il 16 giugno da Einaudi.

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Perché mette in esergo la frase di Mussolini secondo cui "Solo il sangue muove le ruote della storia"?
"Perché è un libro molto sanguinoso. E quando lo apri con una cosa detta dal Duce (lo dice in italiano), ottieni l'attenzione della gente".

Un libro in cui, tra gli altri, incontriamo nazisti che fingono di essere poliziotti che partecipano a orge in cui fa capolino anche Orson Welles. Ellroyland non è mai stata una località amena, ma stavolta è addirittura peggio del solito?
"La storia è ambientata nel 1942. La Seconda guerra mondiale non era un bel momento. Tutto un puto (detto in spagnolo, verosimilmente credendolo italiano, e intendendo "fottuti") fascistos e comunistos, tutti insieme appassionatamente. Ho creato un gigantesco complotto dove l'importante è sopravvivere. Dove i fascisti e i comunisti ti prendono i soldi, ti revocano i diritti civili, ti uccidono. Insomma sono gentaccia. Mentre ci sono anche Elmer Jackson (che parte poliziotto buono, poi peggiora), Bill Parker (capo della polizia cittadina con un problemino di alcol), Kay Lake (una donna tanto avvenente quanto intrepida), Hideo Ashida (talentuoso membro della scientifica) che combattono questi stronzi per distruggerli".

A proposito di Welles, di cui aveva parlato anche nel precedente Perfidia, non sembra amarlo molto: cosa le ha fatto?
"È semplicemente full of shit, un bluff che dice e fa stronzate. Mai piaciuto. Né come artista né politicamente anche se non credo, a differenza di quel che pensa il personaggio Dudley Smith (il poliziotto cattivissimo, una specie di dito medio vivente contro ogni correttezza politica), che fosse davvero comunista quanto più genericamente di sinistra".

Leggendo i suoi libri - e questo non fa eccezione, con Negrotown per descrivere il quartiere nero e svariati neri picchiati dalla polizia come se il manganello fosse una normale alternativa al punto interrogativo nella costruzione della frase - sembra che il razzismo sia un carattere fondante del suo Paese. Sbaglio?
"Non parlo dell'America di oggi. Ma non direi che l'America è un paese razzista e non mi piace neppure il termine. Non si capisce bene cosa dovrebbe descrivere. Negli anni 40 non esisteva neppure, nell'uso comune. Se invece parliamo di malanimo nei confronti di neri, messicani, ebrei, cattolici  protestanti durante la seconda guerra mondiale, di quello ce n'era parecchio. Al posto di razzismo direi rancore o odio razziale".

Ora che il lessico è stato emendato, quali sono per lei i difetti peggiori degli esseri umani?
"La disponibilità a compiere la violenza. L'arroganza e l'egoismo che si trovano in abbondanza nel mondo. Ma io vivo nel passato. Non ho computer, né cellulare, né tv. Dunque non guardo né le notizie né internet. Non me ne importa un cazzo. Quello che i recensori faticano a comprendere, cercando agganci con l'attualità, è che io vivo in un mondo di finzione. E mi ci trovo benissimo".

Occasionalmente però, in questi anni, alcuni commenti le sono sfuggiti. Tipo a proposito della pena di morte, che dall'Europa facciamo fatica a mettere a fuoco. Era a favore: lo è ancora?
"Sì. Anche se viene eseguita molto di rado. Certi colpevoli di omicidi turpi, assassini di poliziotti o autori di crimini sessuali, devono essere fatti fuori. Conosco l'obiezione degli errori giudiziari, ma no, è un rischio davvero molto basso".

Perdoni se torno sui poliziotti ma nei suoi libri sono spesso esseri umani pessimi: non le sembra di fare un cattivo servizio alla loro immagine?
"Senta, io non provo a far cambiare ai lettori il modo in cui guardano il mondo. Che per me va bene esattamente com'è. Sono felice di vendere i libri. Di fare soldi vendendoli. Sono molto egoista, un vero americano. Abbassare le tasse, quella è una cosa che mi preoccupa, e che andrebbe fatta. Detto questo, tornando al 1942, l'agente Jackson era un ragazzo adorabile mentre l'agente Smith lo era molto meno, era cattivo".

Due anni fa, a pochi chilometri da dove si trova adesso, incontrai alcuni superstiti del massacro della scuola di Parkland. Uno di loro, un giovane nero, mi disse che a lui facevano più paura le armi della polizia che quelle in mano alla popolazione. Non è un'affermazione che fa pensare?
"No. Una volta avevo una trentina tra fucili e pistole, ora solo cinque. Sono un uomo da armi. Sono oggetti belli, fichi, mi piacciono proprio".

Durante il confinamento molti suoi concittadini sono andati a farne ulteriori scorte. Lei ha definito la sua una vita "rimuginante, beethoveniana e monastica". La pandemia l'ha cambiata?
"Ho 72 anni mentre la mia fidanzata Hellen, ex moglie con cui mi sono rimesso insieme e che sta in un altro appartamento alla fine del corridoio, sessantatré. Quindi va lei a fare la spesa. Io resto dentro come prima. Mi alzo e comincio a lavorare. Che significa anche rispondere a chiamate come questa. Poi scrivo a mano dei messaggi e li faxo alla mia assistente, che mi risponde sempre via fax. E poi ho una macchina per la ginnastica e una finestra alla quale affacciarmi. Ho creato un mondo di finzione che ha per protagonisti Hollywood, il Lapd, un sottomondo di umani. Che sopravviverà anche alla mia scomparsa".

Ha dichiarato che il problema tra voi non è mai stato la fedeltà ma la coabitazione. E che un gioco che vi piace fare insieme è antropomorfizzare i cani che vedete, compreso il vostro bull terrier immaginario che chiamate Ingrid...
"Non ho certo la pretesa di estendere ad altri quel che ha funzionato per noi ma, essendo entrambi tipi solitari e tranquilli, è bello avere l'opzione della solitudine pur potendoci vedere tutte le volte che vogliamo. Quanto ai cani, li amo. Mi piacciono soprattutto i pitbull, i mastini italiani. Mi piace baciarli, dormirci insieme. Sono le creature più belle. Talvolta immagino di essere un cane anch'io". (Gli piace anche essere chiamato El Perro, il cane, e al Pacific Dining Car, un ristorante di Los Angeles dove aveva un tavolo riservato sotto due quadri a tema canino, si narra che intrattenesse i commensali poliziotti con ululati al passaggio di qualche bella avventrice rossa di capelli. Come la madre, che gli aveva regalato un cucciolo poco prima dello stupro omicida. Chiudendo, con unico gesto, il cerchio delle sue ossessioni).

Tra le poche digressioni rispetto alla ferrea regola di vivere nel passato pare che legga almeno un autore contemporaneo: chi e perché?
"Daniel Silva. Mi piace il suo personaggio. Un sicario del Mossad che è anche un restauratore d'arte. In pratica è il Robert Ludlum del nuovo millennio. Belle donne, sparatorie, intrighi. Ma mi piace anche Thomas Mallon, uno storico di talento che sa un sacco di politica contemporanea. Ha scritto sulla vittoria di Bush e il miglior libro di tutti i tempi sul Watergate".

C'è chi ha messo in relazione la sua scrittura sincopata con il jazz: è l'unica musica che ascolta?
"Prevalentemente. Bebop. Bird (Charlie Parker). Dizzie (Gillespie). Art Pepper. Coltrane. Duke Ellington. E poi musica classica".

Ultimo film visto?
"Vado al cinema di rado. L'ultimo degli ultimi due anni è stato quello di Tarantino su Charlie Manson (C'era una volta a... Hollywood). Ne avevo visti altri di quel regista ma questo mi ha divertito di più perché il vero eroe è un pitbull".

Inutile chiederle di serie tv, per mancanza di apparecchi, immagino...
"Invece ho visto Forbrydelsen, che siginfica l'uccisione, The Killing, una serie danese andata in onda 13 anni fa. Da allora niente".

Ho perso il conto dei tentativi infruttuosi di trovare un varco nella fortificazione che si è imposto nel commentare i fatti d'attualità. Perché i personaggi di Questa tempesta sono volgari, senza scrupoli e funzionerebbero come trampolino di lancio ideale per parlare di Trump. Chiedo dunque:
Si è definito conservatore, ma come riassumerebbe i suoi valori politici?
"È molto semplice. Stanno tutti nella seguente frase: la difesa dell'Occidente. Di cui anche l'Italia fa parte".

Gli unici spiragli di ottimismo che ho trovato nel libro si incardinano su tre parole che ritornano più volte: "Le persone cambiano". Ma cosa serve per farle cambiare?
"Il desiderio di cambiare e l'impeto per farlo. Devono avere una ricompensa per farlo e il cambiamento deve diventare un'alternativa praticabile. Ma la gente cambia. Sono ottimista. E sono felice".

Lei, ad esempio, com'è cambiato?
"Sono più tollerante. Più gentile con gli altri. Tornare con Hellen mi ha fatto bene. E anche trasferirmi a Denver, un posto più tranquillo e pacifico".

Non guardare la tv aiuta. Nei quattro giorni dopo la nostra chiacchierata, tra cariche della polizia e gas lacrimogeni, sono stati arrestati 284 dimostranti. E al momento di andare in stampa, in molte città vigeva il coprifuoco. È verissima invece la risposta che, tempo addietro, Ellroy dette a un altro povero intervistatore che cercava di scavare sul perché l'autore fosse così arroccato sul passato. "Qualcuno chiese a Stephen King una cosa simile: 'Perché sceglie di scrivere di argomenti così macabri?' E lui: 'Perché dà per scontato che io abbia scelta?'".

Sul Venerdì del 12 giugno 2020