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Il relitto del Dc9 Itavia in un hangar a Pratica di Mare. Ora è esposto a Bologna. La strage fece 81 vittime (Ansa) 

Ustica & Bologna: un’unica strage

27 giugno e 2 agosto 1980. Quarant’anni fa. Due ferite ancora aperte. Nessuna verità. Ora un’inchiesta di Paolo Cucchiarelli le collega in un solo scenario. E farà discutere. Come sempre
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ROMA. In Italia per vederci chiaro bisogna vederci doppio. Non è un'istigazione all'etilismo, ma quanto si ricava dal poderoso lavoro investigativo di Paolo Cucchiarelli sui più cruenti buchi neri della storia repubblicana. In un bestseller del 2009, sostenne, tra polemiche furibonde, che a piazza Fontana le bombe furono due: una neofascista, un'altra di anarchici manipolati. Nelle inchieste sul caso Moro ricostruì poi la trama del "doppio soggetto politico" - Br e strutture parallele dell'intelligence Usa - che sarebbe stato il vero burattinaio dell'affaire. Adesso lo schema binario riaffiora nelle seicento e rotte pagine di Ustica &Bologna (La Nave di Teseo), dedicato alle stragi di cui ricorrono i quarant'anni. Detto in brutale sintesi: secondo l'autore, per abbattere il Dc9 dell'Itavia il 27 giugno 1980 fu decisivo l'intervento-killer di un "doppio Air Malta", un aereo "fantasma"  volut…
ROMA. In Italia per vederci chiaro bisogna vederci doppio. Non è un'istigazione all'etilismo, ma quanto si ricava dal poderoso lavoro investigativo di Paolo Cucchiarelli sui più cruenti buchi neri della storia repubblicana. In un bestseller del 2009, sostenne, tra polemiche furibonde, che a piazza Fontana le bombe furono due: una neofascista, un'altra di anarchici manipolati. Nelle inchieste sul caso Moro ricostruì poi la trama del "doppio soggetto politico" - Br e strutture parallele dell'intelligence Usa - che sarebbe stato il vero burattinaio dell'affaire. Adesso lo schema binario riaffiora nelle seicento e rotte pagine di Ustica &Bologna (La Nave di Teseo), dedicato alle stragi di cui ricorrono i quarant'anni. Detto in brutale sintesi: secondo l'autore, per abbattere il Dc9 dell'Itavia il 27 giugno 1980 fu decisivo l'intervento-killer di un "doppio Air Malta", un aereo "fantasma"  volutamente occultato nelle indagini. Mentre a Bologna il 2 agosto dell'80 scoppiarono due ordigni: un carico di potente esplosivo che nella stazione si trovava soltanto in transito e fu fatto saltare da terzi con un detonatore applicato proditoriamente all'ultimo; più una bomba di minore entità che provocò la deflagrazione di quel carico, ma ad insaputa di coloro che l'avevano piazzata: i "ragazzini" neofascisti dei Nar, spinti dai Servizi in una trappola, e finiti - un po' come gli "anarchici infiltrati" di piazza Fontana - in un botto più grande di loro.

Romano, classe 1956, lunga esperienza all'Ansa, Paolo Cucchiarelli detesta la parola "mistero" se utilizzata in ambito giornalistico ("Può essere tollerata solo sull'Osservatore Romano"). Non è un mistero comunque che, negli anni, le sue audaci letture dei grandi plot italiani gli siano valse una reputazione da "sfrenato dietrologo", uomo "dalle tesi stravaganti", campione "nell'ars duplicatoria", tanto per limitarci agli epiteti più educati. "Qualcuno mi chiama 'il matto'" sorride "ma io non forzo i dati. Per far riemergere le storie sommerse nelle carte mi limito a collegare i puntini come nel gioco della Settimana enigmistica". In apertura del nuovo libro scrive: "In questa inchiesta non c'è un solo documento 'segreto'... Nessuna gola profonda, nessun 'pentito', nessun misterioso personaggio che di punto in bianco decide di rendere noto tutto quello che sa". Vero. Ma a permettergli di ricondurre le stragi di Ustica e Bologna dentro un unico disegno internazionale di Attacco all'Italia (sottotitolo del libro) sono soprattutto le dichiarazioni di Marco Affatigato, ex estremista di destra e pluritrafficante (armi, uranio, plutonio) che fu tirato in ballo in entrambe le vicende, ma perché volevano fregarlo, farne una testa di legno. Depistaggi.

Però Affatigato sa cose. È un "uomo a cassetti". Un giorno, incontrandolo in un bar di Lucca, Cucchiarelli gli chiede a bruciapelo: quanto uranio c'era sull'aereo di Ustica? "Quanto ne entra qui dentro" risponde l'ex neofascista sollevando una tazzina da caffè. La pista dell'uranio non è nuova. Ma, stando a Cucchiarelli, per non fare arrivare quel carico segreto a destinazione fu scatenato contro il Dc9 un attacco militare "non ortodosso". Un'aggressione sofisticata che prima impedì all'aereo di lanciare un Sos e poi ne spezzò il volo colpendolo anche con un missile. "Quella secondo cui il velivolo si sarebbe trovato coinvolto in uno scontro che aveva come obiettivo l'abbattimento di un aereo con a bordo Gheddafi è una delle tante balle raccontate su questa vicenda. Non c'era nessun jet con sopra Gheddafi" dice l'autore. L'obiettivo, sostiene, era proprio quel Dc9 Itavia e quel "pacchetto" che, sotto copertura italiana, sarebbe dovuto arrivare a Palermo per poi raggiungere Tunisi ed essere preso in consegna da chi lavorava ai progetti di bombe atomiche "canaglia": Libia e Pakistan. Progetti che Usa, Francia e Israele intendevano stroncare. A qualunque costo.

Ma è possibile, chiedo, che un carico di tale importanza sia stato imbarcato sull'aereo come tranquillo bagaglio a mano? "Per schermare l'uranio ci vuole poco" assicura Cucchiarelli. "E poi all'epoca i controlli erano quasi zero". Nella fattispecie furono addirittura nulli. Se è vero che a portare l'involucro sul Dc9 sarebbe stato un enigmatico soggetto scortato da agenti di sicurezza. Il decollo del volo Itavia ritardò di due ore, ricorda Cucchiarelli, per permettere l'imbarco di un non meglio precisato "detenuto", aggiunto all'ultimo alla lista passeggeri.

Ma torniamo per un attimo sulla terra: 81 morti a Ustica, 85 a Bologna. Centinaia di famiglie stravolte dal dolore e da quarant'anni di fanfaluche. Per ritrovare il bandolo di quelle carneficine bastano le affermazioni di Affatigato? Perché fidarsi di lui? "Marco Affatigato non frequenta i carmelitani scalzi, è un uomo dalla fedina penale complessa" concede Cucchiarelli "però le cose che dice trovano riscontro nelle carte. Non solo. Da anni Affatigato ci ripete che per capire Ustica e Bologna dobbiamo guardare più in là, in quegli scenari internazionali che adesso sono accettati, ma che fino a poco tempo fa se ne parlavi eri considerato un depistatore".

Guardare quindi all'Italia della diplomazia grigia, subacquea, alle sue cangianti lealtà tra Occidente e Medioriente nella fetida temperie di fine Guerra fredda. Ambigui giochi di alleanze che le potenze praticano da sempre, ma che all'Italia - Paese cerniera tra i blocchi, Paese sotto eterna tutela - vennero permessi finché non si decise di "punirci". Di troncare le italiche doppiezze con le stragi. Questa, prendere o lasciare, l'idea di Cucchiarelli. A Bologna "è andata come a piazza Fontana" gli dice Affatigato. Una bomba "piccola" a copertura di quella "grossa". Piccoli bombaroli (Mambro, Fioravanti...), che pure fino ad allora non avevano usato bombe, finiscono per occultare gli stragisti veri. Quali? Sempre gli stessi. Quelli di Ustica e, prima, dell'affaire Moro. Quelli che volevano castigare un'Italia che si stava prendendo soverchie libertà.

Ma qui la ricostruzione del libro si fa molto tortuosa, troppo. Almeno per le mie forze. Perché, secondo Cucchiarelli, a Bologna scoppia un carico di esplosivo destinato a un attentato di matrice palestinese da realizzare altrove. Un attentato che i nostri Servizi vogliono sventare, ma senza compromettere i rapporti con gli alleati arabi. Così, con un non meglio delineato tranello, mandano avanti gli ignari "ragazzini" neofascisti perché mettano una "piccola" bomba che causi danni limitati e permetta il recupero di quel carico rimasto inesploso. Solo che la furbata va a monte. Qualcuno (strutture parallele americane e soci) che è al corrente di tutto, piazza un detonatore sul carico grosso facendo sì che lo scoppio della "piccola" bomba provochi quello, violentissimo, del carico in transito. E annienti, oltre alla vita di 85 persone, la nostra politica filo-araba. A confronto, le scatole cinesi dei romanzi di Le Carré sono bambinate. "Ma io non scrivo romanzi" dice Cucchiarelli. "Nel libro ci sono documenti, schemi, e cinquecento note". Mi racconta che questa inchiesta voleva scriverla a 25 anni. Lo ha fatto un po' più tardi. Rinchiudendosi per mesi, da solo, in una casa affittata in Sardegna. Gli chiedo se, prima di mandarle in stampa, verifichi la tenuta delle sue ricostruzioni magari facendole leggere a qualcuno. Risponde: "No, a nessuno. Ma le ricontrollo 25 mila volte". A chi lo accusa di avere la fissa del "doppio livello" ribatte: "Non sono io che vedo doppio. Sono i responsabili di queste vicende ad aver sempre giocato su più piani. E, d'altronde, se lo "schema binario" funziona per far parlare le carte perché dovrei cambiarlo?".

Con l'inchiesta su piazza Fontana si è inimicato un bel pezzo di sinistra ("Ho rotto i loro tabù, la loro divisione manichea in buoni e cattivi, la loro fiction sulla Storia italiana"), ma continua a dichiararsi di sinistra. "Questo libro però non piacerà nemmeno a destra. Perché scrivo che, a Bologna, Mambro e Fioravanti c'erano". Non si sente emarginato dai media,  ma nelle sue parole si avverte una certa sindrome da accerchiamento: "Nel dibattito pubblico c'è sempre una prevenzione nei miei confronti. Di solito mi contestano a prescindere, senza mai entrare nel merito di quanto argomento. Attaccano la persona per silenziare il mio lavoro".

Paolo Cucchiarelli non legge gialli né spy story: "Preferisco i testi di spiritualità orientale. Tao, Tantra... Mi rimettono in pace. Compensano tutte le schifezze di cui parlo nei miei libri". Quest'ultimo si conclude con la frase "L'inchiesta finisce qui". Nel senso che non ne farà più? Che si darà a un'altra attività? Magari alla meditazione? O a un genere diverso? "Chissà... forse prima o poi un romanzo lo scrivo" ridacchia. "Stai molto attento" gli dice Affatigato durante l'inchiesta. Attento a chi, a cosa? "Alle ripercussioni. Molta della gente coinvolta in queste due storie di morte è ancora viva".

Sul Venerdì del 19 giugno