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La spiaggia di San Foca, a Melendugno, punto di arrivo del gasdotto: sullo sfondo il cantiere da cui è partita la trivellazione (Alessandro Serranò/ Agf) 

I No Tap alla canna del gas

I 5 Stelle gli avevano giurato che il gasdotto non si sarebbe mai fatto. E invece 16 metri sotto una bella spiaggia salentina tutto è pronto. Bagni compresi. Reportage da una battaglia perduta
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MELEDUGNO (Lecce). Nella “Frittura No Tap” ci sono seppie, calamari, polpo e totanetti. È la più ricca (15 euro) del menu della trattoria Concepita, a un isolato di distanza dal caraibico mare di San Foca che scintilla sotto il sole incerto di una stagione «che sta urlando per uscire». Tanti ingredienti, forse persino troppi. Come nei racconti degli attivisti che vedono il gasdotto che ha traforato la loro spiaggia per portare in Italia il metano azero come una calamità peggiore della pandemia che, tutto sommato, li ha risparmiati. La materia prima delle loro infervorate perorazioni comprende posidonia e cymodocea, piante marine di cui la posa del tubo sul fondale marino a poche centinaia di metri da qui avrebbe fatto strame. Barriera coralligena, quando non corallina, parimenti scempiata. E migliaia di ulivi espiantati. Questo per la ricetta strettamente locale. Perché su scala nazionale il problema diventa l’ennesima grande o…
MELEDUGNO (Lecce). Nella “Frittura No Tap” ci sono seppie, calamari, polpo e totanetti. È la più ricca (15 euro) del menu della trattoria Concepita, a un isolato di distanza dal caraibico mare di San Foca che scintilla sotto il sole incerto di una stagione «che sta urlando per uscire». Tanti ingredienti, forse persino troppi. Come nei racconti degli attivisti che vedono il gasdotto che ha traforato la loro spiaggia per portare in Italia il metano azero come una calamità peggiore della pandemia che, tutto sommato, li ha risparmiati. La materia prima delle loro infervorate perorazioni comprende posidonia e cymodocea, piante marine di cui la posa del tubo sul fondale marino a poche centinaia di metri da qui avrebbe fatto strame. Barriera coralligena, quando non corallina, parimenti scempiata. E migliaia di ulivi espiantati. Questo per la ricetta strettamente locale. Perché su scala nazionale il problema diventa l’ennesima grande opera inutile, dal momento che l’Italia già consuma meno gas di quello che ha a disposizione e il fabbisogno non crescerà. Mentre su scala globale la spaventosa miopia sarebbe insistere sull’energia fossile, alla faccia degli avvertimenti della scienza, di Greta e dei ragazzi dei Fridays for Future che sempre ci garba celebrare a patto di non prenderli mai sul serio. In questo fritto misto c’è del vero e del meno vero ma la pastella usata per tenerli insieme risulta spesso così densa da impedire di distinguere l’uno dall’altro.

Tap sta per Trans Adriatic Pipeline, gasdotto trans-adriatico. L’ha costruito un consorzio che ha tra gli azionisti Snam e British Petroleum. Dall’Azerbaigian attraversa Turchia, Grecia e Albania per sfociare in Salento e da lì allacciarsi alla rete nazionale del gas. La costruzione è partita nel 2016, oggi è al 95 per cento e da Tap giurano che rispetteranno la messa in opera entro fine anno. Il gigantesco tubo da 90 centimetri, lungo 878 chilometri, e tutto quel che è servito per farlo arrivare sin qui è costato 40 miliardi di euro, di cui oltre 4 per la tratta italiana. Soldi che il consorzio ha coperto con una serie di contratti venticinquennali con varie utility tra cui Enel, Hera, Shell e altri grossi operatori. Noi, che prendiamo il 40 per cento del gas dalla Russia, avremo un nuovo fornitore. «Non saremo più in balìa di rischi geopolitici» spiega il managing director Luca Schieppati, «e le bollette, che svantaggiano le industrie e pesano sui privati, potranno scendere. Il tutto senza aver arrecato impatti negativi sull’ambiente».

Gianluca Maggiore, portavoce del Movimento No Tap, non potrebbe essere meno d’accordo. Perito meccanico, fino alla quarantena si guadagnava da vivere come fonico di concerti. Le «novità eclatanti» promesse si perdono sotto un’alluvione di tecnicalità (a questi militanti manca il dono della sintesi), partorite dalla lettura delle 18 mila pagine di uno dei 14 processi sin qui inutilmente intentati contro il consorzio. Dice: «Se Snam non rispetta i tempi per portare il gas da Melendugno a Mesagne, 55 chilometri a nord verso Brindisi, Tap potrà farle causa e a pagare potrebbero essere i contribuenti». Dice anche che il «Prt, il Pressure reduction terminal», ovvero l’impianto dove il gas sarà trattato prima di immetterlo nella rete nazionale, «come tanti altri metanodotti può esplodere e i centri abitati sono a poche centinaia di metri». Ora, a parte che Prt sta per Pipeline receiving terminal, anche se tra i suoi compiti c’è ridurre la pressione del gas (errore veniale, ma sintomo di una certa approssimazione), gli ricordo che neppure a Brescia volevano il termovalorizzatore in città ma ora ne sono contentissimi. Non raccoglie.

Nel congedarci mette una buona parola col sindaco Marco Potì, alle spalle della cui scrivania campeggia uno striscione No Tap, correlativo oggettivo di quelli che si tatuano il nome dei figli sul braccio. Ingegnere, viene da una famiglia di politici di «valori socialisti», da Tap ha rifiutato «3 milioni di euro messi per finanziare attività locali, poi diventati 5» e lievitati a 12, «perché la dignità ha un prezzo». E il progetto, per come la vede lui, è «inutile, dal momento che sempre di idrocarburi si tratta quando si dovrebbe parlare solo di Green New Deal. Dannoso, per l’economia di una località ad alta vocazione turistica, premiata con le 5 vele di Legambiente, la Bandiera blu e anche quella verde dei pediatri italiani. Pericoloso, perché se ci fosse un incidente il gas potrebbe formare nubi esplosive capaci di fare una strage negli abitati vicini».

Il copyright di nubi esplosive è di Alessandro Manuelli, membro della commissione tecnica del Comune. Ingegnere a sua volta, occhi azzurri iniettati di civismo, era rientrato dalla Germania per guidare un laboratorio che ha avuto vita breve. Da lì l’incontro coi militanti per una consulenza: «Era tutto sbagliato! A partire da una valutazione ambientale parziale. Poi l’acciaio dei tubi. E il rischio che il micro-tunnel metta in contatto acqua dolce e salata, inquinandole». Mi mostra slide inintellegibili: «È stato calcolato che le perdite fisiologiche dei metanodotti siano tra il 3 e il 6 per cento. E il metano è oltre 70 volte più climalterante della CO2». Vero, ma non è detto che il Tap abbia quelle perdite e comunque è sempre meno peggio del carbone. E poi perché, se era tutto così sbagliato, i giudici han sempre dato ragione al consorzio? «Quale magistrato vuol mettersi contro il Sistema?» chiede compatendo la mia ingenuità quando scuoto la testa scettico.

Detto questo, sulla spiaggia dove il gasdotto entra nella nostra costa ci sono stato. Sapevo che passava a metà tra due stabilimenti, il Lido San Basilio e l’Ensò, ma non fosse stato per l’indicazione di Andrea Fasiello, il gestore del primo, né io né il fotografo avremmo saputo dove guardare. Perché il tubo sta 16 metri sotto terra e l’unico punto di riferimento è una boa a 900 metri che indica il corridoio dove non si deve pescare né attraccare. Teme che i bagnanti spariranno quando entrerà in funzione? «Sono anti-Tap ma no, non lo temo. E devo dire che, anche quando la talpa meccanica scavava, le acque non si sono neppure intorbidite». Alla faccia di Barbara Lezzi, l’ex ministra grillina che qui aveva fatto il pieno di voti cavalcando la rabbia anti-Tap, salvo poi diventare persona non grata per non averlo stoppato una volta al governo. Sono stato anche nel cantiere del Prt, protetto dallo stesso filo spinato a concertina delle basi americane in Iraq. E, oltre all’imponente dispositivo di sicurezza fornito da vigilantes privati che i locali disconoscono come «traditori», l’altra cosa notevole è il canopy, gigantesca zanzariera che protegge dalla Xylella 1.189 ulivi espiantati dagli otto chilometri dalla riva all’impianto.

In videoconferenza il manager Schieppati rivendica la cura con cui han lavorato, compresa una specie di diga di biotessuto stesa sul fondo del mare per minimizzare i danni alle praterie di posidonia. Ammette che, dall’esterno, la scelta di questo magnifico arenile come approdo di un metanodotto può non sembrare ideale «ma tra le 13 possibili località questa è stata valutata la migliore dal Ministero dell’Ambiente. E noi resteremo qui cinquant’anni a gestire l’opera: se avessimo lavorato male ne pagheremmo le conseguenze». Quanto alla presunta inutilità, concede che «è iniziata una fase di transizione per superare il fossile. Se mi chiede se tra 30 anni servirà un altro Tap direi di no, ma oggi c’è ancora da scaldarsi e produrre». A caro prezzo, secondo la tesi no-tapiana per cui se, lungo quella specie di autostrada del mare che è il tubo non transiterà abbastanza gas, le utility si rifaranno sulle bollette. Chiedo a Marzio Galeotti, economista ambientale alla Statale di Milano, che lo esclude: «Il gas è già stato contrattato: rivalse sui clienti finali non ce ne potranno essere». Se è per quello Graziano Petrachi, ex commercialista che dopo una malattia piuttosto seria ha trovato nella lotta alla multinazionale una missione esistenziale, non crede neanche che l’Azerbaigian abbia gas da vendere. Cita uno studio di Simon Pirani dell’Oxford Institute for Energy Studies. Tutto, secondo lui, ruoterebbe intorno al capacity market, ovvero un meccanismo approvato dalla Commissione europea per gestire i picchi di domanda che lui bolla come orrenda gabola finanziaria. Su questo canovaccio ha intentato di tasca sua una causa contro Tap che tra le imputazioni prevede l’ipotesi di truffa per mancate comunicazioni alla Banca europea degli investimenti. Avrà le sue buone ragioni ma non riesco a seguirlo. Glielo dico, si offende. A ogni frase il quadro si intorbidisce, in una vertigine incontrollabile. Tranne cataclismi l’opera partirà in orario. La guerra è perduta, ma la notizia non sembra essere arrivata.

Sul Venerdì del 26 giugno 2020