Lo scrittore Javier Cercas, 58 anni (Saget/Afp via Getty Images)
Intervista a Javier Cercas sul suo nuovo romanzo "Terra alta". E su molto altro
Marco Cicala
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dal nostro inviato MARCO CICALA
Lo scrittore spagnolo torna alla fiction pura con un thriller. E della pandemia dice: "Non credo che ispirerà capolavori"
Aggiornato 7 minuti di lettura
MADRID. Leggendo Terra Alta, il nuovo romanzo di Javier Cercas edito da Guanda, il primo istinto è andare a ricontrollare in copertina che l'abbia scritto proprio lui. Perché all'interno del suo universo letterario si presenta, almeno inizialmente, come una creatura anomala. Nato nel 1962 in Estremadura, ma trapiantato da bambino in Catalogna, Cercas è lo scrittore più originale della sua generazione. E forse non solo di quella. In libri quali Soldati di Salamina, Anatomia di un istante, L'impostore, Il sovrano delle ombre, ha rianimato la lezione novecentesca, ma in fondo già cervantina, del romanzo come genere onnivoro che cannibalizza tutti gli altri: saggismo, reportage, storiografia, letteratura gialla... E lo ha fatto avventurandosi tra fiction, autofiction, nonfiction... Tanto per dirla con anglismi molto in voga.
L'impressione è però che stavolta Cercas abbia fatto retromarcia, tornando a un racconto di stampo p…
MADRID. Leggendo Terra Alta, il nuovo romanzo di Javier Cercas edito da Guanda, il primo istinto è andare a ricontrollare in copertina che l'abbia scritto proprio lui. Perché all'interno del suo universo letterario si presenta, almeno inizialmente, come una creatura anomala. Nato nel 1962 in Estremadura, ma trapiantato da bambino in Catalogna, Cercas è lo scrittore più originale della sua generazione. E forse non solo di quella. In libri quali Soldati di Salamina, Anatomia di un istante, L'impostore, Il sovrano delle ombre, ha rianimato la lezione novecentesca, ma in fondo già cervantina, del romanzo come genere onnivoro che cannibalizza tutti gli altri: saggismo, reportage, storiografia, letteratura gialla... E lo ha fatto avventurandosi tra fiction, autofiction, nonfiction... Tanto per dirla con anglismi molto in voga.
L'impressione è però che stavolta Cercas abbia fatto retromarcia, tornando a un racconto di stampo più tradizionale, abbandonandosi al principio di piacere della narrazione pura. Terra Alta è una "storiona" a forti tinte. Non per niente attraversata dal fantasma dei Miserabili di Victor Hugo, libro-feticcio del protagonista Melchor Marín, un tormentato poliziotto che, come Jean Valjean o Vidocq, ha trascorsi da galeotto e si trova a dover risolvere il caso di un duplice omicidio: una coppia di facoltosi imprenditori di provincia trucidati nella loro masseria dopo orrende sevizie. Ma Melchor non è soltanto un ex spacciatore passato dalla parte degli sbirri: è anche il figlio di una prostituta morta ammazzata come la mamma di Ellroy nonché un tipo che, vestita l'uniforme, si è guadagnato una fama da Rambo. Nell'agosto 2017 è stato lui ad abbattere da solo quattro forsennati islamisti durante gli attacchi jihadisti a Barcellona e dintorni. È per proteggerlo che lo hanno spedito nella Terra Alta, recesso dimenticato e povero della Catalogna (esiste anche una Catalogna povera) dove, alle prese con un fattaccio di cronaca locale, l'agente Marín finirà per scontrarsi di nuovo con il proprio destino. Il tutto tra problemi di insonnia, mogli con ex mariti violenti e fiammate indipendentiste della regione più inquieta di Spagna. Tanta roba. Con Cercas ne discutiamo per un'ora e mezza nel suo studio barcellonese. Poi io torno a Madrid e scrivo il pezzo. È il 3 marzo. Poco dopo la Spagna decreta il lockdown e diventa più deserta della Terra Alta. Paralisi. L'intervista resta immobile fino a qualche giorno fa, quando raggiungo Cercas per telefono e gli chiedo di aiutarmi a rinfrescarla un po'.
Ma innanzitutto: come va?
"Bene. Se non ci trovassimo in presenza di una catastrofe, questi ultimi tre mesi sarebbero stati tra più felici della mia vita".
Che ha fatto?
"Ho scritto, letto, pensato. Sono rimasto con la testa tra le nuvole. Si dice così in italiano?".
Sì. Che ha letto?
"Don Winslow. Günter Grass. Le poesie della Szymborska. Ho rivisto i film di Fellini".
Però è una catastrofe.
"Lo è stata ed economicamente lo sarà. Ma dopo gli sbandamenti iniziali e il 'si salvi chi può', mi pare che l'Ue stia reagendo. Forse la lezione della crisi finanziaria del 2008 servirà a non ripetere certi errori. Però non voglio eccedere in ottimismo. Vedremo. Le crisi sono sempre un'opportunità di cambiamento. In meglio o in peggio. Dipende da come vengono gestite".
Questa sta ridando baldanza a radicalismi d'ogni colore.
"Perché ogni crisi è un humus ideale per il propagarsi della menzogna. E oggi, complici i social, le menzogne sono più potenti che mai. Lo abbiamo visto con l'elezione di Trump, con la Brexit ma pure con l'indipendentismo catalano e, in generale, con l'affermarsi del nazional-populismo. Al centro del dibattito c'è sempre il tema della libertà e delle sue restrizioni in momenti di emergenza. Ma io penso che sia un falso problema. Come diceva Isaiah Berlin, i "valori" non sono mai buoni in sé. Lo diventano solo se ragionevolmente limitati, bilanciati da altri valori. L'eguaglianza assoluta danneggia la libertà. Ma la libertà assoluta non è altrettanto pericolosa?".
"Nulla sarà più come prima" è stato il mantra di questi mesi. Retorica?
"Retorica se così si intende che la pandemia ci renderà tutti più buoni, solidali, che ci farà riscoprire le gioie semplici della vita. Penso che dal coronavirus non usciremo né migliori né peggiori. Per l'essenziale rimarremo identici a come eravamo prima".
E la letteratura? Risentirà di tutto questo?
"Difficile dirlo nell'immediato. È vero, stanno uscendo instant book, saggi sul virus, diari del virus, ma non credo che quanto è successo inciderà più di tanto sull'immaginario. Forse lo farà a lungo termine, indirettamente. Certo, la letteratura trae da sempre alimento dalle tragedie, dal "male". Sarebbe impensabile senza. Però le epidemie hanno prodotto solo occasionalmente capolavori. Le guerre, mettiamo, ne hanno ispirati molti di più. Pensiamo all'influenza spagnola: nei primi decenni del Novecento fece 50 milioni di morti, ma letterariamente dove ne resta traccia? In qualche verso di Eliot, in qualche pagina di Virgina Woolf e poco più. Ma se sospetto che la crisi del Covid avrà un impatto relativo sulla creazione letteraria è soprattutto perché, almeno in Occidente, l'abbiamo vissuta quasi tutti allo stesso modo, chiusi in casa". Barcellona, ottobre 2019: guerriglia fra manifestanti e polizia. Le dimostrazioni sono iniziate dopo il referendum per l’indipendenza della Catalogna, il 1° ottobre 2017 (Andrea Baldo/ LightRocket via Getty Images) In compenso, la crisi catalana dell'autunno 2017 è stata il carburante di Terra Alta.
"Ma un carburante indiretto. Come ha visto, nel romanzo, salvo un paio di accenni, non se ne parla".
La racconta in forma sublimata.
"Però è un libro di furia, odio, dolore, sangue, sesso. A differenza dei precedenti dove il protagonista era un personaggio molto simile a me, non è scritto in prima bensì in terza persona. Senza il filtro della terza persona forse non sarei riuscito a scriverlo, non sarei riuscito a canalizzare quello che mi si agitava dentro in quei momenti, a tirare fuori le cose più intime, profonde. Se avessi dato sfogo in prima persona a quanto sentivo mi avrebbero messo in galera!".
Nervi saldi invece.
"Mentre qui scoppiava il finimondo ho deciso di fare una cosa che non avevo mai fatto prima: ho smesso di scrivere per dedicarmi solo agli articoli e a parlare con i giornalisti stranieri, a spiegare una situazione della quale la maggioranza di loro aveva poche nozioni e spesso sballate. Il romanzo è venuto dopo".
Intanto, le avevano fatto intorno terra bruciata. Difendendo la Costituzione è diventato una bestia nera degli indipendentisti. Ha subìto minacce, intimidazioni?
"Non mi faccia parlare di faccende personali. Le dico solo che ho rotto con alcuni dei miei migliori amici".
Poi si è buttato sul libro.
"Mi ci sono chiuso dentro come in un bunker. Per isolarmi da quanto stava succedendo là fuori, dal quel diluvio di menzogne, dovevo scrivere di tutt'altro. Un giorno, uscendo dal mio studio ho visto di colpo le prime frasi del romanzo, che adesso aprono però il secondo capitolo: 'Si chiamava Melchor perché la prima volta che la madre l'aveva visto, appena uscito dal suo ventre e sgocciolante sangue, aveva esclamato fra singhiozzi di gioia che sembrava un re magio. Sua madre si chiamava Rosario e faceva la puttana'. È un po' la sintesi di tutto il libro".
Perché l'ha ambientato nella Terra Alta?
"È una zona dimenticata della Catalogna nella quale si concludeva il mio romanzo precedente, quella in cui si è svolta la Battaglia dell'Ebro, la più cruenta della guerra civile. Ero andato lì con mia moglie per presentare il libro. Ci siamo fermati a dormire e il giorno dopo, salendo in macchina, ho notato che avevano tentato di forzare lo sportello. Possibile? In posto così tranquillo? Anche i miei amici erano sorpresi: 'Qui non succede mai niente...'. Hanno chiamato i mossos, la polizia catalana. Si è presentato un agente in borghese. E ha iniziato a prendere le impronte digitali sull'auto. 'A Barcellona non lo farebbero mai per una cosa così' mi ha spiegato, 'ma qui col poco lavoro che abbiamo, ci resta tanto di quel tempo...'. Conclusa l'operazione il poliziotto mi fa: 'Ok. Adesso però deve pagarmi'. Pagarla? 'Sì. Mia moglie ha tutti i suoi libri. Glieli può autografare?'. Siamo diventati amici. Mi ha detto che veniva da Barcellona, che si era sposato con un'insegnante del posto ma aveva faticato un po' ad abituarsi alla Terra Alta: 'All'iniziò diceva, 'non riuscivo a dormire. Sai, a causa del silenzio...'. Da lì ho cominciato a immaginare il protagonista del romanzo".
Romanzo che rispetto ai precedenti sembra segnare il ritorno a una forma più classica.
"In parte ha ragione. Ma sentivo il bisogno di imprimere una direzione diversa al mio lavoro. Arrivato a un certo punto, ho avvertito il pericolo di ripetermi, di diventare l'imitatore di me stesso. Quanto di peggio possa succedere a uno scrittore. Una volta García Márquez mi disse: 'Ormai sono vecchio e conosco tutti i trucchi per scrivere un romanzo di successo. Potrei ingannare chiunque. Tranne me stesso. Ma se i libri non escono dalle trippe è meglio non scriverli'".
Perciò ha deciso l'inversione a U. Un tuffo rigeneratore nella fiction pura.
"Che poi così pura non è mai, ma sempre contaminata dalla realtà. La Metamorfosi di Kafka è la storia, la favola di uno che si risveglia scarafaggio. Però il suo carburante esistenziale è l'incapacità di uomo concreto a relazionarsi col mondo, il suo sradicamento".
Terra Alta ha l'impianto di un thriller.
"In tutti i miei libri c'è qualcosa del giallo. Ho un sempre avuto un enorme rispetto per la buona letteratura gialla, per il suo rigore, la sua umiltà. Di cosa la si può accusare? Di essere popolare? E perché, Cervantes, Victor Hugo o Flaubert non furono popolari? Che torni a essere popolare è il miglior augurio che si possa fare alla letteratura. Certo, sempre a patto che non rassicuri, che non dia risposte, ma che partendo da domande complicate le complichi ancora di più".
Come nel caso di Terra Alta.
"Che da questo punto di vista è in totale continuità con gli altri miei libri. Se non altro perché si articola di nuovo su una doppia domanda. Una domanda di primo grado: chi è l'assassino? E un'altra più radicale: è legittima la vendetta quando la giustizia non fa giustizia? O se vuole: è pensabile una giustizia fuori dalle forme della giustizia? Se assoluta, la giustizia non diventa forse la maggiore fra le ingiustizie?".
Alla prima domanda il romanzo dà risposta. Per la seconda invece sono cavoli più amari.
"Beh, se ho fatto bene il mio lavoro, il lettore dovrebbe rispondersi: in effetti non so se la vendetta è legittima".
È un po' l'eterno dilemma del western.
"Esattamente. Terra Alta è un western. Borges diceva che nel Ventesimo secolo, scacciata dal romanzo, l'epica si era rifugiata a Hollywood. Se pensiamo all'Ulisse di Joyce aveva qualche ragione. Se rileggiamo Faulkner o lo stesso Kafka, molto meno. Perfino in Kafka c'è una tensione epica".
Immagina che il protagonista sia il poliziotto che il 18 agosto 2017 uccise quattro jihadisti in meno di un minuto. Che ne è stato di quell'agente?
"Si sa solo che è stato messo a riposo in una località segreta e sotto falsa identità. Spero che un giorno me lo facciano conoscere".
Nemmeno due mesi dopo gli attentati scoppiava la "rivoluzione" separatista, col referendum vietato da Madrid, la proclamazione unilaterale di indipendenza, l'arresto dei leader scissionisti... Autunno caldo di un annus horribilis. E adesso, che aria tira?
"L'indipendentismo ha usato l'emergenza-Covid contro il governo centrale. Dal 'Madrid ci depredà si è passati al 'Madrid ci infetta'. C'era da aspettarselo. Ma il 'procés', la grande spinta separatista, è finito. Non si riprodurrà. O almeno: non nelle forme praticate finora. La spallata alla democrazia è fallita. La democrazia spagnola ha tenuto. Ciò detto, il problema tarderà molto a risolversi. Per un motivo molto semplice: hanno spaccato una società, un Paese. E sfasciare è facilissimo, ricostruire molto più complicato".
Ne parla come di un trauma personale.
"Per me lo è stato. Non avrei mai immaginato che in un posto privilegiato come la Catalogna le cose potessero spingersi fino a quel punto. Josep Fontana, il patriarca degli storici catalani, lo ha definito 'clima pre-bellico'. È stato proprio così".
Alla fine, seppur dolorosamente, il poliziotto Melchor Marín trova nella desolata Terra Alta una "patria".
"Sì, ma non la patria dei nazionalisti. Una patria del cuore, degli affetti, l'angolo di mondo nel quale vivono quelli che ci amano e che amiano. La patria di Sancho Panza che, avvistando da lontano il suo borgo dopo tanto peregrinare, cade in ginocchio piangendo: 'Ah, patria mia!'".
E lei la sua patria l'ha trovata?
"Prima che scoppiasse il finimondo credevo di averla trovata qui. Oggi non ne sono più tanto sicuro. Ho scritto il romanzo anche per questo".