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Bandiere al vento e sorrisi: così centinaia di ragazzine aspettano il passaggio di Adolf Hitler (Getty Images) 

La svastica era roba da boy scout. Poi arrivò Hitler

Prima di essere scelta da Hitler la croce uncinata era un simbolo di pace e fratellanza. E compariva su distintivi, gadget, pubblicità... Un libro racconta la sua storia. Ma è esclusa la riabilitazione
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Poche missioni sembrano impossibili come quella del monaco buddista Toshikazu Kenjitsu Nakagaki. Convincere almeno "l'1 per cento degli occidentali" che la svastica non è il simbolo del male assoluto. Rivendicarne le radici positive, la sua storia millenaria, depurandola dalla lordura nazista. "Se ce la facessi sarebbe un successo" dice il monaco che ha pubblicato La svastica buddista e la croce di Hitler. Al netto dei fanatici del Terzo Reich, però, l'impresa appare improba. Perché questo simbolo che ha cinquemila anni di storia, le cui origini sono misteriose (il termine viene dal sanscrito), apparso in quasi tutte le aree del mondo come espressione di buona sorte, pace e prosperità, è ormai condannato a essere l'espressione dell'esatto contrario: il male assoluto. L'odio. Lo sterminio razziale. Per la redenzione non c'è spazio. È questa la tesi che Steven Heller, celebre grafico e art direc…
Poche missioni sembrano impossibili come quella del monaco buddista Toshikazu Kenjitsu Nakagaki. Convincere almeno "l'1 per cento degli occidentali" che la svastica non è il simbolo del male assoluto. Rivendicarne le radici positive, la sua storia millenaria, depurandola dalla lordura nazista. "Se ce la facessi sarebbe un successo" dice il monaco che ha pubblicato La svastica buddista e la croce di Hitler. Al netto dei fanatici del Terzo Reich, però, l'impresa appare improba. Perché questo simbolo che ha cinquemila anni di storia, le cui origini sono misteriose (il termine viene dal sanscrito), apparso in quasi tutte le aree del mondo come espressione di buona sorte, pace e prosperità, è ormai condannato a essere l'espressione dell'esatto contrario: il male assoluto. L'odio. Lo sterminio razziale. Per la redenzione non c'è spazio. È questa la tesi che Steven Heller, celebre grafico e art director, ha messo nero su bianco nel suo Storia universale della svastica (Utet, traduzione di Lorenzo Vetta). Ma non è sempre stato così. Per millenni la svastica ha avuto una storia benevola le cui origini sono ancora oggi avvolte dal mistero. I primi avvistamenti risalgono all'Eurasia del Neolitico, in Europa venne trovata su alcuni oggetti di epoca pre-cristiana, gli indiani d'America la usavano come ornamento. Ancora oggi è un simbolo sacro dell'Induismo, del Buddhismo, del Giainismo (setta indiana che crede nella purezza dell'anima e rifiuta di uccidere qualsiasi creatura vivente) e dell'Odinismo. Spunta nei templi e nelle case in India, Indonesia, Giappone. In pratica, un simbolo senza confini. La svolta che l'ha condannata alla dannazione è avvenuta nel 1870, quando l'archeologo tedesco Heinrich Schliemann scoprì i resti della città di Troia: da sottoterra spuntarono oggetti con la svastica impressa. Schliemann si convinse che fosse un simbolo religioso ariano e la associò a quello trovato su del vasellame recuperato in Germania. Un collegamento che i nazisti strumentalizzarono a loro piacimento: fu così che la presunta discendenza ariana del popolo tedesco diventò il fondamento della folle ideologia del Reich. D'altronde Hitler conosceva la potenza dei simboli, la cui mancanza, teorizzava nel Mein Kampf "era dannosa per il presente e intollerabile per futuro".

Le conseguenze non tardarono a farsi sentire, con grande dispiacere dei boy scout americani che fino ai primi anni Trenta usavano la svastica come logo e gadget promozionale, tanto che il fondatore del movimento, Robert Baden-Powell la definiva "il Ponte dell'Amicizia tra i boy scout di tutto il mondo". E che dire del Club della Ragazze che, nell'America di inizio Novecento, editava il mensile The Swastika? Il premio più ambito per le lettrici era una croce uncinata tempestata di diamanti definita "il desiderio di ogni ragazza". Non essendo soggetta ad alcun copyright la svastica veniva usata per pubblicizzare i prodotti più disparati: dai sigari alla frutta ai biscotti. Nel 1925 la Coca-Cola ne fece un ciondolo e la Carlsberg la piazzò sul fondo delle sue bottiglie di birra. Campeggiava sulle maglie delle società sportive, era il logo della compagnia ferroviaria che attraversava le Montagne Rocciose. Decorava sottopentola e carte da gioco, manifesti, biglietti da visita. Veniva utilizzata come elemento architettonico. In Germania, prima dell'avvento del nazismo, che nel 1933 ne vietò l'uso per finalità non politiche, era il marchio di decine di aziende manifatturiere. Venne usata anche per il primo logo del Bauhaus, la scuola di arti grafiche in cui insegnava Paul Klee. Fino ai primi anni Trenta i soldati americani appartenenti alla 45ª Divisione di fanteria avevano un distintivo con una svastica rossa: le quattro gambe rappresentavano Arizona, Colorado, New Mexico e Utah. All'inizio del Novecento, a Panama, la tribù dei Cuna fondò Tule, la Repubblica degli Uomini, sulla cui bandiera campeggiava una svastica. Poi arrivò il nazismo a spazzare via tutto. Gli scout e gli indiani d'America la misero al bando, a nessuno (almeno nel mondo occidentale ed escludendo i fanatici nazisti) venne più in mente di andarci in giro.

Nonostante questo c'è chi, ancora oggi, cerca ostinatamente di darle una nuova vita. Come ha fatto per anni l'artista canadese ManWoman, scomparso nel 2012. Uno che, dopo una visione mistica, si era fatto tatuare 200 svastiche. La sua lotta contro la "svasticofobia" fece naufragare il suo matrimonio e gli procurò più di qualche livido. Incurante di tutto scrisse un libro, Gentle Swastika: Reclaiming the Innocence, cercando di convincere tutti che quello che aveva sulla pelle era un simbolo del bene. Così come continuano a fare i (pochi) seguaci del movimento Pro Swastika che ogni anno danno vita a uno Swastika Day.
A riabilitare la croce uncinata ci provano da tempo anche i Raeliani, il movimento religioso che ha come simbolo una svastica all'interno di una stella di David e che si basa sulla credenza secondo cui alcuni extraterrestri scientificamente avanzati avrebbero creato la vita sulla Terra attraverso l'ingegneria genetica. Qualche anno fa gli aderenti hanno sorvolato New York con uno striscione sul quale era impresso il famigerato simbolo accompagnato da un segno di pace. Inutile dire che la cosa non piacque a molti. In Canada poi c'è un paesino che va fierissimo del nome che porta: si chiama Swastika ed è stato fondato nel 1908 attorno a un sito minerario nell'Ontario del Nord. Durante la Seconda guerra mondiale il governo ha cercato di cambiare il nome in Winston, in onore di Winston Churchill, ottenendo un secco rifiuto: "Ci chiamiamo così da molto tempo prima del nazismo. E continueremo a farlo".

Ma se quella intorno al simbolo fosse una discussione puramente accademica legata un passato morto e sepolto, non sarebbe preoccupante. Il problema è che la svastica, nelle sue varie declinazioni, continua ad affascinare l'ultradestra. Basta vedere quanto la croce uncinata ispiri i simboli di movimenti più o meno legali, più o meno tollerati. Dai greci di Alba Dorata alla Falange nazional-radicale polacca, alle Croci Frecciate ungheresi, a Blood&Honour - una sorta di internazionale neonazista - eccetera. È forse questa la miglior risposta da dare a chi dice che, per la svastica, è arrivato il tempo della redenzione.

Sul Venerdì del 26 giugno 2020