Abbiamo rotto il ghiaccio
Leonardo Bizzaro , di LEONARDO BIZZAROPrima faceva paura perché avanzava, ora perché fonde. Lo scrittore e alpinista Enrico Camanni parla di un elemento perturbante. Dalla preistoria al riscaldamento globale
Il ghiaccio è il custode della storia della Terra e noi lo stiamo perdendo: vediamo svanire una memoria che non potremo più ricostruire. Enrico Camanni, scrittore - è uscito a maggio per Mondadori un suo inusuale giallo ambientato nel gruppo del Bianco, Una coperta di neve - giornalista, storico della montagna, alpinista, è tra coloro che dall'inizio degli anni Ottanta a Torino hanno cambiato la maniera di raccontare le storie delle terre alte, con la Rivista della Montagna, Alp e infine L'Alpe. Il grande libro del ghiaccio, ora in libreria per Laterza, è la sua fatica più recente e della forma solida dell'acqua ci svela qualsiasi segreto, tra storia, leggende, verità scientifiche. Un percorso che accompagna il cammino dell'uomo, ma che pure ci catapulta indietro nelle ere geologiche, nelle viscere dell'Antartide dove sono conservati i segreti del clima del mondo. "La costruzione del ghiaccio è un process…
Il ghiaccio è il custode della storia della Terra e noi lo stiamo perdendo: vediamo svanire una memoria che non potremo più ricostruire. Enrico Camanni, scrittore - è uscito a maggio per Mondadori un suo inusuale giallo ambientato nel gruppo del Bianco, Una coperta di neve - giornalista, storico della montagna, alpinista, è tra coloro che dall'inizio degli anni Ottanta a Torino hanno cambiato la maniera di raccontare le storie delle terre alte, con la Rivista della Montagna, Alp e infine L'Alpe. Il grande libro del ghiaccio, ora in libreria per Laterza, è la sua fatica più recente e della forma solida dell'acqua ci svela qualsiasi segreto, tra storia, leggende, verità scientifiche. Un percorso che accompagna il cammino dell'uomo, ma che pure ci catapulta indietro nelle ere geologiche, nelle viscere dell'Antartide dove sono conservati i segreti del clima del mondo. "La costruzione del ghiaccio è un processo lungo e complicato" inizia Camanni. "I fiocchi di neve scendono dal cielo, si ammucchiano sulla terra gelata e cominciano a cambiare struttura. Ci vuole tempo, il tempo necessario. Se la temperatura è alta fondono, oppure evaporano, comunque si trasformano in qualcos'altro. Solo lentamente, con il freddo, gli impalpabili fiocchi di neve diventano i resistenti cristalli di ghiaccio compatto che costituiscono il cemento dei ghiacciai". Camanni, lei si era già occupato di questa materia in un libro precedente, Ghiaccio vivo. Storia e antropologia dei ghiacciai alpini, pubblicato da Priuli&Verlucca nel 2010.
Che cosa c'è di diverso in questo nuovo, grosso volume?
"In precedenza ero partito soprattutto dalle leggende che descrivono i ghiacciai come custodi delle valli perdute: ce ne sono sulle Alpi, per esempio nelle tradizioni del popolo Walser, ma anche sull'Himalaya, con il mito del regno di Shangri-la. Nel nuovo libro invece ragiono su un rovesciamento di prospettiva avvenuto nel corso dei secoli. Un tempo il ghiacciaio era visto come una punizione divina: se avanzava era perché noi esseri umani avevamo fatto qualcosa di male. Oggi invece i ghiacciai regrediscono perché abbiamo davvero fatto qualcosa di male: le attività umane hanno alterato il clima".
Nella letteratura che anticipa la visione romantica della montagna, i ghiacciai venivano descritti come draghi che lentamente scendono verso i villaggi. Che cosa ha rappresentato questa immagine?
"La trovo affascinante: un essere vivente e mostruoso che scende a ghermire i borghi. Esprime un concetto fondamentale: il ghiaccio non è una cosa che sta ferma. A differenza della roccia, che si trasforma con estrema lentezza, il ghiaccio è materia in continuo movimento. In questo è un po' simile al mare, è un elemento dinamico, l'enorme forza della natura in divenire. Tu al mattino passi tra i seracchi e magari al pomeriggio non ci sono più perché sono crollati. O nell'arco della tua vita vedi cambiare un ghiacciaio perché è sceso più a valle o viceversa si è ritirato. Ci dà l'idea della forza della Terra, appunto come il mare, o i fiumi, o i vulcani".
Poi c'è il ghiaccio che cristallizza il tempo.
"Sì e in qualche modo è il concetto opposto. C'è una bellissima leggenda dell'Engadina, che anche Fred Zinnemann ha citato nel suo film Cinque giorni, una estate: un ragazzo, una guida alpina, cade in un crepaccio e il ghiacciaio lo conserva giovane per sempre. Mentre la fidanzata, quando ritrovano il suo perduto amore, è ormai vecchia e stanca. Fuori dalla finzione cinematografica, ci rimangono i corpi di animali come i mammut, ritrovati integri nei ghiacci siberiani, o più vicino a noi l'uomo del Similaun. Il ghiaccio che ferma la storia, che ferma la vita".
Per questo gli scienziati estraggono carote di ghiaccio dalla calotta antartica?
"Esatto, e i carotaggi sono stati effettuati anche sulle Alpi. Le carote ora sono conservate a Milano, all'Università della Bicocca. Tra non molto, quando gli scienziati avranno terminato di analizzarle, ci restituiranno un milione cinquecentomila anni di clima. Come fosse un forziere, qualcosa che trattiene il tempo. In questo il ghiaccio è diverso dall'acqua, che invece non trattiene nulla".
Una materia che allo stesso tempo travolge e conserva. Un frigorifero naturale?
"Sapevo poco del ghiaccio come strumento per la conservazione dei cibi, e ho trovato storie inaspettate. Come quella dei blocchi che venivano trasportati dal ghiacciaio Galambra, in Val di Susa, fino a Torino, dove servivano a conservare carni e verdure per il mercato alimentare di Porta Palazzo, il più grande d'Europa. Si diceva che dal ghiacciaio di Bard, non lontano dalla strada per il Moncenisio, il ghiaccio venisse trasportato addirittura alle colonie africane. Fu una scienza, un'industria, un artigianato che si poneva il problema della conservazione dei cibi ben prima che qualcuno avesse inventasse i moderni frigoriferi. Sono intuizioni che appartengono già alle civiltà antiche".
E oggi, il tema dei cambiamenti climatici?
"La scomparsa dei ghiacci è il segnale più visibile del riscaldamento della Terra, ha assunto una dimensione anche simbolica molto forte. Come il ghiaccio ci dà la vita, così oggi ci mette di fronte a una possibilità che i nostri nonni nemmeno avrebbero immaginato, la sua scomparsa. Quattrocento anni fa il ghiaccio voleva dire morte, perché ti mangiava le case, i campi e tutto il resto; adesso la morte, o comunque il pericolo, vengono dal contrario, l'estinzione dei ghiacciai, il fatto che il ghiaccio venga a mancare".
C'è chi sul ghiaccio ha viaggiato, fin da tempi remoti.
"Le storie degli esploratori polari sono incredibili: credo che i racconti della loro epopea abbiano pochi equivalenti in altri campi della vicenda umana. Ci sono il mare e la sua forma solida, nelle loro imprese. Spesso era la nave stessa a essere imprigionata dai ghiacci, a volte volontariamente per sfruttare la deriva del ghiaccio. Trovo che siano gesta grandiose, molto superiori a quelle alpinistiche, che datano appena a metà Ottocento. Qui invece si comincia già nel Seicento o prima. Ed è una storia poco frequentata, dalla letteratura e dal cinema. Ci sarebbe ancora tantissimo da scrivere".
Ma naturalmente anche gli alpinisti hanno sempre dovuto combattere contro il ghiaccio. Per raggiungere la vetta bisognava scavarlo, modellarlo, da scivolo pericoloso farne una scala...
"Le guide degli inizi erano maestri nella scalinatura, capaci di tagliare diverse centinaia di gradini in un giorno per aiutare l'ascensione dei signori inglesi. Facevano opere incredibili che poi svanivano in una notte. Osteggiavano i ramponi perché temevano che gli alpinisti, resi autonomi, non avrebbero avuto più bisogno di loro".
Oggi il ghiaccio alpino lo produciamo, minuscole sfere sparate con i cannoni per innevare artificialmente le piste da sci. O cerchiamo inutilmente di salvarlo, stendendo teloni sui ghiacciai durante l'estate...
"L'uomo cerca di mettersi in qualche modo al posto di Dio, di realizzare lui la neve, anche se ha dei limiti evidenti. L'inverno non riusciamo ancora a crearlo, anzi siamo noi a rendere la Terra più calda. E l'illusione dei romantici, che vedevano nei ghiacciai, di un bianco abbacinante, il simbolo della purezza, oggi più che mai è appunto solo un'illusione. È bianco, ma sotto c'è di tutto, microplastiche, pesticidi, erbicidi, farmaci. La verginità del ghiaccio d'alta quota è un mito brutalmente sfatato dai fatti. Una delle tante affascinanti contraddizioni del mondo dei ghiacci. I teli li ho visti, sono stato al Tonale, al ghiacciaio della Presena. Sono di una tristezza senza confini e oltretutto credo servano a poco. Più interessante mi sembra l'accumulo, la neve e il ghiaccio conservati alla fine dell'inverno per anticipare poi la stagione dello sci. A Livigno (con la neve radunata e stoccata e poi ricoperta nel centro della vallata, ndr), riescono a farci perfino una gara di fondo in estate. È il nostro estremo tentativo di conservare con una mano la natura mentre con l'altra la distruggiamo".
Sul Venerdì del 26 giugno 2020
Che cosa c'è di diverso in questo nuovo, grosso volume?
"In precedenza ero partito soprattutto dalle leggende che descrivono i ghiacciai come custodi delle valli perdute: ce ne sono sulle Alpi, per esempio nelle tradizioni del popolo Walser, ma anche sull'Himalaya, con il mito del regno di Shangri-la. Nel nuovo libro invece ragiono su un rovesciamento di prospettiva avvenuto nel corso dei secoli. Un tempo il ghiacciaio era visto come una punizione divina: se avanzava era perché noi esseri umani avevamo fatto qualcosa di male. Oggi invece i ghiacciai regrediscono perché abbiamo davvero fatto qualcosa di male: le attività umane hanno alterato il clima".
Nella letteratura che anticipa la visione romantica della montagna, i ghiacciai venivano descritti come draghi che lentamente scendono verso i villaggi. Che cosa ha rappresentato questa immagine?
"La trovo affascinante: un essere vivente e mostruoso che scende a ghermire i borghi. Esprime un concetto fondamentale: il ghiaccio non è una cosa che sta ferma. A differenza della roccia, che si trasforma con estrema lentezza, il ghiaccio è materia in continuo movimento. In questo è un po' simile al mare, è un elemento dinamico, l'enorme forza della natura in divenire. Tu al mattino passi tra i seracchi e magari al pomeriggio non ci sono più perché sono crollati. O nell'arco della tua vita vedi cambiare un ghiacciaio perché è sceso più a valle o viceversa si è ritirato. Ci dà l'idea della forza della Terra, appunto come il mare, o i fiumi, o i vulcani".
Poi c'è il ghiaccio che cristallizza il tempo.
"Sì e in qualche modo è il concetto opposto. C'è una bellissima leggenda dell'Engadina, che anche Fred Zinnemann ha citato nel suo film Cinque giorni, una estate: un ragazzo, una guida alpina, cade in un crepaccio e il ghiacciaio lo conserva giovane per sempre. Mentre la fidanzata, quando ritrovano il suo perduto amore, è ormai vecchia e stanca. Fuori dalla finzione cinematografica, ci rimangono i corpi di animali come i mammut, ritrovati integri nei ghiacci siberiani, o più vicino a noi l'uomo del Similaun. Il ghiaccio che ferma la storia, che ferma la vita".
Per questo gli scienziati estraggono carote di ghiaccio dalla calotta antartica?
"Esatto, e i carotaggi sono stati effettuati anche sulle Alpi. Le carote ora sono conservate a Milano, all'Università della Bicocca. Tra non molto, quando gli scienziati avranno terminato di analizzarle, ci restituiranno un milione cinquecentomila anni di clima. Come fosse un forziere, qualcosa che trattiene il tempo. In questo il ghiaccio è diverso dall'acqua, che invece non trattiene nulla".
Una materia che allo stesso tempo travolge e conserva. Un frigorifero naturale?
"Sapevo poco del ghiaccio come strumento per la conservazione dei cibi, e ho trovato storie inaspettate. Come quella dei blocchi che venivano trasportati dal ghiacciaio Galambra, in Val di Susa, fino a Torino, dove servivano a conservare carni e verdure per il mercato alimentare di Porta Palazzo, il più grande d'Europa. Si diceva che dal ghiacciaio di Bard, non lontano dalla strada per il Moncenisio, il ghiaccio venisse trasportato addirittura alle colonie africane. Fu una scienza, un'industria, un artigianato che si poneva il problema della conservazione dei cibi ben prima che qualcuno avesse inventasse i moderni frigoriferi. Sono intuizioni che appartengono già alle civiltà antiche".
E oggi, il tema dei cambiamenti climatici?
"La scomparsa dei ghiacci è il segnale più visibile del riscaldamento della Terra, ha assunto una dimensione anche simbolica molto forte. Come il ghiaccio ci dà la vita, così oggi ci mette di fronte a una possibilità che i nostri nonni nemmeno avrebbero immaginato, la sua scomparsa. Quattrocento anni fa il ghiaccio voleva dire morte, perché ti mangiava le case, i campi e tutto il resto; adesso la morte, o comunque il pericolo, vengono dal contrario, l'estinzione dei ghiacciai, il fatto che il ghiaccio venga a mancare".
C'è chi sul ghiaccio ha viaggiato, fin da tempi remoti.
"Le storie degli esploratori polari sono incredibili: credo che i racconti della loro epopea abbiano pochi equivalenti in altri campi della vicenda umana. Ci sono il mare e la sua forma solida, nelle loro imprese. Spesso era la nave stessa a essere imprigionata dai ghiacci, a volte volontariamente per sfruttare la deriva del ghiaccio. Trovo che siano gesta grandiose, molto superiori a quelle alpinistiche, che datano appena a metà Ottocento. Qui invece si comincia già nel Seicento o prima. Ed è una storia poco frequentata, dalla letteratura e dal cinema. Ci sarebbe ancora tantissimo da scrivere".
Ma naturalmente anche gli alpinisti hanno sempre dovuto combattere contro il ghiaccio. Per raggiungere la vetta bisognava scavarlo, modellarlo, da scivolo pericoloso farne una scala...
"Le guide degli inizi erano maestri nella scalinatura, capaci di tagliare diverse centinaia di gradini in un giorno per aiutare l'ascensione dei signori inglesi. Facevano opere incredibili che poi svanivano in una notte. Osteggiavano i ramponi perché temevano che gli alpinisti, resi autonomi, non avrebbero avuto più bisogno di loro".
Oggi il ghiaccio alpino lo produciamo, minuscole sfere sparate con i cannoni per innevare artificialmente le piste da sci. O cerchiamo inutilmente di salvarlo, stendendo teloni sui ghiacciai durante l'estate...
"L'uomo cerca di mettersi in qualche modo al posto di Dio, di realizzare lui la neve, anche se ha dei limiti evidenti. L'inverno non riusciamo ancora a crearlo, anzi siamo noi a rendere la Terra più calda. E l'illusione dei romantici, che vedevano nei ghiacciai, di un bianco abbacinante, il simbolo della purezza, oggi più che mai è appunto solo un'illusione. È bianco, ma sotto c'è di tutto, microplastiche, pesticidi, erbicidi, farmaci. La verginità del ghiaccio d'alta quota è un mito brutalmente sfatato dai fatti. Una delle tante affascinanti contraddizioni del mondo dei ghiacci. I teli li ho visti, sono stato al Tonale, al ghiacciaio della Presena. Sono di una tristezza senza confini e oltretutto credo servano a poco. Più interessante mi sembra l'accumulo, la neve e il ghiaccio conservati alla fine dell'inverno per anticipare poi la stagione dello sci. A Livigno (con la neve radunata e stoccata e poi ricoperta nel centro della vallata, ndr), riescono a farci perfino una gara di fondo in estate. È il nostro estremo tentativo di conservare con una mano la natura mentre con l'altra la distruggiamo".
Sul Venerdì del 26 giugno 2020