Lucio sta morendo, mi scrive da Parigi l’amico fotografo Danilo De Marco. L’anarchico Lucio Urtubia(nelle foto, di Danilo De Marco) sta morendo, ma non vuol saperne di schiodare. Quando esce dal torpore, mi racconta Danilo, dice con un refolo di voce: «L’impossibile può sempre accadere». Frase che è il condensato della sua vita. Classe 1931, Urtubia è nato in Navarra, terra molto poco anarchica, patria di foschi tradizionalismi monarchici e religiosi. Lucio l’ha sempre sofferta, ma mai al punto da rinnegarla. Ci tornava ogni estate. A metà degli anni 50 riparò definitivamente in Francia.
Una gavetta rivoluzionaria fatta di rapine per la causa, carcere, clandestinità. Fino al colpo grosso, nel ’79: falsificando alla perfezione traveler's cheque, Urtubia&The Gang misero sotto scacco e ricatto la maxi-banca statunitense Citibank ottenendone un riscatto da venti milioni di dollari. Quel bottino sarebbe diventato un po’ l’Oro di Dongo dell’anarchia. In parte andò a finanziare la sovversione, in parte finì imboscato. In che misura avvenne la ripartizione non s’è mai capito. Io so solo che quando tra i vecchi libertari pronunziavo il nome di Urtubia vedevo alzarsi sopracciglia. Lucio ha sempre negato qualsiasi peculato. È stato un uomo generoso, un narratore travolgente, ma siccome aveva il genio della convivialità, sapeva anche ascoltare con trasporto. Imparavi dalle sue parole come dai suoi silenzi molto spagnoli. Abile muratore, al piano terra della casetta nel XX arrondissement parigino, aveva allestito una specie di anarco-foresteria. Dava alloggio gratuito a eslège di ogni provenienza.
Cedeva gli spazi ad attività sociali, mostre di sconosciuti o famosissimi. Tipo Henri Cartier-Bresson, sommo fotografo al quale il successo non aveva indebolito il cuore bakuniniano. Da anni Urtubia, per evitare le scale, si era installato in un angolo della foresteria. Sopra il letto con accanto i medicinali, aveva inchiodato i ritratti dei comunardi Louise Michel e Jules Vallès(vedi sotto). Dal muro, quei santi patroni della rivolta fissano ora la sua sofferenza. Prima che al sopruso, il ribelle è uno che dice “no” alla morte, alla negazione della vita. Uscendone sconfitto, però lasciando tracce di quel rifiuto. Non mi ricordo chi l’abbia detto, ma a questo punto non ha la minima importanza.