In mostra Aubrey Beardsley, bravo ragazzo perverso
Natalia Aspesi , di NATALIA ASPESINella Londra di Wilde, giovanissimo, incantava e scandalizzava con le sue illustrazioni. Ora la Tate Gallery lo celebra. Con un'esposizione da vedere online
In quella tumultuosa fine secolo improvvisamente la biblica Salomè divenne la musa pericolosa, la macabra eroina di mode e intellettualismi di scrittori e artisti, persino di correnti scientifiche e filosofiche, in quanto lussuriosa e crudelissima, distruttrice di menti e corpi maschili, immagine creata da una misoginia che nasceva dalle prime pretese e ribellioni femminili. Era diventata il soggetto distruttivo del momento, decine di dipinti la raffigurarono come vampira, le diedero aria di morte Klimt e Moreau; Oscar Wilde le dedicò un dramma in un atto scritto in francese per Sarah Bernhardt, che poi rifiutò di metterlo in scena, e che nella traduzione tedesca ispirò a Richard Strauss la sua stupenda opera.
Il ventenne e coltissimo Aubrey Beardsley, di sua iniziativa ed eccitato come sempre da ogni possibile devianza, disegnò Salomè come una dama dalla capigliatura medusea e un profilo demoniaco, che tiene tra le mani la testa mozza del po…
Il ventenne e coltissimo Aubrey Beardsley, di sua iniziativa ed eccitato come sempre da ogni possibile devianza, disegnò Salomè come una dama dalla capigliatura medusea e un profilo demoniaco, che tiene tra le mani la testa mozza del po…
In quella tumultuosa fine secolo improvvisamente la biblica Salomè divenne la musa pericolosa, la macabra eroina di mode e intellettualismi di scrittori e artisti, persino di correnti scientifiche e filosofiche, in quanto lussuriosa e crudelissima, distruttrice di menti e corpi maschili, immagine creata da una misoginia che nasceva dalle prime pretese e ribellioni femminili. Era diventata il soggetto distruttivo del momento, decine di dipinti la raffigurarono come vampira, le diedero aria di morte Klimt e Moreau; Oscar Wilde le dedicò un dramma in un atto scritto in francese per Sarah Bernhardt, che poi rifiutò di metterlo in scena, e che nella traduzione tedesca ispirò a Richard Strauss la sua stupenda opera.
Il ventenne e coltissimo Aubrey Beardsley, di sua iniziativa ed eccitato come sempre da ogni possibile devianza, disegnò Salomè come una dama dalla capigliatura medusea e un profilo demoniaco, che tiene tra le mani la testa mozza del povero Giovanni Battista dai lunghi capelli come serpenti e per sua fortuna gli occhi chiusi: la scritta è "J'ai baisé ta bouche, Iokanaan". Quando il testo di Wilde fu tradotto in inglese (malissimo, dal giovane amante Lord Douglas), l'autore volle che il ragazzo dal talento ironico e perverso lo illustrasse. Si erano conosciuti tre anni prima in casa del preraffaelita Edward Burne-Jones che lo proteggeva: Wilde ricordava "il suo viso affilato come una scure d'argento" e sostenne poi di averlo creato lui, o perlomeno di aver donato "al suo stile satirico una colorazione più sinistra", che lo avrebbe reso celebre.
La grande mostra dedicata a Beardsley a Londra (alla Tate Britain) è stata aperta un paio di giorni, poi come tutto ciò che poteva regalarci se non cultura almeno distrazione, è stata chiusa col ritardo dovuto agli errori del premier Boris Johnson: però la si trova online (su tate.org.uk), con un video in streaming in cui le due curatrici giovani e femmine accompagnano il visitatore stanza per stanza, e non è azzardato dire che è meglio così, soprattutto perché trattandosi quasi esclusivamente di illustrazioni di libri, cioè di fogli di formato ridotto, si immaginano le piccole folle assiepate a mezzo metro dall'opera per rintracciarne i particolari che il giovanotto amava nascondere tra folti ornamenti ispirati al giapponismo del momento. Meglio di tutto poi procurarsi il catalogo dalla bella copertina nera e oro, sempre che si sia appassionati di un'arte o di un artigianato talmente svenevole da aver innervosito nel tempo i critici più razionali.
Mentre in quell'ultimo decennio del XX secolo Beardsley illustrava Le Morte d'Arthur, da un testo del XV secolo, e poemi settecenteschi e romanzi primo Ottocento, o raffinatissime riviste come The Yellow Book (da cui fu licenziato per l'amicizia con Wilde, nel frattempo condannato ai lavori forzati), il mondo andava altrove: e anche l'arte, e per esempio Munch con L'urlo (1893) preconizzava gli orrori a venire, e van Gogh si era già tagliato l'orecchio, e Gauguin se ne stava a Tahiti. Nell'intrico in bianco e nero dei suoi fiori e foreste e ricami e geroglifici e sinuosità umane tracciate a penna, a matita o a carboncino, il giovane tossicolante virò decisamente verso l'erotico e il porno, una delle ragioni del suo successo decadente; Lisistrata di Aristofane e la Satira 6 di Giovenale, donne che si rifiutano al sesso, donne dalle molte depravazioni, troppo ironiche per essere erotiche, troppo grottesche per essere porno, peni eretti giganteschi, ciccione impalate e bastonate da ciccioni, ogni sorte di devianza quasi coniugale illustrata con grazia da adolescente, tra sederi incipriati, lussuose cappe alla moda, rondini allusive schiacciate da piedi femminili, ridicole acconciature, calze autoreggenti nere ricamate, mai una congiunzione carnale, piuttosto fruste e cagnolini. Illustrazioni destinate a una diffusione molto selezionata di estimatori con la scusa dell'arte, quando ormai la fotografia vittoriana esplicitamente porchissima e a buon prezzo si era molto diffusa.
Non si è mai risolta, malgrado le tante ricerche ed ammesso che possa ancora interessare, la questione della sessualità dell'audace artista: dato per certo come omosessuale, di questo non si è mai trovata traccia, ma neppure di una eventuale avventura con una femmina. I più accorti o fantasiosi vociferano di una sua eterosessualità passiva, da voyeur, ma anche di un legame incestuoso con la sorella Mabel, attrice, con cui scambiava i vestiti in un gioco di ruoli. La fotografia del suo viso dal profilo esagerato da un grande naso, capelli corti e frangia liscia, ne fa una figura di maschio sognante, un suo autoritratto a carboncino, frangetta ricciuta e giacca dalle maniche a sbuffo, è quello di una dama severa. Walter Richard Sickert lo ritrasse nel 1894 magro allampanato con il bastone da dandy parigino, Jacques-Emile Blanche l'anno dopo a Dieppe in Francia, luogo di vacanza di artisti e scrittori inglesi (anche Wilde), elegante nello stile molto alla moda del conte Robert de Montesquiou.
Tutto il febbrile lavoro di Beardsley si concentrò in soli 7 anni, tra una emorragia e l'altra, sempre più fragile, negli ultimi mesi confinato a letto, senza mai smettere di lavorare; in una foto del 1897 è seduto su una sedia, la piccola testa da bambino curva su un libro nella camera art nouveau dell'Hotel Cosmopolitan di Mentone; dove muore il 16 marzo 1898, sempre assistito dall'amata sorella Mabel: aveva 25 anni, si era convertito al cattolicesimo, inutilmente aveva pregato l'editore di distruggere i suoi disegni più oltraggiosi.
Nei primi anni del nuovo secolo il suo tratto continuò ad essere imitato, nel 1901 il giovane Picasso lo scoprì giudicandolo molto originale e se ne ispirò per il ritratto di Marie Derval. La celeberrima marchesa Casati si fece ritrarre da Alistar nello stile Beardsley. Con la mostra a lui dedicata al Victoria and Albert Museum nell'estate 1966, il suo stile fu rilanciato da copertine di dischi come Revolver dei Beatles, da manifesti di negozi di moda: Chris James girò un film con disegni alla Beardsley dedicato alla sua morte, però spostata nel letto di un ospedale di New York al tempo dei primi casi di un morbo sconosciuto che poi si chiamò Aids, circondato dai nuovi macchinari medici, un rosario e una croce sul letto in ricordo della sua conversione.
Sul Venerdì del 3 luglio 2020
Il ventenne e coltissimo Aubrey Beardsley, di sua iniziativa ed eccitato come sempre da ogni possibile devianza, disegnò Salomè come una dama dalla capigliatura medusea e un profilo demoniaco, che tiene tra le mani la testa mozza del povero Giovanni Battista dai lunghi capelli come serpenti e per sua fortuna gli occhi chiusi: la scritta è "J'ai baisé ta bouche, Iokanaan". Quando il testo di Wilde fu tradotto in inglese (malissimo, dal giovane amante Lord Douglas), l'autore volle che il ragazzo dal talento ironico e perverso lo illustrasse. Si erano conosciuti tre anni prima in casa del preraffaelita Edward Burne-Jones che lo proteggeva: Wilde ricordava "il suo viso affilato come una scure d'argento" e sostenne poi di averlo creato lui, o perlomeno di aver donato "al suo stile satirico una colorazione più sinistra", che lo avrebbe reso celebre.
La grande mostra dedicata a Beardsley a Londra (alla Tate Britain) è stata aperta un paio di giorni, poi come tutto ciò che poteva regalarci se non cultura almeno distrazione, è stata chiusa col ritardo dovuto agli errori del premier Boris Johnson: però la si trova online (su tate.org.uk), con un video in streaming in cui le due curatrici giovani e femmine accompagnano il visitatore stanza per stanza, e non è azzardato dire che è meglio così, soprattutto perché trattandosi quasi esclusivamente di illustrazioni di libri, cioè di fogli di formato ridotto, si immaginano le piccole folle assiepate a mezzo metro dall'opera per rintracciarne i particolari che il giovanotto amava nascondere tra folti ornamenti ispirati al giapponismo del momento. Meglio di tutto poi procurarsi il catalogo dalla bella copertina nera e oro, sempre che si sia appassionati di un'arte o di un artigianato talmente svenevole da aver innervosito nel tempo i critici più razionali.
Mentre in quell'ultimo decennio del XX secolo Beardsley illustrava Le Morte d'Arthur, da un testo del XV secolo, e poemi settecenteschi e romanzi primo Ottocento, o raffinatissime riviste come The Yellow Book (da cui fu licenziato per l'amicizia con Wilde, nel frattempo condannato ai lavori forzati), il mondo andava altrove: e anche l'arte, e per esempio Munch con L'urlo (1893) preconizzava gli orrori a venire, e van Gogh si era già tagliato l'orecchio, e Gauguin se ne stava a Tahiti. Nell'intrico in bianco e nero dei suoi fiori e foreste e ricami e geroglifici e sinuosità umane tracciate a penna, a matita o a carboncino, il giovane tossicolante virò decisamente verso l'erotico e il porno, una delle ragioni del suo successo decadente; Lisistrata di Aristofane e la Satira 6 di Giovenale, donne che si rifiutano al sesso, donne dalle molte depravazioni, troppo ironiche per essere erotiche, troppo grottesche per essere porno, peni eretti giganteschi, ciccione impalate e bastonate da ciccioni, ogni sorte di devianza quasi coniugale illustrata con grazia da adolescente, tra sederi incipriati, lussuose cappe alla moda, rondini allusive schiacciate da piedi femminili, ridicole acconciature, calze autoreggenti nere ricamate, mai una congiunzione carnale, piuttosto fruste e cagnolini. Illustrazioni destinate a una diffusione molto selezionata di estimatori con la scusa dell'arte, quando ormai la fotografia vittoriana esplicitamente porchissima e a buon prezzo si era molto diffusa.
Non si è mai risolta, malgrado le tante ricerche ed ammesso che possa ancora interessare, la questione della sessualità dell'audace artista: dato per certo come omosessuale, di questo non si è mai trovata traccia, ma neppure di una eventuale avventura con una femmina. I più accorti o fantasiosi vociferano di una sua eterosessualità passiva, da voyeur, ma anche di un legame incestuoso con la sorella Mabel, attrice, con cui scambiava i vestiti in un gioco di ruoli. La fotografia del suo viso dal profilo esagerato da un grande naso, capelli corti e frangia liscia, ne fa una figura di maschio sognante, un suo autoritratto a carboncino, frangetta ricciuta e giacca dalle maniche a sbuffo, è quello di una dama severa. Walter Richard Sickert lo ritrasse nel 1894 magro allampanato con il bastone da dandy parigino, Jacques-Emile Blanche l'anno dopo a Dieppe in Francia, luogo di vacanza di artisti e scrittori inglesi (anche Wilde), elegante nello stile molto alla moda del conte Robert de Montesquiou.
Tutto il febbrile lavoro di Beardsley si concentrò in soli 7 anni, tra una emorragia e l'altra, sempre più fragile, negli ultimi mesi confinato a letto, senza mai smettere di lavorare; in una foto del 1897 è seduto su una sedia, la piccola testa da bambino curva su un libro nella camera art nouveau dell'Hotel Cosmopolitan di Mentone; dove muore il 16 marzo 1898, sempre assistito dall'amata sorella Mabel: aveva 25 anni, si era convertito al cattolicesimo, inutilmente aveva pregato l'editore di distruggere i suoi disegni più oltraggiosi.
Nei primi anni del nuovo secolo il suo tratto continuò ad essere imitato, nel 1901 il giovane Picasso lo scoprì giudicandolo molto originale e se ne ispirò per il ritratto di Marie Derval. La celeberrima marchesa Casati si fece ritrarre da Alistar nello stile Beardsley. Con la mostra a lui dedicata al Victoria and Albert Museum nell'estate 1966, il suo stile fu rilanciato da copertine di dischi come Revolver dei Beatles, da manifesti di negozi di moda: Chris James girò un film con disegni alla Beardsley dedicato alla sua morte, però spostata nel letto di un ospedale di New York al tempo dei primi casi di un morbo sconosciuto che poi si chiamò Aids, circondato dai nuovi macchinari medici, un rosario e una croce sul letto in ricordo della sua conversione.
Sul Venerdì del 3 luglio 2020